Tfr, lo Stato non sa dove sono finiti 34 miliardi di euro versati all'INPS

Tfr, lo Stato non sa dove sono finiti 34 miliardi di euro versati all'INPS

Lo Stato perde 34 miliardi di euro del Tfr versato dalle imprese private nelle casse dell’INPS tra il 2007 e il 2017

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Iniziò tutto con una inchiesta del maggio scorso, che a sua volta partiva con una richiesta teoricamente semplice: “vorrei l’ultima relazione sull’uso delle somme del Fondo per l’erogazione ai lavoratori dipendenti del settore privato dei trattamenti di fine rapporto istituito dalla legge 296/2006 commi 755 ss. Potreste cortesemente inviarmela?” La risposta fu sostanzialmente: “no”.

No, perché il Ministero del Tesoro a cui era stata girata la richiesta non si ritiene competente in materia e dice per mezzo di un suo portavoce: “la richiesta fa fatta all’INPS e al Ministero del Lavoro.” Così la richiesta viene girata al dicastero attualmente guidato da Luigi Di Maio, ma anche qui rispondono picche e dirottano l’interlocutore verso l’INPS. “I dati da lei richiesti sono in possesso dell’INPS” dicono dal ministero e quindi INPS sia.

Ma all’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale presieduto da Pasquale Tridico di risposte non se ne trovano. Arriva invece un suggerimento, quello di “rivolgersi per competenza al Ministero dell’Economia e delle Finanze in relazione a quanto previsto dalla legge 296/2006.” Niente da fare dunque, i quasi 35 miliardi di euro che sono stati versati all’INPS dalle imprese private con più di 50 dipendenti tra il 2007 e il 2017, e che sono stati dall’INPS girati nelle casse dello Stato, nessuno sa che fine abbiano fatto.

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I 34 miliardi dell’INPS in 40 diversi capitoli del bilancio dello Stato


Il denaro del trattamento di fine rapporto dei lavoratori delle aziende private con oltre 50 dipendenti che non hanno aderito alla previdenza complementare, sono finiti, a quanto pare, in 40 diversi capitoli del bilancio dello Stato.

Le voci di preciso non sono meglio identificabili, ma almeno per il periodo che va dal 2007 al 2011 parte di quei 34 miliardi di Tfr sono stati così destinati. Questo è quanto si legge in un documento sottoscritto dal capo di gabinetto del Tesoro Vincenzo Fortunato in una missiva per la Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato della Corte dei Conti, datata 1 agosto 2011. All’epoca il ministero dell’economia era guidato da Giulio Tremonti.


Fu la Magistratura Contabile a muovere i rilievi sull’utilizzo statale di circa 3 miliardi di euro dei lavoratori versati all’INPS dalle imprese private da 12 anni a questa parte. Vi era infatti un più che motivato allarmismo in merito ai pericoli derivanti da un utilizzo improprio di detti fondi, usati dall’amministrazione centrale senza fare alcuna rendicontazione, contrariamente a quanto prescritto dalla legge. E quel che è peggio è che non ne veniva neppure programmata la restituzione.

Una questione non da poco, specie se si considera l’ammontare della somma interessata. Basti pensare che nei primi 10 anni della riforma i lavoratori dipendenti del settore privato hanno di fatto prestato allo Stato circa 34 miliardi di euro, senza neppure saperlo e senza ovviamente ricevere in cambio una qualche remunerazione. Ma soprattutto in cambio i lavoratori non hanno ricevuto, e di certo non potevano ricevere, alcuna garanzia che quel denaro sarebbe poi stato restituito. Garanzia che tutt’oggi non si può in alcun modo avere.

Ai magistrati contabili è stata inviata in risposta una missiva con la quale si definisce “sconveniente” per il governo, andare a fondo alla faccenda nell’intento di scoprire dove siano esattamente finiti i soldi depositati dalle imprese sul fondo di tesoreria dell’Inps per accantonare i Tfr. Una operazione che viene considerata troppo complessa, e pertanto comportare un enorme dispendio di energie, tanto più che arrivare alla fine a delle certezze si ritiene sia pressoché impossibile.

