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Le fatiche della Fed

Le fatiche della Fed
La sede della Fed a Washington. © Shutterstock

Analisi di M&A sulla decisione della Fed di lasciare i tassi ancora invariati.

E così, dopo uno dei più attesi incontro del FOMC (Comitato federale del mercato aperto), finalmente sappiamo… che non sappiamo ancora quando la FED alzerà i tassi. Apparentemente, alcuni trader hanno atteso invano scoppiettanti novità dalla FED, che ha deciso nuovamente di mantenere invariati i tassi sui Fed Funds. Tuttavia, non si è trattato di una sorpresa per i mercati finanziari, vista la chiusura dei mercati USA leggermente al ribasso dopo la decisione della FED e l’apertura in leggero calo della maggior parte dei mercati europei la mattina seguente. Sembra, dunque, che la maggior parte delle preoccupazioni circa il potenziale contagio a livello globale del rallentamento dell’economia cinese e la conseguente volatilità dei mercati avessero già smorzato le aspettative circa un aumento dei tassi negli Stati Uniti a settembre.




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FATTORI PIU’ AMPI CHE INFLUENZANO LA FED

La FED ha individuato alcuni rischi per la crescita globale e responsabili di un inasprimento delle condizioni economiche, in particolare “il crollo del prezzo delle azioni e il conseguente apprezzamento del dollaro e il rischio di ampliamento dello spread”; questi i primi due fattori che hanno portato alla decisione della FED di ritardare l’aumento dei tassi.

Il terzo fattore che ha giocato un ruolo fondamentale nella decisione della FED è la stata la pressione al ribasso sull’inflazione dovuta al calo del prezzo del petrolio, a un dollaro più forte e ai prezzi più bassi per l’importazione (aggravati dal rallentamento della Cina e di altri mercati emergenti). In questo contesto, la FED vorrebbe poter permettere al mercato del lavoro di migliorare ulteriormente (pur riconoscendo che il ritmo della creazione di posti di lavoro e del declino del tasso di disoccupazione hanno subito un’accelerata notevole) in modo da spingere l’inflazione il più vicino possibile al 2%, valore che credono verrà raggiunto entro il 2018.

Tuttavia, nonostante il comitato della FED abbia assunto una posizione più propensa al rialzo dei tassi, la presidente della FED Janet Yellen ha voluto sottolineare che la situazione economica generale non è sostanzialmente cambiata. Nonostante alcuni rischi legati alla Cina e ad altri mercati emergenti, si continua ad osservare una crescita interna positiva negli Stati Uniti, evidenziata sia dal punto di vista dei consumi che degli investimenti.

La maggioranza dei membri della FED continua a credere che il rialzo dei tassi avverrà nel 2015 (solo in pochi credono nel 2016) e la Yellen ha riaffermato la preferenza per una stretta monetaria lenta e costante. Sicuramente, sarà nell’interesse dei policy-maker statunitensi evitare di causare shock che potrebbero potenzialmente destabilizzare la ripresa economica.

QUELL’INCERTEZZA COSÌ CERTA

In seguito alla decisione della scorsa settimana, il problema è che ora l’unica certezza che rimane agli operatori del mercato è l’incertezza che continua. Apparentemente gli investitori sono entrati in una noia quasi malinconica con tutto questo gioco del “rialzo tassi sì/rialzo tassi no/quando rialzo tassi” che ormai i media hanno ribattezzato ‘le fatiche della FED’. Eppure, ripercorreremo tutto questo ancora una volta, e chissà ancora quante volte prima che la FED prema finalmente il grilletto. Non c’è da stupirsi, quindi, se alcuni hanno già messo in discussione il fatto che sarà forse troppo tardi per alzare i tassi, invece che troppo presto.

La FED sembra inviare messaggi contrastanti. Da un lato, la Yellen si è spinta a dichiarare che “la ripresa ha fatto sufficienti passi avanti da poter ora discutere su un rialzo dei tassi” e, dall’altro lato, che la FED sta attualmente analizzando fattori al di là della crescita interna e che le condizioni economiche globali e la volatilità sui mercati possono influenzare la loro decisione. Questo ampliamento delle condizioni che influenzano un rialzo dei tassi porta a una complessità maggiore in termini di fattori da analizzare nel cercare di prevedere la prossima mossa della FED. Vi è, dunque, alcuna ragione di credere che ci sarà un cambiamento sostanziale di queste condizioni entro la fine dell'anno? E che dire del 2016? Possiamo prevedere con certezza quando i rischi che derivano dai mercati emergenti si ridurranno? Quando si stabilizzeranno i mercati? Quando tornerà l’inflazione

TERRENO FERTILE PER GLI INVESTIMENTI

Secondo noi, tutto questo rinforza la visione che abbiamo già espresso più volte, secondo la quale sprecare troppe energie provando a decifrare ogni segnale utile (da un punto di vista di asset allocation a lungo termine) che giunge dai dettagli insignificanti nelle parole e nelle azioni dei policy-maker non solo è futile, ma anche possibilmente pericoloso. Pericoloso nel senso che sopravvalutare la forza di una relazione tra azione politica ed effettive condizioni economiche potrebbe distrarci dai fattori fondamentali che contano davvero.

A nostro avviso, tali elementi indicano in generale un ambiente nel quale il rafforzamento della ripresa dei paesi occidentali non verrà facilmente destabilizzato da rischi reali in altri paesi emergenti, in particolare in un mondo in cui il calo del prezzo delle commodity sta portando più soldi nelle tasche dei consumatori.
In questo contesto, come sempre, non vogliamo farci influenzare da ‘rumori’ vari.

Tuttavia, crediamo fermamente che valga la pena prestare attenzione al ‘rumore’ creato dagli altri e tenere d’occhio i fondamentali in relazione a un’immotivata volatilità dei prezzi degli asset: questo genere di volatilità spesso presenta terreno fertile per gli investimenti. Questo sarà, dunque, il nostro approccio fino a, durante, e oltre la prossima riunione della FED.

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