Nelle ultime settimane, e più in generale negli ultimi mesi, diverse big cap italiane hanno aumentato in modo evidente la presenza sul mercato dei bond, sfruttando una finestra di finanziamento considerata ancora favorevole. L’obiettivo non è “fare cassa” in senso generico, ma mettere ordine nella struttura del debito: allungare le scadenze, ridurre il rischio di rifinanziamento e rendere più solida la gestione finanziaria in un contesto in cui la visibilità sui tassi, pur migliorata, resta un tema centrale.
Secondo l’ufficio studi di Intesa Sanpaolo, l’avvio del 2026 ha mostrato un andamento positivo per i corporate bond sia per i titoli in euro che in dollari e un ulteriore, seppur moderato, restringimento degli spread, senza particolari differenze tra le classi di rating. Un segnale importante: quando gli spread scendono e la domanda resta sostenuta, le società trovano un mercato primario ricettivo e tendono ad anticipare le mosse per “blindare” il costo del capitale.
In questo scenario si inseriscono nomi di peso come Enel, Snam ed Eni, ma la dinamica riguarda anche il comparto finanziario, dove banche e assicurazioni continuano a utilizzare le emissioni come leva di gestione del capitale e degli indici patrimoniali. Sempre in quei giorni, ad esempio, Unicredit ha collocato un bond da 1 miliardo, Banca Mediolanum da 500 milioni e Generali da 650 milioni, confermando che il mercato del credito resta uno strumento molto attivo per sostenere strategie e pianificazione.
Come può investire un retail nei corporate bond delle big cap
Un punto spesso sottovalutato riguarda l’accessibilità. Molte delle emissioni recenti non sono pensate per il pubblico retail: possono essere riservate a investitori istituzionali, avere tagli minimi elevati oppure venire collocate tramite canali bancari selezionati. Questo significa che, per il piccolo investitore, entrare in queste operazioni “alla fonte” è spesso difficile.
Nella pratica, l’esposizione ai corporate bond arriva soprattutto in modo indiretto, tramite fondi obbligazionari o strumenti che acquistano i titoli sia in fase di collocamento sia sul mercato secondario. Ed è qui che il legame tra debito ed equity diventa interessante: quando una società ottiene buone condizioni di emissione, l’effetto può riflettersi anche sulle valutazioni di Borsa, perché migliora la percezione del rischio e rende più credibile la traiettoria finanziaria.
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Enel, bond ibridi da 2 miliardi: più costo, ma migliore gestione delle scadenze
Tra le operazioni che hanno attirato maggiore attenzione spicca quella di Enel, che ha collocato l’intero ammontare autorizzato di 2 miliardi di euro in bond ibridi.
In base alle valutazioni riportate in quei giorni, l’operazione comporterebbe un incremento degli oneri finanziari rispetto agli strumenti precedenti, stimato in circa 20-25 milioni annui, ma con un beneficio chiave: una gestione molto più efficiente del profilo di scadenza.
Secondo una recente analisi di Equita SIM, l’emissione permette di evitare uno step-up di 100 punti base sul costo dei bond esistenti, migliorare il quadro delle scadenze e ottimizzare in particolare le dinamiche legate ai rimborsi anticipati attesi nel 2026. Inoltre, l’aumento marginale dell’equity content rafforza la struttura patrimoniale, rendendo l’operazione coerente con un approccio di stabilizzazione finanziaria di lungo periodo.
A livello di mercato, Enel aveva chiuso la seduta del 12 gennaio a 9,27 euro: un dato che fotografa il contesto di quei giorni e aiuta a capire perché le emissioni siano state lette come un tassello strategico e non come una semplice raccolta.
Snam, green bond convertibile: finanza sostenibile e operazione “strutturata” su Italgas
Più articolata la mossa di Snam, che ha collocato un green convertible bond da 500 milioni di euro con scadenza 2031, convertibile in azioni ordinarie esistenti di Italgas. In parallelo, la società ha effettuato anche il riacquisto delle convertibili in scadenza nel 2028, ridisegnando in modo più ordinato la propria esposizione su questo tipo di strumenti.
