I mercati globali hanno assistito a un nuovo terremoto finanziario con oro e argento che hanno raggiunto massimi storici, spinti da una combinazione esplosiva di tensioni politiche, rischi istituzionali e paure inflazionistiche. L’oro ha superato quota 4.600 dollari l’oncia, mentre l’argento ha infranto la soglia degli 86 dollari, segnando uno dei rally più violenti degli ultimi decenni.
Alla base di questa impennata c’è una notizia che ha fatto tremare Wall Street: il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti avrebbe avviato un’azione che potrebbe portare a una incriminazione penale della Federal Reserve, un evento senza precedenti che mette direttamente in discussione l’indipendenza della banca centrale americana.
Il caso Powell e la crisi dell’indipendenza della Fed
Il presidente della Federal Reserve Jerome Powell ha confermato che l’istituto ha ricevuto citazioni in giudizio da un gran giurì, spiegando che arrivano in un clima di pressioni politiche e minacce mirate a influenzare le decisioni sui tassi di interesse. Questo ha immediatamente scosso i mercati finanziari, facendo indebolire il dollaro e spingendo al rialzo i rendimenti dei Treasury americani.
Gli investitori vedono l’attacco alla Fed come un rischio sistemico enorme. Se la banca centrale perde la sua autonomia, la capacità degli Stati Uniti di controllare l’inflazione e difendere il valore del dollaro viene messa in discussione, rendendo l’oro e l’argento ancora più attraenti come riserva di valore.
Il ruolo chiave della Corte Suprema e il rischio dollaro
A peggiorare il quadro arriva anche un appuntamento giudiziario cruciale. Il 21 gennaio la Corte Suprema degli Stati Uniti ascolterà le argomentazioni nel caso che coinvolge la governatrice della Fed Lisa Cook, che l’amministrazione Trump ha tentato di rimuovere. Secondo diversi analisti, una sentenza favorevole alla Casa Bianca potrebbe provocare una caduta del dollaro fino al 2 percento, con un effetto diretto di ulteriore spinta rialzista per l’oro, che è prezzato proprio in dollari.
Secondo Carsten Menke di Julius Baer, l’interferenza politica nella Fed rappresenta uno dei principali fattori rialzisti per i metalli preziosi nel 2026, con l’argento che potrebbe reagire in modo ancora più violento data la sua maggiore sensibilità ai tassi e al dollaro.
Argento in modalità esplosiva
L’argento è stato il protagonista assoluto di questo rally. In una sola giornata ha guadagnato fino all’8 percento, arrivando a 86,2498 dollari l’oncia. Solo nel corso del 2025 il metallo bianco aveva già messo a segno un incredibile più 150 percento, alimentato da uno short squeeze storico e da una forte carenza di metallo fisico.
Il mercato di Londra continua a soffrire di scarsità di offerta, anche perché i timori di nuovi dazi americani stanno bloccando i flussi di argento dai magazzini statunitensi. Secondo BMI di Fitch Solutions, il deficit strutturale dell’argento continuerà per tutto il 2026, spinto soprattutto da una domanda di investimento in costante crescita e da un utilizzo industriale sempre più elevato.
La speculazione cinese e la corsa alle materie prime
Un altro motore potentissimo del rally arriva dalla Cina, dove fondi e trader stanno riversando enormi capitali sulle materie prime, inclusi nichel, platino e argento. La domanda è talmente elevata che l’unico fondo cinese specializzato esclusivamente in argento ha dovuto bloccare nuovi investitori, preoccupato per l’aumento eccessivo dei premi rispetto al valore reale del metallo.
Oro verso i 5.000 dollari
Secondo gli strategist di Bloomberg, il rally dell’oro riflette una convergenza rarissima di rischi politici, monetari e geopolitici. Oltre allo scontro con la Fed, pesano le tensioni in Medio Oriente, le proteste in Iran, le minacce di intervento militare e le nuove frizioni commerciali legate ai dazi.
In questo contesto, diversi analisti ritengono che un oro a 5.000 dollari l’oncia non sia affatto uno scenario estremo, ma una prospettiva concreta se il caos politico e monetario continuerà a minare la fiducia nei mercati tradizionali.
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