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Vaia (Spallanzani), "isolate mutazioni meno gravi di quella prevalente in Italia"

Vaia (Spallanzani),

Il direttore sanitario dell'Istituto Spallanzani di Roma ha ribadito che non tutte le mutazione del coronavirus portano a un peggioramento della situazione

Sono ormai diversi mesi che gli scienziati di tutto il mondo, soprattutto microbiologi e virologi, sottolineano l'importanza di studiare Sars-CoV-2 attraverso il sequenziamento genomico perché solo attraverso questa tecnica si può capire effettivamente come il virus muta (sebbene le mutazioni continuino ad essere casuali).




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Ad oggi, infatti, sappiamo bene che il coronavirus è già mutato più e più volte, dando vita a numerosi ceppi tutti differenti e con caratteristiche uniche. Tuttavia non tutti questi nuovi ceppi vanno a peggiorare il quadro epidemiologico. Infatti proprio in questi giorni è stata sequenziata una variante "benigna" tra gli indiani rientrati in Italia, e questa sembra essere "un ceppo meno grave di quello prevalente nel nostro Paese", ovvero quella che è stata denominata variante inglese.

A spiegarlo è il direttore sanitario dell'Istituto nazionale malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, Francesco Vaia, che durante un'intervista a "Il Messaggero" ha invitato la popolazione a mantenere la calma per quanto riguarda l'argomento varianti.

Vaia ha infatti spiegato: "il nemico è il virus, non le varianti. Le mutazioni ci aiutano a capire come avere strumenti sempre adatti a fronteggiare la pandemia. Ma non ci devono spaventare. La ragazza positiva alla variante sudafricana è in via di guarigione, la situazione è sotto controllo. Inoltre tra gli indiani abbiamo scoperto, col nostro sequenzimetro, alcune mutazioni "benigne", meno gravi dal punto di vista della contagiosità e della patogenicità. Questo è positivo perché significa che il virus può mutare in forme meno invalidanti".

Secondo i ricercatori, Sars-CoV-2 è una minaccia perché, come per qualsiasi altro virus appena conosciuto, si tratta appunto di un microrganismo sconosciuto che si diffonde e infetta le cellule di soggetti che non possiedono ancora un sistema immunitario addestrato per riconoscerlo e combatterlo. Secondo un recente studio pubblicato su Science il 12 febbraio scorso, però, non sarà più così non appena la popolazione mondiale verrà vaccinata o comunque entrerà in contatto con il virus, in modo da sviluppare naturalmente degli anticorpi.

Gli scienziati continuano però a sottolineare che le varianti che continuano a diffondersi maggiormente sono quelle che portano effettivamente a un vantaggio per il virus stesso. Inoltre quelle che sono state sequenziate in tutto il mondo è ormai chiaro che hanno soppiantato il ceppo originario proveniente da Wuhan. Da alcune indagini recenti è poi emerso che molti di questi ceppi mutanti in realtà presentano delle mutazioni simili, quindi ciò per ora non ha compromesso il lavoro svolto sino ad oggi nella ricerca di un vaccino efficace.

In questi giorni anche dal laboratorio di Virologia Molecolare del San Matteo di Pavia è arrivata una notizia positiva. Il professore Fausto Baldanti, infatti, durante un'intervista a "La Repubblica" ha spiegato: "ciò che vediamo ci porta a pensare sempre più convintamente che il virus stia finalmente incontrando una fase che potremmo definire di declino".

Inoltre lo studio del virus "che non può mutare all'infinito" ha rafforzato l'ipotesi secondo la quale, per quanto le mutazioni continuino ad essere casuali, queste tendono a verificarsi in punti più o meno simili del genoma: "e, come abbiamo notato più volte, la mutazione 484 ritorna. Quindi questo significa che più di tanto un virus non può trasformarsi nel punto in cui la proteina Spike aggancia le cellule".

Lo scienziato ha poi aggiunto: "abbiamo osservato che, se le mutazioni cominciano a ritornare nelle stesse posizioni, si è ad un punto in cui il virus potrebbe anche non evolvere, inoltre le posizioni non possono mutare all'infinito perché sono in numero limitato. Ora, infatti, stiamo osservando mutazioni che tornano negli stessi punti".

La speranza collettiva, dunque, è quella che tutti questi questi dati possano indicare che il Covid che abbiamo conosciuto stia lentamente cominciando una fase di declino, poiché impossibilitato a mutare all'infinito, e che quindi stia esaurendo la sua capacità di sopravvivenza. Dunque il Covid si potrebbe trasformare, come già ipotizzato da diversi scienziati, in un virus umano a bassa intensità, e magari anche in meno dei 10 anni previsti dai modelli teorici degli epidemiologi.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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