Il bond, destinato a investitori istituzionali, prevede una cedola annua fissa compresa tra 1,5% e 2% e una durata di cinque anni. I proventi sono destinati a finanziare progetti eleggibili secondo il Green Financing Framework di Snam, elemento che rende l’operazione doppia: da un lato è una scelta di gestione del debito, dall’altro rafforza la coerenza con le linee ESG e con le metriche ormai richieste dal mercato.
Sempre secondo le indicazioni disponibili in quei giorni, Banca Akros ha confermato la valutazione “accumulate” su Snam, con chiusura del 12 gennaio a 5,81 euro e target price a 5,70 euro, evidenziando soprattutto il vantaggio di estendere la durata media del debito mantenendo un costo complessivamente contenuto.
Sul fronte equity, la struttura della convertibile ha acceso i riflettori anche su Italgas, che ha mostrato una reazione positiva nelle sedute successive all’annuncio, proprio perché gli investitori hanno interpretato l’operazione come un’azione tecnica ma potenzialmente rilevante a livello di domanda e aspettative.
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Eni, successo per l’ibrido perpetuo da 1 miliardo: domanda oltre 6 miliardi
Anche Eni si è mossa con decisione in questo contesto, collocando un’obbligazione subordinata ibrida perpetua da 1 miliardo di euro che, secondo i dati riportati al 14 gennaio, ha raccolto ordini per oltre 6 miliardi. La domanda è arrivata in larga parte da investitori di Regno Unito, Germania, Francia e Italia, a conferma di come il mercato internazionale continui a vedere valore nei grandi emittenti italiani quando la struttura dell’operazione è considerata solida.
Il titolo, emesso nell’ambito del programma EMTN, prevede una cedola annua del 4,125% fino alla prima data di reset nel 2032. Numeri che aiutano a spiegare l’interesse: strumenti di questo tipo offrono un equilibrio tra rendimento e caratteristiche che possono essere lette come “quasi capitale”, aumentando la flessibilità finanziaria in una fase in cui un gruppo energetico deve mantenere spazio per investimenti e transizione industriale.
Banca Ifis e Unipol, nuove emissioni nel settore finanziario
Il mercato obbligazionario non è però un terreno esclusivo delle utility e dell’energia. Anche sul fronte bancario e assicurativo continuano a emergere operazioni mirate, spesso con l’obiettivo di rafforzare i coefficienti e ottimizzare la struttura del capitale regolamentare.
Tra le notizie citate in quel periodo, Banca Ifis ha collocato presso investitori istituzionali un’obbligazione Tier 2 fino a 400 milioni di euro, inserendosi in un flusso che ha coinvolto l’intero comparto. Unipol Assicurazioni, invece, ha autorizzato l’emissione di obbligazioni subordinate Restricted Tier 1 in ammontare benchmark, destinate a investitori qualificati e con possibile quotazione su Euro MTF e Borsa del Lussemburgo.
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Maire e Poste Italiane, le mosse di fine 2025 che hanno anticipato il trend
Guardando a fine 2025, alcune società avevano già dato un segnale chiaro della direzione del mercato. Maire ha anticipato il rimborso di un bond da 200 milioni con scadenza 2028, approfittando delle condizioni ottenute con una nuova emissione: un sustainability-linked bond al 4% con scadenza 2030 per 275 milioni. Secondo valutazioni riportate in quei giorni, l’operazione riduce il costo medio del capitale e rende la struttura finanziaria più efficiente, rafforzando la flessibilità futura.
Anche Poste Italiane, a novembre 2025, ha collocato un bond senior unsecured da 750 milioni con cedola al 3%, con una domanda che ha superato di oltre tre volte l’offerta. In quel contesto, Mediobanca Research aveva sottolineato come la scelta avesse un valore strategico soprattutto per la diversificazione delle fonti di finanziamento, cioè uno dei temi più rilevanti quando si parla di solidità di lungo periodo.
In sintesi, le emissioni delle big cap italiane non sono un fuoco di paglia, ma la conseguenza di un mercato che (al 14 gennaio) risultava ancora “aperto” e in grado di assorbire nuove operazioni con buona domanda. Per società come Enel, Snam ed Eni, i bond diventano uno strumento di ingegneria finanziaria e strategia industriale: servono a gestire il debito, migliorare la resilienza e presentarsi agli investitori con un profilo più stabile, soprattutto quando le scadenze future rischiano di pesare sulla narrativa di Borsa e sulle valutazioni degli analisti.
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