Energia idroelettrica, il potenziale è alto ma limitato dagli impianti datati

In Italia l’idroelettrico rappresenta il 40,7% della generazione elettrica da rinnovabili, mentre l’eolico è al 16% e il solare al 21,3%.

Dalle centrali posizionate a valle delle dighe o lungo i fiumi, e che riescono quindi a sfruttare il movimento dell’acqua, arriva circa il 17,6% della produzione totale di energia, ossia circa 49 su 280 TWh, secondo i dati raccolti da Terna nel 2020.

Ma sarebbe possibile sfruttare maggiormente questa preziosa forza di energia? Maurizio Righetti, docente di Costruzioni idroelettriche presso l’Università di Bolzano, in un’intervista a Ilfattoquotidiano ha affermato: “le potenzialità ci sono, ma bisogna capire in che direzione investire dato che nelle aree adatte ai grandi impianti già si è costruito e i mini-idro realizzati negli ultimi 20 anni non hanno contribuito più di tanto alla produzione di energia da questa fonte”.

Vi è però un problema. Bisogna tenere conto infatti che la maggior parte di questa energia viene prodotta sulle Alpi, con impianti grandi e abbastanza datati. Circa il 67% del parco idroelettrico del Paese è in funzione dagli anni ’60.

Inoltre, come sottolineato in una studio commissionato da Enel, Edison e A2A, e condotto da The European House – Ambrosetti, più dell’85% delle concessioni di grandi derivazioni idroelettriche scadrà entro il 2029 o è addirittura già scaduto.

Per questo motivo è essenziale effettuare un’attenta analisi costi-benefici, sia in merito all’impatto sull’ambiente, sia alla luce dell’andamento dei costi dell’energia, degli effetti dei cambiamenti climatici in corso e del contesto geopolitico attuale.

Infatti a causa di uno degli inverno meno piovosi di sempre, la generazione idroelettrica ha subito una riduzione del 44,2% nel primo trimestre del 2022, rispetto a quanto prodotto nello stesso periodo dell’anno precedente.

Righetti ha poi aggiunto che “servono studi che ci dicano come sfruttare l’idroelettrico in modo diverso e potenziare quello che già abbiamo“. Secondo l’esperto, quindi, le parole chiave in questo contesto sono: accumulo e sinergia con altre fonti rinnovabili.

A che punto è l’idroelettrico nel nostro Paese?

Secondo i dati raccolti da Eurostat e rielaborati da The European House – Ambrosetti, con 22,4 GW l’Italia è il terzo Paese europeo per potenza installata (i primi due posti sono invece occupati da Norvegia e Francia). Il 73,4% della capacità totale installata è situata al Nord, con 13,4 GW (il 58% del totale) in Lombardia, 3,8 GW in Piemonte e 3,4 GW in Trentino-Alto Adige.

Nel Centro Italia troviamo solamente il 6,7% della capacità totale, vale a dire appena 1,5 GW, mentre tra Sud e Isole troviamo il restante 19,9%, ossia 4,5 GW.

Nonostante gli andamenti del Pniec (il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima) mostrino una crescita continua delle rinnovabili nei prossimi anni, soprattutto tra il 2025 e il 2030 (con un +12,2%), per il settore idroelettrico invece si stima un aumento di appena l’1,8% rispetto al 2017, dato appunto che si tratta di un settore già sviluppato e maturo.

Efficientamento del parco idroelettrico

Una delle azioni più importanti è sicuramente l’efficientamento del parco esistente. Infatti l’impatto sull’ambiente spesso è determinato proprio da strutture datate e del tutto inadeguate rispetto alle nuove tecnologie.

Righetti ha poi affermato: “alcuni esperti calcolano che si può arrivare ad un incremento che va dal 10 al 30% dell’efficientamento delle macchine degli impianti”.

Inoltre, l’analisi condotta da The European House – Ambrosetti ha evidenziato che una revisione della durata delle concessioni idroelettriche (di cui si parla moltissimo in queste settimane) “permetterebbe agli operatori di investire in Italia 9 miliardi di euro in più rispetto ad oggi, generando altri 26,5 miliardi di euro sul territorio attraverso gli effetti indiretti e indotti”.

Infatti nonostante l’Ue sia prima per investimenti privati con un miliardo di euro, gli autori dello studio hanno sottolineato come il nostro Paese abbia in realtà adottato “un quadro normativo disincentivante, che non garantisce certezza agli operatori, con la durata più breve delle concessioni, 20-40 anni prorogabili dalle Regioni di altri 10 anni (contro i 75 di Spagna, Francia e Portogallo, e la durata del tutto illimitata di Svezia e Finlandia) e la maggiore apertura alla concorrenza”.

Necessario un ripensamento dell’intero settore

Secondo Righetti, però, la questione delle concessioni da sola non è sufficiente per risolvere interamente il problema. La vera svolta potrebbe invece essere data da un ripensamento dell’intero settore idroelettrico.

“Va accoppiato ad altre energie rinnovabili non programmabili, andando così a compensare quei picchi di sovrapproduzione che non possono essere immessi nella rete”.

Gli impianti definiti a serbatoio (al contrario di quelli ad acqua fluente) permettono di accumulare l’acqua, solitamente su scala annuale. Lo scorso aprile è scoppiata una polemica tra il Veneto e le province autonome di Trento e Bolzano, a cui la Regione ha chiesto di rendere disponibile l’acqua dei bacini per permettere l’irrigazione dei campi.

Righetti ha commentato che “si può discutere di come utilizzare quell’acqua, ma se non ci fossero stati i serbatoi, non ci sarebbe stato nulla di cui discutere”. Tra gli impianti a serbatoio poi, vi sono anche quelli a pompaggio, che ad oggi sono poco sfruttati ma in quest’ottica possono offrire un enorme contributo.

E’ anche possibile stabilire quando e quanta energia produrre in base alla domanda e al prezzo grazie ad una specie di pendolo tra i due serbatoi, uno a monte e uno a valle.

Durante il giorno, quando la richiesta di energia è maggiore e il prezzo è più alto, l’acqua viene fatta fluire a valle attraverso le turbine, producendo energia. Essendo dotati di appositi sistemi, questi impianti sono in grado di accumulare l’energia in eccesso e questa permette, durante la notte, di pompare nuovamente l’acqua nel bacino a monte.

Righetti ha infatti spiegato che questa è una tecnica già utilizzata, sia in passato che ai giorni nostri, “ma oggi è possibile accoppiare questi impianti ad altre rinnovabili non programmabili“.

Nel momento in cui vi è una sovrapproduzione di energia solare o eolica, l’acqua può essere pompata nuovamente nel serbatoio a monte, che diventa così un serbatoio naturale di elettricità.

“Lo fanno in tanti, ci sono diverse applicazioni in Svizzera, Spagna, Portogallo, Svezia e Norvegia; ognuno sfrutta le sue risorse e noi potremmo sfruttare il solare”.

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