Uscita di capitali dall'Italia. Per Confindustria non si parla ancora di fuga

Uscita di capitali dall'Italia. Per Confindustria non si parla ancora di fuga

Fuga di capitali? Ancora troppo presto per definirla “fuga”. Uno studio di Confindustria fa luce su questo aspetto dell’economia italiana

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Il mercato dei titoli di debito italiani ha registrato due fenomeni che, pur essendo strettamente collegati, hanno come dire, senso opposto. Questi fenomeni, se l’andamento dei mercati non dovesse cambiare nei prossimi mesi, potrebbero essere preoccupanti.

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Da un lato abbiamo la tendenza da parte degli investitori esteri a vendere titoli pubblici italiani. Infatti gli acquisti esteri netti sono diventati negativi sia nel mese di maggio che in quello di giugno 2018, si parla di 36 miliardi di euro in meno al mese (dati provenienti da BANKITALIA). Nel mese di luglio la tendenza è di segno opposto, anche se di misura minore (+10 miliardi), così come nei primi 4 mesi dell’anno.

Fino al primo trimestre non di rilevava alcuna fuoriuscita di capitali né dal settore pubblico né dal settore privato, anzi se partiamo da inizio 2017 possiamo nel complesso definire favorevole l’andamento. Sono solo i dati dei mesi di maggio e giugno a indicare un netto cambiamento di rotta, anche se ancora non ci sono i presupposti per parlare di una fuga di capitali dal Paese.

Se andiamo ad analizzare la quota di titoli pubblici in mano ad investitori esteri, possiamo osservare come la somma complessivamente non sia diminuita molto. Si passa infatti dal 35,6 percento del 2017 all’attuale 35,4 percento. Soprattutto però, sappiamo che questi dati sono storicamente molto volatili, quindi se il fenomeno è limitato nel tempo non deve assolutamente destare preoccupazione.

Il secondo fenomeno, quello di segno opposto, riguarda l’acquisto da parte delle banche italiane di titoli pubblici domestici. Dall’inizio del 2018 infatti si registra un improvviso aumento dello stock detenuto dagli istituti di credito italiani. Registriamo un +49 miliardi fino al mese di luglio, 29 dei quali solo nel bimestre maggio-giugno (dati BANKITALIA).

Per tutto il triennio precedente invece il trend era opposto. Mentre uno scenario simile si era visto tra il 2011 e il 2012, quando le banche italiane, comprando titoli di Stato avevano compensato l’uscita degli investitori esteri, ed avevano in tal modo evitato scenari peggiori, proprio come sembra stia accadendo in questo frangente.

Va poi preso in analisi un terzo elemento, anch’esso di importanza significativa. Il ruolo giocato dalla BCE, che fino ad ora è stato quello di “compratore stabile” attraverso il Quantitative Easing. Al termine del primo trimestre del 2018, la BCE deteneva uno stock di 416 miliardi di euro, pari al 19% del totale dei titoli di stato in circolazione. Si prevede però che entro il mese di dicembre la BCE interrompa il Quantitavie Easing, il che vuol dire che non continuerà ad accumulare titoli di stato, ma si limiterà a conservare lo stock che già possiede.

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Redazione Borsainside ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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