Lo schermo di un tablet con un grafico finanziario e il logo di Adobe
Adobe - BorsaInside.com

Negli ultimi mesi, le azioni Adobe sono passate dall’essere tra i titoli tecnologici più amati di Wall Street a una delle delusioni più pesanti del settore. Il prezzo ha toccato un minimo vicino ai 309 dollari, livello che non si vedeva dal novembre 2022, e oggi risulta ancora lontanissimo dai massimi storici del 2021, con un calo di oltre il 55%. Una discesa del genere non è solo un problema “di grafico”: significa miliardi di valore bruciati e una capitalizzazione di mercato scesa da oltre 340 miliardi a circa 129 miliardi di dollari.

Il punto centrale è uno: il mercato ha iniziato a guardare Adobe con più scetticismo, soprattutto per via della nuova concorrenza e per l’impatto crescente dell’intelligenza artificiale nel mondo del design e della creatività digitale.

Perché gli analisti stanno perdendo fiducia su Adobe

A pesare sul titolo non è soltanto l’andamento generale del tech, ma anche un cambio netto di sentiment da parte di diverse banche d’investimento. Alcuni analisti temono che la leadership storica di Adobe nel software creativo possa essere messa in discussione da soluzioni più moderne, spesso più economiche e più rapide da usare, che integrano strumenti IA sempre più evoluti.

Tra le mosse più significative c’è il downgrade di Oppenheimer, che ha ridotto la valutazione del titolo da “overperformance” a “market performance”, citando il rischio di una possibile “disruption” legata alla diffusione di strumenti di IA più avanzati. Anche Goldman Sachs mantiene una visione prudente, con rating di vendita e un prezzo obiettivo intorno ai 290 dollari, mentre anche altri player come BMO e Jefferies hanno ridimensionato le aspettative.

Il risultato di questo clima è evidente: il prezzo obiettivo medio degli analisti è sceso in modo netto, passando da circa 575 dollari di dodici mesi fa agli attuali 406 dollari. Un taglio così forte indica che il mercato non sta più premiando il titolo come “growth stock” ad alto potenziale, ma lo sta trattando con molta più cautela.

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IA, nuovi competitor e paura di un calo della domanda

Il timore più grande riguarda l’evoluzione del settore: con l’IA generativa che diventa sempre più “user friendly”, una parte degli investitori pensa che la domanda per alcuni strumenti storici di Adobe possa ridursi nel tempo, soprattutto tra utenti entry level, creator occasionali e aziende che cercano soluzioni immediate.

In parallelo, c’è la sensazione che alcune funzionalità IA lanciate di recente da Adobe siano promettenti, ma non ancora abbastanza “rivoluzionarie” da convincere il mercato nel breve periodo. E nei mercati finanziari, quando la narrativa dominante diventa “Adobe potrebbe non essere più indispensabile come prima”, la pressione sul titolo aumenta inevitabilmente.

A complicare il quadro, poi, c’è una concorrenza sempre più aggressiva. Due nomi su tutti vengono citati spesso dagli investitori:

  • Canva, che negli anni è diventata una piattaforma di riferimento per il design rapido, con una crescita impressionante e una valutazione privata che ha superato i 42 miliardi di dollari
  • Figma, che ha conquistato spazio soprattutto nel mondo del design collaborativo e del prodotto digitale

Questa competizione non significa automaticamente che Adobe sia destinata a perdere il mercato, ma obbliga l’azienda a difendere il proprio posizionamento in un settore dove la velocità di innovazione è diventata feroce.

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Crescita più lenta: da “titolo esplosivo” a “azienda matura”

Un altro elemento che ha spinto alla discesa è l’idea che Adobe non sia più nella fase di crescita accelerata di qualche anno fa. I risultati più recenti hanno mostrato ricavi in aumento di circa 10%, arrivando a un nuovo record di 6,19 miliardi di dollari nel quarto trimestre dell’anno fiscale 2025.

Numeri solidi, sì, ma non più “da azienda in iper crescita”. E quando un titolo è stato valutato per anni come premium asset, il mercato tende a essere spietato nel momento in cui la crescita rallenta.

