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Migliaia di satelliti lanciati nello spazio per il web: ma i rischi?

Migliaia di satelliti lanciati nello spazio per il web: ma i rischi?

Si prevede di riuscire a portare internet veloce in qualsiasi angolo del pianeta tramite migliaia di satelliti lanciati nello spazio. Ma ci sono dei grandi rischi. Vediamo

In genere quando si parla di nuove reti internet globali si tende a buttare il pensiero direttamente al 5G, ma ci sono anche altri ambiti, che, nonostante siano meno dibattuti, ricoprono grande interesse scientifico ed economico. A dimostrazione di tale rilevanza ci sono i nomi dei concorrenti che stanno cercando di accaparrarsi la propria fetta di mercato a suon di investimenti miliardari: Amazon, Virgin, Facebook ed ovviamente anche il visionario fondatore di Tesla e PayPal, Elon Musk. La scommessa è quella di far arrivare il segnale internet a banda larga nelle zone remote in cui è molto complicato far arrivare una connessione via cavo, ovvero nei deserti, in mezzo all'oceano, nelle foreste e in cima alle montagne.

Questò può essere permesso tramite la connessione internet satellitare e non è certo una novità, anzi, esiste già da qualche anno, ma al momento presenta diversi limiti. Con l'attuale tecnologia satellitare in segnale viene irradiato da pochi grandi satelliti posizionati a circa 36.000 km di altitudine. In queste condizioni si ha il pro di poter coprire quasi un terzo dell'emisfero con un solo satellite posizionato permanentemente sulla stessa regione, ma c'è il grosso limite del numero di utenti che potrebbero usufruire del servizio contemporaneamente. Inoltre, allo stato attuale, vi è un grande ritardo nella trasmissione del segnale con tempi di latenza che raggiungono anche i 600 millisecondi. Ciò si traduce in una scarsissima reattività del segnale durante le videochiamate, lo streaming e le sessioni di videogame online.

La nuova tecnologia su cui si sta studiando prevede invece una vera e propria costellazione, una miriade di piccoli satelliti che peserebbero poco più di 200 chili, che si coordinerebbero tra loro tramite collegamento laser e rimarrebbero nell'orbita bassa, ad un'altitudine di circa 1.150-1.325 km. Portati a regime, secondo i calcoli dei progettatori, questi satelliti dovrebbero garantire una copertura quasi totale del pianeta con una connessione di circa 1 gigabit al secondo ed una latenza di 25-35 millisecondi. Più lenta dei 10ms attualmente garantiti dalle migliori connessioni terrestri attuali, ma più veloci dagli attuali satelliti di cui parlavamo prima

Le aziende concorrenti che partecipano a questa ricerca hanno come obbiettivo quello di garantire una connessione stabile e veloce anche nelle zone meno accessibili del mondo, in cui oggi una connessione a banda larga è molto costosa, inaffidabile o completamente assente.

Un piccolo problema
Accennavamo al fatto che si dovranno impiegare tantissimi satelliti, ma esattamente quanti? La sola SpaceX, ovvero la compagnia spaziale fondata da Elon Musk, ha programmato di creare una costellazione satellitare, chiamata Starlink, composta da 12.000 satelliti. Il progetto è già in una fase avanzata, con diversi lanci all'attivo, il primo dei quali è avvenuto il 22 febbraio 2018 e dal 2019 è entrato nel vivo con una decina di lanci già effettuati e 60 satelliti "spediti" per ogni lancio. L'obiettivo dichiarato sul sito dell'azienda è quello di riuscire ad "attivare il servizio in USA e Canada entro la fine del 2020, espandendosi rapidamente fino alla copertura quasi totale del mondo popolato entro il 2021". Le compagnie concorrenti si stanno muovendo nella stessa direzione ma con numeri un pò ridimensionati.

Amazon, con il suo Progetto Kuiper, che non è ancora partito, punta ad una costellazione di 3.236 satelliti orbitanti. Oneweb, la cordata di cui fa parte anche Virgin, ma anche colossi come Coca-Cola, Airbus e Softbank, ha già mandato in orbita 74 dei 648 satelliti previsti per creare la costellazione iniziale. Ma qui la situazione è un pò più particolare: l'azienda ha infatti dichiarato fallimento il 27 marzo 2020, ma continua a dichiarare che continuerà ad occuparsi dei satelliti. Per ora l'unica cosa certa sono i suoi satelliti abbandonati nello spazio, mentre si cercano nuovi proprietari per loro.

In totale, per l'avvio di internet veloce satellitare, si prevede l'invio nello spazio di circa 16 mila satelliti entro i prossimi anni. Sempre che in questa gara spaziale non si aggiungano nuovi concorrenti, visto che, ultimamente, anche Facebook sembra avere espresso il suo interesse alla faccenda con il progetto Athena. Ma c'è da dire che, all'annuncio del progetto, ormai un paio di anni fa, non sono poi seguite azioni concrete. Forse perchè i vari competitor ormai vedono troppo ampio il vantaggio acquisito da SpaceX

Per farci un'idea di cosa possano significare 16mila satelliti, basti pensare che fino al 2018 i satelliti nello spazio erano meno di 200. E proprio su questa quantità che iniziano i primi problemi. Infatti, i satelliti sono composti da parti in acciaio refrattario, il quale restituirebbe alla terra dei riflessi di luce, scie, che nonostante siano quasi impercettibili all'occhio umano, potrebbero comportare dei problemi all'osservazione spaziale con i telescopi ed inoltre potrebbe rivelarsi dannoso anche per alcune specie animali che sono particolarmente sensibili.

