Le posizioni si stanno avvicinando, ma non abbastanza. E, il rischio, è che ancora una volta le due parti andranno a contendersi gli ultimi margini di trattativa in piena zona Cesarini. Parliamo naturalmente della Grecia e della ex-Troika, che stanno negoziando in queste ore per poter chiudere la seconda fase del piano di salvataggio di Atene.

Teoricamente, i negoziati avrebbero dovuto chiudersi lo scorso dicembre, andando così a spianare il percorso all'intensa sulla riduzione del debito greco e l'ingresso dei titoli di Stato della Grecia all'interno del quantitative easing di Mario Draghi. Tuttavia, le resistenze del Fmi da una parte (che domanda misure per quasi altri 4 miliardi di euro al governo Tsipars) e le resistenze di Atene dall'altra (che non vorrebbe fare concessioni, soprattutto prima delle elezioni di settembre) hanno improvvisamente rallentato il processo.

Il risultato? Venerdì, all'Eurogruppo, difficilmente ci sarà un accordo. Ma non solo: secondo alcuni rumor, infatti, probabilmente non ci sarebbero nemmeno le condizioni minime per poter rimandare i tecnici dell'Unione Europea ad Atene per poter discutere i dettagli di un piano ancora in alto mare, proprio mentre si avvicina la scadenza di luglio, quando la Grecia dovrà rimborsare più di 6 miliardi di euro di prestiti, e senza l'aiuto dei creditori dovrà dichiarare il default.

Ad ogni modo, è ben difficile che la Grecia possa effettivamente andare verso il default: se infatti è vero che le due parti sono abbastanza lontane, è anche vero che tutti scommettono sul raggiungimento di una soluzione finale in extremis, una volta che sarà risolto il vero e grande nodo, quello delle pensioni. Il Fondo monetario internazionale desidera tagli pari all'1 per cento del Pil da approvare subito con una apposita legge, ottenendo anche l'impegno di mantenerli da parte dell'opposizione in caso di elezioni anticipate. Tsipras vorrebbe invece evitare di toccare le pensioni: un tema troppo scottante, anche per un Paese sull'orlo del default.

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