Una moneta con il simbolo di Bitcoin poggiata sulla neve, con un grafico a candele sullo sfondo
Criptovalute - BorsaInside.com

Le digital asset treasuries hanno vissuto un anno di forte espansione, cavalcando il rally delle criptovalute, fino a quando il brusco crollo di Bitcoin a ottobre ha cambiato radicalmente lo scenario. Oggi molte di queste società si ritrovano con perdite non realizzate nei propri bilanci e con la fiducia degli investitori messa seriamente alla prova.

Attualmente oltre 180 aziende quotate detengono criptovalute nei loro bilanci. Di queste, circa 100 hanno adottato una strategia ispirata al modello di Strategy, la società guidata da Michael Saylor, che a partire dal 2020 ha iniziato a emettere debito e azioni per accumulare rapidamente Bitcoin. Una strategia che, nella prima parte del 2025, sembrava vincente, sostenuta dall’aspettativa di un contesto normativo più favorevole alle crypto sotto l’amministrazione Trump.

Il cambio di rotta dopo la volatilità di ottobre

La recente instabilità di Bitcoin ha però innescato una vendita massiccia nel settore delle digital asset treasuries, colpendo in modo particolarmente duro le aziende che avevano replicato il modello di Strategy. Lo stesso titolo Strategy ha perso circa il 40 percento dal picco successivo alla liquidazione del 10 ottobre.

La situazione è stata ancora più severa per gli imitatori. KindlyMD ha registrato un calo vicino al 39 percento, American Bitcoin, legata a Eric Trump, ha perso circa il 60 percento, mentre ProCap Financial di Anthony Pompliano è scesa di oltre il 65 percento. Anche le società che detengono Ether, la seconda criptovaluta per capitalizzazione, non sono state risparmiate. Bitmine Immersion Technologies, presieduta da Tom Lee di Fundstrat, ha perso più del 33 percento, mentre SharpLink Gaming e Bit Digital hanno visto i loro titoli crollare di circa il 40 percento in due mesi.

Il nodo dell’mNAV e i timori del mercato

Al centro dell’attenzione degli investitori c’è ora il parametro mNAV, che confronta la capitalizzazione di mercato di una società con il valore delle criptovalute detenute in bilancio. Un mNAV inferiore a 1 indica che il mercato valuta l’azienda meno delle sue riserve crypto, un segnale spesso interpretato come perdita di fiducia nel modello di business.

Nel caso di Strategy, l’mNAV si è avvicinato a quota 1 a fine novembre, alimentando il timore che l’azienda potesse essere costretta a vendere parte dei Bitcoin per sostenere dividendi e servizio del debito. In risposta, la società ha annunciato un fondo di riserva di 1,44 miliardi di dollari, sufficiente a coprire dividendi e interessi per circa 21 mesi anche in uno scenario di volatilità prolungata.

Il CEO Phong Le ha però respinto l’idea che un mNAV compresso rappresenti una minaccia strutturale. Secondo Le, Strategy non va paragonata a un ETF o a un fondo passivo, ma a una società operativa, il cui valore dipende dalla capacità di far crescere asset, ricavi e business nel tempo. Una posizione che l’azienda sta difendendo anche davanti a MSCI, in vista di una possibile esclusione dagli indici globali delle società con oltre il 50 percento degli asset in criptovalute.

Non tutti sopravviveranno al “crypto winter”

Gli analisti di Bernstein ritengono che Strategy riuscirà a superare questa fase senza danni strutturali, ma lo stesso ottimismo non viene esteso a tutte le società che ne hanno imitato il modello. Secondo il report, molti copycat continueranno a scambiare a sconto rispetto al valore delle loro riserve, senza una strategia credibile per raccogliere capitale nel lungo periodo.

I dati di Bitcoin Treasuries indicano che 65 aziende su 100 hanno acquistato Bitcoin a prezzi superiori a quelli attuali, ritrovandosi oggi con perdite latenti. Nel momento più acuto della correzione, cinque di queste società hanno già venduto complessivamente 1.883 Bitcoin.

Secondo Matt Zhang, fondatore di Hivemind Capital, molte digital asset treasuries sono destinate a diventare irrilevanti. Il paragone è con la bolla dot-com dei primi anni 2000, quando numerose aziende si limitavano ad aggiungere un’etichetta tecnologica senza un modello di business solido. Per Zhang, detenere Bitcoin o Ether come riserva di valore non basta. Serve un’attività operativa in grado di generare flussi di cassa reali.

Una fase darwiniana per il settore

La prospettiva condivisa da diversi analisti è quella di una fase di selezione naturale. Ristrutturazioni, fusioni e acquisizioni di aziende più deboli da parte di operatori più solidi sono considerate ipotesi concrete. Come osserva Will Owens di Galaxy Digital, il settore delle digital asset treasuries sta entrando in una fase darwiniana, in cui solo i modelli più robusti sopravviveranno.

Il ritorno di Bitcoin su nuovi massimi storici potrebbe riaccendere l’interesse, ma la soglia di credibilità ora è più alta. Anche i nuovi entranti, come Twenty One Capital, sostenuta da Tether e SoftBank, cercano di distinguersi, puntando non solo sull’accumulo di Bitcoin ma sulla creazione di business e prodotti in grado di generare ricavi.

Il messaggio che emerge è chiaro: la semplice esposizione alle criptovalute non è più sufficiente. Nel nuovo ciclo di mercato, le digital asset treasuries dovranno dimostrare di avere fondamenta solide, una strategia sostenibile e una reale capacità di creare valore oltre il prezzo dei token.

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