Che quella attuale sia di fatto una fase di ripresa economica è evidente, ma quanto ripida sarà la risalita? Secondo Didier Saint-Georges, membro del comitato strategico di investimento di Carmingac “non c’è dubbio che l’attività economica globale stia registrando una fase di ripresa“, d’altra parte è il minimo che ci si aspetta dopo un periodo in cui mezzo mondo ha affrontato misure di contenimento che definire drastiche è un eufemismo.

Le conseguenze di un lockdown così rigido e prolungato ha determinato un periodo di isolamento caratterizzato da “domanda repressa, ricostruzione delle scorte, ingente tasso di risparmio e, naturalmente, massicci stimoli monetari e fiscali”.

Ma questa ripartenza sarà effettivamente rapida come si spera? A dare un’occhiata all’attuale andamento dell’economia si direbbe di no. Invece della ripresa a V che tutti auspicavano si rischia di vedere un cambio di rotta molto meno repentino.

Ad opporsi alla “V” saranno alcuni ostacoli di diversa natura, a cominciare dal tasso di risparmio che a livello precauzionale resterà alto e continuerà ad esserlo fintanto che nei consumatori e soprattutto negli investitori permarrà quel senso di paura del futuro, con all’orizzonte uno scenario tutt’altro che rassicurante per quel che riguarda i livello di occupazione.

Secondo Carmignac inoltre la fase di riapertura non sta seguendo una traiettoria rettilinea. “A livello globale è previsto un elevato numero di contagi, fattore che rischia di ritardare il ritorno a modelli di spesa normali” osserva infatti Saint- Georges.

Ma l’analisi comprende anche altri aspetti che vale considerare, come il trend deflazionistico che era emerso peraltro già prima dell’esplosione dell’emergenza coronavirus. Un punto che non è semplice da gestire questo, ma bisogna effettivamente ricordare che i margini delle imprese erano già sotto pressione prima dell’inizio della pandemia, con livelli di indebitamento piuttosto alti.

E qui si pone l’obbligo di prendere in esame la forma della ripresa della Cina, che secondo il gestore sta avvenendo in modo piuttosto lento, soprattutto sotto l’aspetto dei consumi. La V c’è, ma solo nella produzione industriale, nel settore immobiliare e nelle infrastrutture “mentre osserviamo una ripresa a U nel settore degli investimenti privati e a L per quanto riguarda i consumi”.

La soluzione? Secondo Carmignac sarebbe il caso di ricorrere ad un nuovo pacchetto di misure fiscali nel breve termine in Cina, attraverso le quali si può evitare che nel terzo trimestre si verifichi il peggio.

Un altro aspetto da considerare è legato alla reazione dei mercati, che stanno riducendo il loro orizzonte di investimento in quanto e prospettive offerte dal medio e lungo termine sono tutt’altro che nitide. Si riserva quindi maggiore attenzione agli investimenti che permettono una immediata ripresa e al recupero di titoli azionari ciclici, e ciò comporta la fragilità dei mercati.

Le presidenziali Usa e il loro impatto sui mercati

Tra i temi di più grande rilievo del 2020 rientra chiaramente quello delle elezioni presidenziali che si svolgeranno in autunno negli Stati Uniti, con gli occhi degli osservatori economici puntati sulle conseguenze che produrranno sui mercati.

“La gestione della crisi innescata dalla pandemia, il crollo economico e i temi razziali sono questioni molto problematiche che Trump, candidato al secondo mandato come presidente degli Usa, deve necessariamente affrontare”.

Le speranze di vittoria di Donald Trump “sono diminuite in modo significativo da aprile” spiegano gli esperti “secondo i sondaggi attuali Biden è in vantaggio negli swing State, e questo gli permetterebbe di essere eletto presidente ottenendo la maggioranza solo in Florida, o con una vittoria in altri due Stati chiave. Trump, al contrario, dovrebbe vincere in almeno 4 swing State”.

D’altra parte quando si parla di esito delle presidenziali Usa bisogna sempre tenere in conto anche dei risultati elettorali del Congresso per valutare il possibile impatto. Se si va a ritroso alla ricerca del cambio di direzione più evidente degli anni scorsi, indubbiamente non si può fare a meno di notare “l’abbassamento significativo delle quote dei bookmaker a favore di un Senato repubblicano. Con il pieno sostegno di entrambe le Camere, l’elezione di Joe Biden porterebbe a un significativo aumento della pressione fiscale”.

Non esattamente il miglior piano che si riesca ad immaginare per la fase di ripresa, eppure secondo Carmignac il piano fiscale del candidato democratico produrrebbe una netta inversione di marcia per almeno metà dei tagli fiscali promossi dal presidente Trump.

Non solo, gli Usa andrebbero anche incontro ad un aumento della spesa per le infrastrutture, a maggiori tensioni con la Cina, a fronte di un miglioramento dei rapporti con l’Europa, e si sbilancerebbero maggiormente sulle politiche ambientali, rientrando senz’altro nel quadro dell’accordo di Parigi sul clima.

Uno dei rischi economici che gli Usa potrebbero correre nei prossimi mesi è rappresentato soprattutto dalle scelte di piccole e medie imprese che, a fronte di un clima di profonda incertezza, potrebbero decidere di ritardare le assunzioni e le decisioni in tema di investimenti in conto capitale.

Secondo Didier Saint-Georges, in linea generale, la crisi sta confermando la tendenza alla “giapponizzazione globale” deflazionistica. Ed in questo modo proiettano i settori azionari della crescita secolare verso una performance nel medio termine decisamente buona.

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