Detto questo, un dato resta molto importante per gli investitori di lungo periodo: gli RPO (Remaining Performance Obligations), cioè gli obblighi di ricavo futuri legati ai contratti già firmati, sono arrivati a circa 22,5 miliardi di dollari. In sostanza, è un indicatore che mostra quanta domanda “in pipeline” sia già presente e che molti analisti ritengono possa continuare ad aumentare nel tempo.

Ora Adobe costa meno: il titolo è davvero diventato un affare?

Ed è qui che entra in gioco la parte più interessante della storia: dopo il crollo, Adobe non sembra più valutata come un titolo “caro a prescindere”, ma come una società che potrebbe essere tornata attraente per chi ragiona in ottica value-tech.

Alcuni multipli oggi risultano decisamente più bassi rispetto al passato:

  • P/E forward intorno a 13,9, contro una media storica quinquennale vicina a 30 e con la mediana del settore attorno a 25
  • PEG forward intorno a 1,07, inferiore alla mediana di settore che si aggira intorno a 1,71

In pratica, il mercato sta già scontando una fase più complicata, riducendo drasticamente il premio pagato per possedere il titolo. Questo tipo di contesto, spesso, è quello in cui iniziano a tornare gli investitori che cercano aziende di qualità con valutazioni più “terrestri”.

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Margini forti e “Rule of 40”: il vantaggio strutturale resta

Nonostante le difficoltà di percezione e concorrenza, Adobe continua ad avere uno dei punti di forza più importanti nel mondo software: la profittabilità.

Con una crescita che resta intorno al 10% e margini solidi (circa 30% a livello EBITDA e circa 40% come utile netto), l’azienda continua ad avere numeri che molte realtà tech si sognano. Questo equilibrio è spesso letto attraverso il concetto di Rule of 40, che considera “sana” un’azienda quando crescita + margine raggiungono almeno quota 40. Adobe ci rientra ancora, e questo riduce il rischio che il titolo sia “strutturalmente fragile”.

Le stime future indicano ancora crescita di ricavi e utili

Anche sul fronte delle previsioni, il mercato non sta parlando di un’azienda in declino, ma di un colosso che continua ad avanzare, seppur con un ritmo più moderato.

Le stime medie indicano:

  • ricavi attesi intorno ai 26 miliardi e successivamente 28,35 miliardi di dollari, con crescita vicino al 9% anno su anno
  • EPS stimato in aumento da circa 20,95 dollari nel 2025 a circa 23,45 dollari quest’anno
  • ulteriore miglioramento previsto a circa 26,3 dollari nell’anno fiscale successivo

Questo significa che, almeno nelle proiezioni degli analisti, Adobe resta un’azienda capace di aumentare utile e fatturato, anche in un contesto più competitivo.

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Analisi tecnica ADBE: il grafico suggerisce un possibile rimbalzo

Osservando il grafico settimanale, il trend ribassista è stato chiaro e aggressivo, con il prezzo sceso fino all’area dei 309 dollari, minimo che non si vedeva da diversi mesi.

Tuttavia, uno degli aspetti più interessanti è la formazione di un ampio cuneo discendente (falling wedge), una figura tecnica spesso associata a possibili inversioni rialziste quando le due linee di compressione iniziano a convergere. In analisi tecnica, questo pattern viene considerato tra i segnali più comuni di potenziale recupero, soprattutto quando coincide con valutazioni fondamentali più interessanti.

Se il titolo dovesse avviare un recupero credibile, un primo livello tecnico importante da monitorare sarebbe intorno a 350 dollari, area che potrebbe agire da resistenza e punto di conferma del rimbalzo.

Lo scenario opposto resta comunque possibile: se la pressione dovesse continuare, il mercato potrebbe spingere il prezzo verso il supporto chiave intorno ai 272 dollari, minimo visto a settembre 2022.

Il crollo di Adobe non è nato quindi da un singolo evento, ma da un mix di fattori: timori legati all’IA, concorrenza più aggressiva, crescita più lenta e downgrade degli analisti. Allo stesso tempo, le valutazioni sono diventate più basse, la redditività resta forte e la struttura tecnica potrebbe aprire la strada a un recupero graduale nel medio-lungo periodo.

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