Le prospettive di crescita sono appena migliorate, azioni appetibili

Secondo M&G le azioni e alcune aree del mercato obbligazionario corporate sarebbero al momento interessanti.

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Appena dodici mesi fa, il mercato era dominato dal cosiddetto “tapering”. Il prezzo delle obbligazioni continuava a salire in quanto gli investitori interpretavano gli ultimi commenti di Ben Bernanke come un segnale positivo per i titoli di Stato statunitensi a 30 anni. Al contempo, le azioni erano considerate come l’investimento decisamente migliore, dato il contesto di probabile inasprimento monetario regolare e graduale, confermando prospettive di crescita a favore del settore corporate e, di conseguenza, dell’azionario.

Verso metà del 2014, queste convinzioni erano decisamente cambiate. Non perché il mercato non abbia assistito a ciò che si aspettava, ovvero la realtà del “tapering” e ulteriori prove di crescita economica. In effetti, a diversi livelli, il 2014 è stato un po’ una continuazione del 2013– in tutto, a parte il comportamento dei prezzi. Quindi, in un contesto complessivamente invariato, i rendimenti dei titoli di Stato americani a lungo termine sono risaliti ai livelli pre-tapering (una plusvalenza di oltre il 20%) e, più di recente, i corsi azionari hanno registrato forti cadute – i mercati hanno ceduto tra il 5 e il 35% rispetto ai recenti picchi.

I pronostici di un’imminente “correzione” dei prezzi azionari erano sicuramente nell’aria – apparentemente, per via di una volatilità molto ridotta da troppo tempo, cosa che non sarebbe potuta durare. (Ciò, per inciso, è come dire che i tassi di interesse devono salire semplicemente perché sono estremamente bassi da tanto tempo). In ogni caso, il consenso dei commentatori di mercato all’epoca era in realtà piuttosto positivo circa la prospettiva di “correzione” – fino a quando si è registrata la correzione stessa.

La tesi ora maggiormente usata per giustificare i recenti movimenti è il deterioramento recente delle prospettive di crescita globale. Al contempo, sono riemersi timori apparentemente associati di deflazione, – in particolare nell’Eurozona ma alimentati, in maniera più o meno casuale, da una serie di dati di inflazione in altre regioni, inferiori alle previsioni di mercato. Se non bastasse, al quadretto poco allegro possono contribuire anche le deboli cifre del commercio tedesco (per via delle sanzioni russe, del rallentamento della Cina, delle atipiche condizioni meteorologiche o magari per una combinazione di tutti questi fattori), prezzi più deboli delle materie prime, un dollaro più forte e, per finire, la potenziale propagazione del virus dell’Ebola e il suo possibile impatto su viaggi, turismo e attività economiche in generale. Se il mercato vuole trovare ragioni di sconforto eccessivo, non ne sarà mai a corto. Ovviamente questo vale anche quando l’emozione auspicata è l’ottimismo.

Un pizzico di verità aiuta sempre a costruire una storia. Sicuramente l'inflazione. è a livelli bassi e sta scendendo in diversi Paesi. Inoltre, le prospettive di crescita, specialmente per alcuni Paesi europei, continuano ad essere limitate da rigidità strutturali, tra cui un contesto normativo che si sta muovendo in direzione opposta. In termini macroeconomici, la bilancia delle probabilità pende ancora in favore di ulteriori espansioni e di miglioramento in buona parte delle regioni del mondo.

L’economia statunitense è un esempio calzante. I dati relativi agli occupati nei settori non agricoli indicano una tendenza di ininterrotto recupero da quattro anni: si tratta di un lungo periodo, almeno due mesi in più rispetto all’ultima ripresa ciclica del mercato del lavoro statunitense (tra settembre 2003 e giugno 2007). Il tempo, tuttavia, è l’unica variabile tramite la quale giudicare la maturità dell’attuale espansione. Il tasso di disoccupazione, al 6%, resta superiore alla sua media di lungo termine e decisamente più elevato rispetto a quanto auspicato dai funzionari della Federal Reserve. In effetti, l’obiettivo della Fed è “massimizzare l’occupazione” .

Altre variabili del mercato del lavoro sono ancora più indicative di un’espansione allo stadio iniziale. Dopo un inizio poco convincente, il reddito delle famiglie sembra finalmente reagire al miglioramento della situazione occupazionale e un altro punto importante da sottolineare in questo contesto è l’impatto favorevole sui redditi reali che ci si può aspettare dai recenti declini del prezzo del petrolio e da ulteriori cadute dei tassi dei mutui ipotecari.

In un contesto più ampio, gli indicatori globali del mercato del lavoro sono migliorati negli ultimi dodici mesi, e la caduta dei tassi di disoccupazione riflette il miglioramento della domanda sottostante, messo in evidenza da una varietà di indicatori quali gli Indici dei responsabili degli acquisti (PMI).

Certamente la disoccupazione resta elevata in molte regioni ma è evidente che la situazione sta cambiando. Dato che le politiche delle banche centrali sono molto sensibili ai rischi di contrazione della crescita (come evidenziato ulteriormente la scorsa settimana da Andy Haldane e James Bullard che si sono affrettati a tranquillizzare i mercati a tale proposito), i fattori positivi a sostegno dell’espansione dovrebbero continuare a compensare ampiamente quelli a suo sfavore.

In un contesto generale di crescita, seppur non spettacolare, della domanda, – un universo di cifre più basse– il desiderio eccessivo di analizzare e trarre conclusioni da variazioni mensili nella serie di dati economici può, più che mai, rivelarsi una perdita di tempo.

Da un punto di vista degli investimenti, le valutazioni azionarie sono divenute molto più appetibili mentre molti dei fattori a sostegno di queste valutazioni sono rimasti nel complesso invariati. In questo ambito i recenti movimenti di mercato rendono le azioni, e alcune aree del mercato obbligazionario corporate, più interessanti e, soprattutto, meno rischiose dei titoli di Stato dei Paesi sviluppati, che appaiono nuovamente piuttosto onerosi.

Steven Andrew, gestore del fondo M&G Income Allocation ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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