Usa, colossi farmaceutici chiedono l'esenzione dalla tassa minima globale come "premio fiscale" per il loro impegno

Usa, colossi farmaceutici chiedono l'esenzione dalla tassa minima globale come

Con Pfizer e Johnson&Johnson in prima fila, l'industria farmaceutica statunitense chiede l'esenzione dal pagamneto della tassa minima globale

Grazie alla vendita dei propri vaccini contro il Covid-19, nel 2021 Pfizer ha aumentato i propri ricavi di circa 26 miliardi di dollari, mentre Moderna, nel giro dell'ultimo anno, ha visto quadruplicare il suo valore in borsa, totalizzando ad oggi 135 miliardi di dollari, più di Goldman Sachs.

Nonostante ciò, l'industria farmaceutica statunitense ritiene che la pandemia abbia sottoposto l'intero settore a sforzi e pressioni indicibili, e che quindi ciò giustificherebbe la sua richiesta di esclusione dall'accordo globale sulla tassazione delle multinazionali raggiunto proprio poche settimane fa.

Si tratta di un accordo al ribasso che comunque, attraverso l'introduzione di un'aliquota minima globale del 15%, manda in fumo i benefici del ricorso ai paradisi fiscali. Come riportato oggi dal Wall Street Journal, le lobby del settore hanno così cominciato a fare pressione su Washington e Bruxelles.

Le stesse case farmaceutiche, infatti, hanno affermato che se la riforma venisse applicata costerebbe "centinaia di milioni di dollari" di tasse annuali aggiuntive. Secondo alcune fonti che hanno assistito all'ideazione della strategia comunicativa tra le due parti, le società intendono premere maggiormente sul ruolo che hanno avuto durante la pandemia e chiedere così una sorta di "premio fiscale" per il loro impegno.

Bisogna però ricordare che, soprattutto nelle prime fasi di sviluppo, moltissime delle risorse utilizzate per la ricerca e la produzione del vaccino sono arrivate direttamente dai contribuenti e dai governi. Sia siglando degli accordi "a scatola chiusa", senza alcuna certezza di successo, per l'acquisto di fiale, sia attraverso dei sussidi diretti.

Le due società schierate in prima fila in queste proteste sono Johnson&Johnson e Pfizer, che rappresentano rispettivamente la prima e l'ottava casa farmaceutica al mondo. Le due aziende hanno poi aggiunto che l'aggiunta di tasse annuali così elevate non fa altro che aumentare il rischio di "acquisizioni dall'estero". "Minaccia" piuttosto banale dato che la tassa verrebbe comunque applicata a livello globale.

Per le case farmaceuticherisulta abbastanza semplice spostare i propri profitti in Paesi in cui le tasse sono molto basse o addirittura inesistenti attraverso delle operazioni tra filiali diverse. Alle licenze di farmaci e ai brevetti è infatti difficile attribuire un prezzo di mercato e proprio questo rende molto semplice spostare gli utili da un Paese all'altro.

La titolarità delle licenze viene assegnata alle divisioni situate nelle giurisdizioni in cui la situazione fiscale è più favorevole, per poi venderle alle altre sparse in tutto il mondo. Secondo uno studio condotto da Aswath Damodaran, esperto di finanza aziendale, negli ultimi 10 anni Pfizer ha subito un prelievo fiscale medio effettivo del 5,8%.

Ciò significa che su 100 dollari di guadagno, meno di 6 sono finite in tasse. Nel 2015, infatti, la società ha comprato Allergan, azienda domiciliata in Irlanda, dove il prelievo fiscale è del 12,5%, ed ha poi spostato sull'isola il proprio domicilio fiscale. Insomma una classica operazione di esterovestizione.

Questa ha però suscitato delle immediate critiche, anche perché Pfizer aveva già ricevuto dal National Institutes of Healt dei cospicui finanziamenti pubblici per la ricerca di base. Johnson&Johnson, invece, nel 2020 ha dichiarato un prelievo effettivo del 10,8%.

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