Il rally dei metalli preziosi sta assumendo contorni sempre più estremi. Nella seduta di venerdì, l’oro ha sfiorato quota 5.000 dollari l’oncia, mentre l’argento ha superato i 100 dollari, segnando una delle accelerazioni più impressionanti degli ultimi anni. Gli analisti parlano ormai apertamente di “debasement trade”, cioè di quel movimento in cui gli investitori cercano protezione dal deterioramento percepito della solidità monetaria e fiscale, spostandosi verso asset considerati rifugio. In altre parole, non è soltanto una questione di speculazione o di moda di mercato: dietro questa corsa sta crescendo l’idea che il denaro “valga meno” nel tempo e che l’equilibrio tra debito pubblico, deficit e fiducia nel dollaro stia diventando sempre più fragile.
L’oro, in particolare, è stato avviato verso la sua miglior settimana dal 2020 e risulta già in rialzo di circa 14% dall’inizio dell’anno, numeri enormi se si considera la natura storicamente più “lenta” di questo asset. A rendere il movimento ancora più interessante è il fatto che, secondo diverse letture di mercato, non sono solo le banche centrali a comprare oro in modo aggressivo: anche gli investitori del settore privato stanno entrando pesantemente sul trend, alimentando ulteriore domanda proprio mentre l’offerta fisica rimane relativamente rigida. Questo mix, quando prende forza, tende a trasformare l’oro da semplice bene difensivo a un vero asset da momentum, capace di muovere rapidamente e attirare capitali sempre più grandi.
Tra i principali motori del rialzo viene indicata la combinazione di più fattori macro: un dollaro USA più debole, la crescente aspettativa di un futuro allentamento della Federal Reserve, ma soprattutto il tema dei deficit fiscali elevati e della sostenibilità complessiva del debito americano. Quando il mercato inizia a percepire che la disciplina fiscale si sta erodendo, l’oro non viene più comprato soltanto come hedge contro l’inflazione, ma come protezione contro un rischio più profondo: la perdita di fiducia graduale nell’architettura finanziaria tradizionale. In questo scenario, ogni segnale di instabilità geopolitica e ogni riduzione della domanda per il debito pubblico diventano un accelerante naturale del movimento.
A rendere il quadro ancora più sensibile ci sono anche segnali che arrivano dall’Europa del Nord. In settimana, un fondo pensione danese ha dichiarato l’intenzione di uscire dai Treasury USA, mentre altre fonti hanno riportato che diversi grandi investitori nord-europei starebbero valutando con maggiore attenzione l’esposizione agli asset americani sullo sfondo di un clima geopolitico più teso. Questa parte del discorso è importante perché non riguarda un semplice ribilanciamento tecnico, ma un concetto più ampio: quando anche investitori tradizionalmente prudenti iniziano a ridurre la fiducia verso il debito sovrano, il mercato reagisce immediatamente rafforzando il ruolo dei metalli come rifugio “non legato” a una politica monetaria o a una singola nazione.
Se l’oro stupisce, l’argento sta facendo addirittura di più. I future risultano già in rialzo di circa 29% da inizio anno, con una velocità di crescita tipica delle fasi paraboliche. Qui però entra in gioco un elemento che rende l’argento diverso dall’oro: una parte enorme della sua domanda è collegata anche all’uso industriale, quindi oltre al classico ruolo di metallo rifugio c’è un effetto di pressione legato al ciclo produttivo. In più, secondo alcune letture, la Cina starebbe accumulando argento per uso domestico e avrebbe ridotto le esportazioni dall’inizio dell’anno, creando una dinamica di scarsità percepita che può amplificare ulteriormente il movimento dei prezzi. Quando un bene ha domanda industriale, domanda finanziaria e allo stesso tempo inizia a diventare difficile da reperire, la combinazione può portare a rialzi improvvisi e molto rapidi.
Il punto critico è che con movimenti così verticali diventa complicato parlare di “massimo” o “fine corsa”. Alcuni analisti fanno notare che l’argento ha già superato le medie previste nei modelli, ma allo stesso tempo riconoscono che chiamare un top in un mercato parabolico è quasi impossibile. La storia dell’argento, infatti, è piena di fasi in cui sale in modo violento e poi ritraccia in modo altrettanto brutale. Ed è proprio questo il rischio principale: l’argento può continuare a salire ancora, ma quando decide di invertire lo fa spesso con una rapidità che brucia chi è entrato tardi.
Alcuni osservatori vedono paralleli con la fase del 1979 e 1980, quando i metalli si mossero con una velocità simile e furono poi seguiti da un crollo pesante. In questo tipo di contesto, il tema non è soltanto “quanto può salire ancora”, ma anche “quanto può scendere velocemente se il mercato cambia umore”. È il classico scenario in cui la narrativa diventa dominante e il prezzo sembra muoversi più per inerzia e panico d’acquisto che per valutazioni razionali. Quando succede, la differenza tra un trend forte e una bolla diventa sottile, e spesso si capisce solo dopo.
Il fuoco però non riguarda soltanto oro e argento. Anche il resto del comparto sta vivendo una fase molto aggressiva: il platino ha toccato nuovi massimi con un rialzo di circa 36% da inizio anno, mentre il rame ha raggiunto record assoluti, superando quota 13.000 dollari a tonnellata a Londra. Questo allargamento del rally a più metalli suggerisce che non è un fenomeno isolato, ma un movimento di settore, alimentato da un mix di aspettative macro e domanda reale, con un livello di pressione che ormai coinvolge l’intero complesso delle materie prime.
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