La notizia era nell’aria, ma ora è diventata realtà. SpaceX ha ufficializzato l’acquisizione di xAI per una valutazione complessiva di 250 miliardi di dollari, dando vita a un conglomerato industriale che sfiora, sommando le parti, i 1.000 miliardi di valore. L’annuncio è arrivato direttamente da Elon Musk, tramite un memo interno pubblicato sul sito della società spaziale.
L’operazione non è solo finanziaria. Segna la convergenza sotto un’unica struttura di spazio, intelligenza artificiale, telecomunicazioni e piattaforme digitali, ridefinendo il profilo di rischio e di ambizione di uno dei gruppi più osservati al mondo. Per gli investitori storici di SpaceX, la domanda centrale non è se Musk stia puntando in alto, ma se questa nuova traiettoria coincida ancora con l’investimento che avevano in mente all’inizio.
I numeri dietro l’acquisizione
La valutazione di 250 miliardi attribuita a xAI deriva dall’ultimo round di finanziamento chiuso a gennaio, quando la startup ha raccolto 20 miliardi di dollari arrivando a una stima di 230 miliardi. SpaceX, dal canto suo, era stata recentemente valutata circa 800 miliardi in una transazione secondaria tra investitori.
Secondo le indiscrezioni di mercato, il nuovo gruppo starebbe già guardando a una quotazione in Borsa entro giugno, con una valutazione potenziale intorno ai 1.500 miliardi di dollari. Un collocamento anche minimo, pari al 3-4% del capitale, potrebbe tradursi in una raccolta fino a 50 miliardi, superando qualsiasi IPO precedente per dimensioni.
Il nodo critico resta però la qualità dei numeri. Valutare centinaia di miliardi una startup di appena due anni, ancora lontana dalla redditività, implica una scommessa molto aggressiva. Secondo Bloomberg, xAI brucerebbe circa un miliardo di dollari al mese. SpaceX, invece, presenta un profilo opposto: l’80% dei ricavi arriva dal progetto Starlink e nel 2025 avrebbe generato 8 miliardi di utili su 15-16 miliardi di fatturato. Due modelli di business profondamente diversi, ora fusi in un’unica entità.
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La scommessa industriale: l’IA nello spazio
La razionalità strategica dell’operazione ruota attorno a una visione che Musk sta promuovendo con insistenza: spostare la potenza di calcolo dell’intelligenza artificiale in orbita. Nel memo ufficiale, il fondatore sostiene che la crescente domanda energetica dell’IA non possa essere soddisfatta a terra senza creare pressioni ambientali e sociali. La soluzione, nel lungo periodo, sarebbe quindi lo spazio.
Gli obiettivi dichiarati sono di scala quasi inedita. Oggi l’intera industria spaziale globale lancia circa 3.000 tonnellate all’anno in orbita. Musk immagina un futuro con lanci di Starship ogni ora, ciascuno capace di trasportare 200 tonnellate, fino a raggiungere milioni di tonnellate annue. In questo scenario, un milione di tonnellate di satelliti dedicati al calcolo, con 100 kilowatt di potenza per tonnellata, significherebbe aggiungere 100 gigawatt di capacità IA ogni anno.
Secondo Musk, entro 2-3 anni il calcolo in orbita potrebbe diventare più economico di quello terrestre. E la visione si spinge oltre: fabbriche sulla Luna per costruire satelliti con materiali locali e sistemi di lancio elettromagnetici in grado di spedire carichi nello spazio profondo sfruttando la bassa gravità lunare. È un orizzonte che richiama più la fantascienza che i tradizionali business plan, e che trasforma l’investimento azionario in una vera e propria scommessa sulla visione personale di Musk.
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Le perplessità dei mercati finanziari
Quando la fusione era ancora solo un’ipotesi, diversi analisti avevano già espresso dubbi significativi. Craig Moffett di MoffettNathanson aveva sottolineato come SpaceX disponesse di un percorso credibile verso la profittabilità, mentre xAI restasse un attore in ritardo in un mercato altamente concentrato e ancora fortemente in perdita.
John Hodulik di UBS ha parlato apertamente di acque torbide per gli investitori, mentre Gregory Williams di TD Cowen ha evidenziato come l’inclusione dell’incertezza legata ai modelli linguistici aumenti sensibilmente il rischio complessivo dell’operazione.
Chi aveva investito in SpaceX si aspettava un’azienda focalizzata su lanci spaziali, contratti governativi e connettività satellitare. Oggi si trova invece esposto a un conglomerato che include una startup di IA in perdita, un social network e una strategia fortemente visionaria. La reazione del mercato non è stata neutra: EchoStar, coinvolta in accordi sullo spettro radio con SpaceX, ha visto il titolo indebolirsi dopo la notizia. E lo stesso interrogativo riguarda investitori di peso come Alphabet, Fidelity, Sequoia e i fondi sovrani di Abu Dhabi.
Governance e potere decisionale
A rendere il quadro ancora più complesso c’è il tema della governance. Musk controlla tra il 42% e il 54% del capitale di SpaceX, ma detiene fino al 79% dei diritti di voto, grazie a una struttura azionaria a doppia classe. In pratica, gli investitori istituzionali hanno un’influenza quasi nulla sulle scelte strategiche.
La fusione con xAI riporta alla luce un pattern già visto. Nel 2016 Tesla acquisì SolarCity, operazione contestata e finita in tribunale, seppur conclusa senza condanne nel 2022. Più recentemente, xAI ha assorbito X. Ora è xAI, con X al suo interno, a confluire in SpaceX. L’unico grande tassello ancora fuori resta Tesla.
Per il mercato, quindi, la questione non è se Elon Musk abbia una visione di lungo periodo. Il vero punto è capire se seguirla significhi accettare un sistema in cui le regole possono cambiare in corsa, senza che gli azionisti abbiano reali strumenti per incidere sulle decisioni. In altre parole, più che un investimento tradizionale, questo nuovo colosso sembra richiedere una fiducia totale nel suo fondatore.
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