Per cercare di contrastare l’aumento dei prezzi in bolletta non bisogna estrarre più gas “autarchico”, come suggerito dal MiTE, ma occorre eliminare tutti fli oneri di sistema impropri ed iniziare ad investire seriamente nel settore delle rinnovabili.

La proposta avanzata dal ministro Cingolani è “senza senso” e poco “lungimirante”. Basta infatti considerare le quantità di gas fossile teoricamente disponibili, che sono praticamente nulla rispetto al fabbisogno nazionale. Questa la risposta di Wwf, Legambiente e Greenpeace alla “soluzione” proposta dal MiTE.

In questi giorni, infatti, durante un’intervista a Il Messaggero, il ministro Cingolani aveva suggerito di “usare tutte le frecce a nostra disposizione” per cercare di contrastare l’eccessivo aumento dei prezzi di luce e gas. “Nei prossimi 12-18 mesi dobbiamo muoverci anche in altre direzioni, come quella di aumentare la produzione di gas nazionale con giacimenti già aperti“, ha affermato il ministro della Transizione Ecologica.

In seguito Cingolani ha anche aggiunto una stima approssimativa di quella che potrebbe essere la produzione di gas se si decidesse di utilizzare la stregia da lui proposta, affermando che si potrebbero “magari raddoppiare i 4 miliardi di metri cubi attuali“.

Perché la proposta di Cingolani è del tutto priva di senso

Attualmente l’Italia ha un fabbisogno di 72 Sm3 (metri cubi standard) di gas, quindi a questo ritmo le riserve certe di gas presenti sul territorio nazionale verrebbero esaurite in 10 anni. Occorrerebbe quindi esplorare meglio quelle riserve catalogate come “probabili“, che sono stimate in quasi 46 miliadi di Sm3.

Tuttavia le 3 associazioni (Wwf, Legambiente e Greenpeace) affermano: “sono delle quantità, sia che si parli di riserve certe che di probabili, del tutto irrisorie rispetto all’attuale fabbisogno di gas del nostro Paese, che è il vero problema da risolvere in tempi rapidi e in maniera sistemica”.

Pur ipotizzando di riuscire ad estrarre al massimo le fonti di gas fossile presenti nel sottosuolo e nei fondali marini italiani, il problema del caro bollette si ripresenterebbe dopo pochissimo tempo. Infatti si tratta “di una cifra che, anche se andassimo ad estrarre tutte insieme le riserve certe di gas dal nostro territorio, ci renderebbe indipendenti per poco più di 7 mesi“.

“Agonia che verrebbe protratta fino a 15 mesi se includessimo anche tutte le riserve probabili“, sottolinano le 3 associazioni. Inoltre bisognerebbe vedere l’entità dei benefici concreti che un’azione di questo tipo porterebbe.

Bisogna infatti considerare che il prezzo non lo fa il Paese ma il mercato e inoltre non è nemmeno detto che tutto il gas estratto finirebbe poi in Italia, aggiungono i 3 firmatari.

Secondo Wwf, Greenpeace e Legambiente la strategia per combattere il caro bollette dovrebbe essere basata su 3 pilastri. Il primo riguarda l’eliminazione di tutti gli oneri di sistema impropri dalle bollette elettriche, che pure subiscono dei continui rincari.

Il secondo prevede un’intervento sulla componente energia, ossia un investimento nel settore delle fonti rinnovabili non solo attraverso le comunità energetiche, ma anche nei grandi impianti.

Il terzo punto invece riguarda la ricerca di nuove politiche di efficienza energetica che, da oggi al 2030, possano portare ad una riduzione dei consumi del 50% in tutti gli edifici, residenziali e non, restando quindi in linea con gli obiettivi europei.

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