In seguito a queste preoccupazioni, l'aziensa SpaceX si è subito messa a lavorare a dei nuovi satelliti con superficie opaca e proprio il 7 gennaio scorso ha mandato in orbita il primo modello del satellite chiamato Darksat. Elon Musk ha annunciato di lavorare su alcuni accorgimenti, come quello di un parasole, in modo tale da non avere nessun impatto sull'osservazione astronimica. Uno studio pubblicato a marzo da un gruppo di astronomi ha misurato la luminosità di Darksat e quella dei "vecchi" satelliti SpaceX. Dallo studio è emerso che Darksat ha una luminosità di 0.88 magnitudini, che sarebbe il 55% in meno dei classici satelliti SpaceX. Un risultato definito sicuramente buono ma ancora non sufficiente a raggiungere gli standard minimi richiesti dagli astronomi.

Difatti l'Organizzazione astronomica internazionale (IAU) di cui fanno parte circa 13.500 astronomi provenienti da oltre 100 paesi del mondo ha rilasciato un comunicato ufficiale:
"L'organizzazione abbraccia il principio di un cielo buio e silenzioso come essenziale non solo per far avanzare la comprensione dell'Universo di cui facciamo parte, ma anche come risorsa per tutta l'umanità e per la protezione della fauna servatica notturna. Non comprendiamo ancora l'impatto di migliaia di questi satelliti visibili sparsi nel cielo notturno e nonostante le loro buone intenzioni, queste costellazioni satellitari possono  minacciare entrambi. Le preoccupazioni scientifiche sono duplici. In primo luogo, le superfici di questi satelliti sono spesso realizzate in metallo altamente riflettente e i riflessi del sole nelle ore successive al tramonto e prima dell'alba li fanno apparire come punti che si muovono lentamente nel cielo notturno. Sebbene la maggior parte di questi riflessi possano essere così deboli da essere difficili da individuare ad occhio nudo, possono essere dannosi per le capacità sensibili dei grandi telescopi astronomici a terra, inclusi gli estremi telescopi per il rilevamento grandangolare attualmente in costruzione. In secondo luogo, nonostante notevoli sforzi per evitare di interferire con le frequenze della radioastronomia, i segnali radio aggregati emessi dalle costellazioni satellitari possono ancora minacciare osservazioni astronomiche alle lunghezze d'onda radio. I recenti progressi della radioastronomia, come la produzione della prima immagine di un buco nero o la comprensione della formazione dei sistemi planetari, sono stati possibili solo attraverso sforzi concertati per salvaguardare il cielo dalle interferenze radio".

E queste problematiche non sono le uniche. Ci sono dei rischi previsti già nel 1978, legati al lancio di migliaia di satelliti nello spazio. Si tratta della sindrome di Kessler, dal nome del consulente della nasa che pubblico i risultati in un saggio accademico.

In pratica, ogni satellite che viene lanciato nello spazio diventa fonte di potenziali rifiuti e detriti spaziali. Tra parti abbandonate, interi satelliti che hanno esaurito il loro ciclo vitale e rotture, si stima che al momento ci siano circa 9.000 detriti metallici che navigano "allegramente" nello spazio, all'incredibile velocità di 57.600 km/h. Nei prossimi anni, ovviamente, il numero di rifiuti spaziali aumenterà. Kessler si dedicò allo studio di eventuali conseguenze di un eventuale incidente. L'energia della collisione che avviene fra due oggetti del diamentro di alcuni centimetri crea ua novola di detriti sotto forma di schegge lanciate in direzioni casuali. Quindi, ogni frammento può potenzialmente portare ad ulteriori impatti, creando ulteriori rifiuti spaziali. Con un incidente fra oggetti abbastanza grandi, come una stazione spaziale ed un satellite fuoriuso, la quantità di detriti prodotti a cascata potrebbe bastare a rendere il livello di orbita bassa inattraversabile. Spegato in parole semplici: un effetto a catena di collisioni renderebbe impossibile l'osservazione e le missioni spaziali, per millenni.

Va da se, che si tratta di un problema assai complesso, che è al centro di numerosi studi già da tempo. Ad esempio, già il 12 settembre del 2019, il satellite dell'Agenzia spaziale europea ha risciato di collidere con il veicolo spaziale di SpaceX. Di fronte a questi rischi enormi sarebbe forse il caso di prendere in considerazione le preoccupazioni espresse dai tanti astrologi. Ma siamo ancora in un meccanismo in cui un unico ente (americano) può autorizzare o meno il lancio di centinaia di satelliti in pochi mesi. Ma visto che il rischio sarebbe globale, non sarebbe il caso che anche le decisioni lo fossero?

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Redazione Borsainside ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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