Le tensioni nello Stretto di Hormuz tornano a pesare sugli equilibri geopolitici globali e rischiano di complicare ulteriormente i rapporti tra Stati Uniti e Cina. La situazione nel passaggio marittimo più strategico per il commercio energetico mondiale potrebbe addirittura mettere in discussione la visita del presidente americano Donald Trump a Pechino prevista per la fine di marzo.
Washington guarda con attenzione al ruolo che la Cina potrebbe giocare per contribuire alla riapertura e alla sicurezza dello stretto, ma da Pechino non sembrano arrivare segnali di particolare urgenza.
Trump avverte Pechino: senza collaborazione il viaggio potrebbe saltare
A lanciare il messaggio è stato lo stesso Donald Trump durante un’intervista al Financial Times. Il presidente statunitense ha sottolineato come la Casa Bianca si aspetti un contributo concreto da parte della Cina per garantire la sicurezza del traffico commerciale nello Stretto di Hormuz.
Secondo Trump, l’assenza di una posizione chiara da parte di Pechino potrebbe avere conseguenze anche sul piano diplomatico. Il viaggio del presidente americano in Cina, programmato per la fine di marzo, potrebbe infatti essere cancellato se non arriveranno segnali di collaborazione.
Negli ultimi giorni, Trump ha inoltre invitato diversi Paesi a valutare un intervento internazionale per mettere in sicurezza la rotta marittima, da cui transita una quota significativa del petrolio mondiale.
Per la Cina la situazione è meno urgente
Nonostante le pressioni statunitensi, la Cina sembra affrontare la crisi con maggiore calma. Secondo diversi osservatori e analisti del settore energetico, le navi cinesi continuano a transitare nello stretto senza particolari ostacoli, così come quelle iraniane.
Questo fattore riduce l’urgenza di un intervento diretto da parte di Pechino, che negli ultimi anni ha inoltre lavorato per diversificare le proprie fonti di approvvigionamento energetico, riducendo la dipendenza dal Golfo Persico.
In particolare, la strategia energetica cinese si basa su diversi pilastri:
- ampie riserve strategiche di petrolio, sufficienti a coprire diversi mesi di consumi
- una crescente produzione di energia da fonti rinnovabili, che attenua l’impatto di eventuali shock energetici
A questi elementi si aggiunge un altro fattore chiave: l’utilizzo della cosiddetta “flotta ombra”, una rete di petroliere impiegate per continuare a trasportare petrolio iraniano nonostante le restrizioni internazionali.
Petrolio iraniano ancora diretto verso la Cina
Grazie a questi canali alternativi, il flusso di greggio dall’Iran verso la Cina non si è mai realmente interrotto. Questo permette a Pechino di mantenere una relativa stabilità energetica anche in una fase di forte tensione nello Stretto di Hormuz.
Di conseguenza, l’appello lanciato da Trump alla leadership cinese rischia di non trovare una risposta immediata. Senza pressioni dirette sul sistema energetico del Paese, Pechino potrebbe infatti non avere motivi sufficienti per intervenire rapidamente nella gestione della crisi.
Nel frattempo, lo stallo su Hormuz continua ad avere ripercussioni non solo sul mercato energetico globale, ma anche sugli equilibri diplomatici tra le due principali potenze economiche del mondo. E il viaggio di Trump in Cina potrebbe diventare il primo vero banco di prova di questa nuova fase di tensione.
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