Nella missiva si legge: “sentito l’avviso dell’ufficio legislativo economia, si concorda con quanto rappresentato dal citato Dipartimento circa la sconvenienza dell’esecuzione degli ulteriori approfondimenti di carattere gestionale sull’utilizzazione del fondo Tfr, stante la complessità e la gravosità dell’attività (sia per il coinvolgimento di gran parte dei Dicasteri che per la parcellizzazione degli interventi, complessivamente confluiti negli stanziamenti di circa 40 capitoli di bilancio) e l’esito non completamente attendibile (per alcuni fondi finanziati non è facile stabilire la quota parte sicuramente ascrivibile alle risorse Tfr)”.


Era il governo Berlusconi, Tremonti all’economia, lo spread verso i 400 punti


Non era uno sicuramente uno dei momenti storici migliori per il nostro Paese, coi mercati che sfiduciano l’Italia facendo schizzare lo spread a 400 punti. All’esecutivo viene recapitata una lettera firmata dal governatore uscente della BCE Jean Claude Trichet e dal suo successore Mario Draghi. Con la missiva si chiede di adottare delle misure drastiche in cambio del sostegno della BCE stessa. Poco dopo cade il governo Berlusconi e l’incarico viene dato all’ex rettore della Bocconi, Mario Monti.

Il denaro proveniente dai versamenti delle imprese private per il Tfr era stato usato per ragioni diverse da quelle indicate dalla legge, una sorta di tassazione occulta, in altri termini un vero e proprio esproprio ai danni dei lavoratori, ma anche ai danni delle generazioni future. Qualora infatti lo Stato si venisse a trovare nella necessità di restituire quel denaro per mancanza di flussi in entrate e una crescita dei flussi in uscita, a pagarne il prezzo sarebbero proprio le future generazioni.



Il ragioniere generale dello Stato, Mario Canzio, in una memoria del 7 ottobre 2010 però obiettava spiegando che: “il sistema a ripartizione risulta in equilibrio quando l’ammontare dei flussi in entrata (contributi) risulti pari o superiore a quello dei flussi in uscita (prestazioni), ne consegue che il fondo Tfr risulta in equilibrio (anche nel medio e lungo periodo) se la crescita annua dei monti retributivi risulta superiore alla crescita delle prestazioni.”

Una spiegazione che la Corte dei Conti ritiene accettabile solo in parte, soprattutto per via della carenza di dati attendibili su lavoratori e imprese coinvolti nell’operazione. Ora poi è più facile avere una visione d’insieme perché basta osservare l’andamento del mercato del lavoro e dell’economia. Tra il 2008 e il 2017 il flusso in entrata è diminuito progressivamente a discapito del flusso in uscita a causa del pessimo andamento dell’economia.

Complessivamente le imprese hanno versato, sia per l’anno 2008 che per l’anno 2017, approssimativamente 5,7 miliardi di euro. Allo Stato però nel 2008, dopo il pagamento delle prestazioni erano rimasti 4,2 miliardi di euro, mentre nel 2017 a fronte delle stesse entrate, le uscite sono state molto più consistenti, e allo Stato sono rimasti soltanto 1,8 miliardi.

Successivamente, e non a caso, il Ministero del Lavoro ha confermato per iscritto alla Corte dei Conti l’impegno a monitorare la situazione dei lavoratori. Mel maggio 2011 ha quindi incaricato l’Inps di “corredare il bilancio del fondo per l’erogazione ai lavoratori dipendenti del settore privato dei trattamenti di fine rapporto con un apposito allegato statistico in cui siano contenuti ulteriori dati, anche in forma aggregata, circa i soggetti, datori di lavoro e lavoratori, le tipologie di lavoro, la loro durata, le nuove dinamiche di lavoro.”

Questi dati, secondo l’allora Ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, sarebbero stati “utili al fine di effettuare, a garanzia della massima trasparenza, ogni approfondimento sugli andamenti gestionali del fondo in oggetto e sugli impieghi delle relative risorse, a conferma del più alto livello di attenzione e vigilanza possibili sul tema.”

Queste le parole dell’allora Ministro, ai fatti però, nonostante l’indubbia e innegabile importanza dei dati raccolti, che come si è detto riguardano la situazione delle imprese e dei lavoratori, ma soprattutto riguardano i contributi e la reale consistenza del fondo, l’Inps sta riscontrando alcune difficoltà nel reperirli, visto che è alla ricerca dei dati in oggetto da circa venti giorni.

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