Le prospettive dei conti pubblici italiani mostrano segnali di miglioramento nel breve periodo, ma il percorso resta fragile e costellato di incognite. A sottolinearlo è l’ultima analisi di Scope Ratings, l’agenzia europea di rating, che mette in luce come il consolidamento fiscale dell’Italia dovrà confrontarsi con tre fattori potenzialmente destabilizzanti: le tensioni geopolitiche in Medio Oriente, l’aumento delle spese per la difesa e l’impatto crescente dell’invecchiamento demografico.
Nel report, gli analisti Alessandra Poli e Carlo Capuano evidenziano che la riduzione progressiva del deficit pubblico rappresenta un segnale incoraggiante per la sostenibilità delle finanze statali. Tuttavia, per mantenere questa traiettoria serviranno politiche economiche coerenti, stabilità politica e la capacità di preservare avanzi primari nel tempo.
Conti pubblici in miglioramento, ma l’Europa resta prudente
Negli ultimi anni l’Italia ha compiuto passi avanti significativi sul fronte fiscale. Dopo un deficit primario pari al 3,5% del PIL nel 2023, il saldo dovrebbe tornare positivo nel 2025, con un avanzo stimato allo 0,7% del PIL. Questo risultato è stato favorito sia dalla crescita delle entrate fiscali sia da un controllo più rigoroso della spesa pubblica, anche grazie alla progressiva riduzione dei crediti fiscali legati alle ristrutturazioni edilizie.
Secondo le stime, il disavanzo complessivo dovrebbe attestarsi al 3,1% del PIL nel 2025, con un ulteriore miglioramento negli anni successivi. Le proiezioni indicano:
- 2,8% nel 2026
- 2,7% nel 2027
- una stabilizzazione intorno al 2,4% fino al 2030
A sostenere questo percorso sarà soprattutto il rafforzamento dell’avanzo primario, che potrebbe raggiungere in media l’1,2% del PIL e arrivare fino all’1,9% entro il 2030.
In questo scenario non è escluso che l’Italia riesca a uscire già nel 2026 dalla procedura europea per disavanzo eccessivo. La decisione finale dipenderà dai dati ufficiali sul deficit 2025 pubblicati da Eurostat e dalla successiva valutazione della Commissione europea, che dovrà poi essere approvata dal Consiglio dell’UE.
Geopolitica ed energia: le incognite sulla crescita
Uno dei principali elementi di rischio riguarda l’evoluzione del conflitto in Medio Oriente. Un eventuale prolungamento delle tensioni potrebbe avere effetti diretti sull’economia italiana, soprattutto attraverso il mercato energetico.
Nonostante negli ultimi anni il Paese abbia diversificato le proprie fonti di approvvigionamento energetico dopo la guerra in Ucraina, l’Italia resta fortemente dipendente dalle importazioni di gas. Un nuovo aumento dei prezzi dell’energia potrebbe alimentare l’inflazione, ridurre il potere d’acquisto delle famiglie e rallentare sia i consumi sia le esportazioni.
In uno scenario economico meno favorevole, con una crescita attorno allo 0,3% invece dello 0,7% previsto, il deficit pubblico potrebbe restare sopra la soglia del 3% anche nel 2026, complicando il percorso di uscita dalla procedura europea.
Difesa, possibili nuove spese dopo l’uscita dalla procedura
Se l’Italia dovesse effettivamente uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo, il governo potrebbe avere margini più ampi per aumentare la spesa militare. In questo caso Roma potrebbe attivare la cosiddetta clausola di salvaguardia nazionale, che permette deviazioni temporanee dagli obiettivi di spesa concordati con Bruxelles.
Il piano ipotizzato prevede un incremento progressivo della spesa per la difesa:
- circa +0,15% del PIL nel 2026 e nel 2027
- +0,2% nel 2028
L’obiettivo sarebbe portare le spese militari al 2,5% del PIL entro il 2028, rispetto a circa il 2% stimato per il 2025, in linea con gli standard NATO.
Per sostenere questo aumento, l’Italia potrebbe beneficiare di circa 14,9 miliardi di euro di prestiti SAFE (Security Action for Europe), pari allo 0,7% del PIL del 2025. Queste risorse sarebbero destinate a coprire parte delle nuove spese militari tra il 2026 e il 2028 e a contenere il peso degli interessi sul debito.
Demografia e stabilità politica: i rischi nel medio periodo
Guardando oltre l’orizzonte immediato, Scope Ratings individua alcune criticità strutturali che potrebbero incidere sulla solidità dei conti pubblici italiani. Tra queste emergono in particolare:
- la stabilità dei governi e la continuità delle politiche economiche
- l’impatto crescente dell’invecchiamento della popolazione
Negli ultimi anni la maggiore stabilità politica ha contribuito a rafforzare la fiducia degli investitori internazionali nel debito italiano, soprattutto mentre la Banca centrale europea sta riducendo progressivamente il proprio sostegno ai titoli di Stato.
Parallelamente, però, il costo degli interessi è destinato a salire: dal 3,8% del PIL nel 2025 fino al 4,2% nel 2030, per poi stabilizzarsi intorno al 4% nel decennio successivo.
Ancora più significativa è la dinamica della spesa pensionistica. L’Italia è tra i Paesi europei in cui i costi legati all’invecchiamento della popolazione cresceranno più rapidamente. Secondo le stime della Commissione europea, la spesa per pensioni passerà dal 15,5% del PIL nel 2025 al 16,4% nel 2030, fino a raggiungere un picco del 17,3% nel 2037.
Anche ipotizzando che circa metà di questi costi venga compensata attraverso riallocazioni di bilancio, l’avanzo primario potrebbe comunque ridursi progressivamente dopo il 2030, scendendo dall’1,9% fino a circa l’1,3% del PIL entro il 2035.
Debito pubblico: calo lento ma possibile
Nonostante queste pressioni, lo scenario centrale delineato da Scope Ratings resta moderatamente positivo. Dopo un picco previsto al 138,4% del PIL nel 2026, il rapporto debito/PIL dell’Italia potrebbe iniziare a diminuire gradualmente, arrivando intorno al 133% entro il 2035.
Questo risultato, tuttavia, dipenderà da alcune condizioni fondamentali: l’assenza di nuovi shock macroeconomici, la capacità di contenere parte dei costi legati all’invecchiamento della popolazione e la prosecuzione delle riforme economiche.
In definitiva, la sostenibilità dei conti pubblici italiani nei prossimi anni sarà strettamente legata alla continuità delle politiche economiche e alla capacità di rafforzare il potenziale di crescita del Paese, oggi stimato intorno allo 0,7% annuo. Un fattore chiave per rispettare le regole fiscali europee e consolidare la fiducia dei mercati.
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