Gli USA hanno deciso, divieto di importare gas e petrolio dalla Russia. Le conseguenze per l’Europa

L’annuncio del presidente degli Stati Uniti è arrivato solo una manciata di ore fa, e la reazione dei mercati non si è fatta attendere. Washington ha deciso che metterà al bando l’importazione di petrolio, gas ed energia dalla Russia, e questo dovrebbe essere la nuova mossa per contrastare l’avanzata russa in Ucraina e difendere il governo di Volodymyr Zelenskyy.

Nuove sanzioni che sono state annunciate ieri e che hanno subito prodotto l’attesa impennata del prezzo del greggio volato immediatamente oltre i 130 dollari al barile, ma le conseguenze di tale decisione sull’economia, ed in particolare su quella dei Paesi dell’Unione Europea, andranno ben oltre l’aumento del prezzo della benzina.

Joe Biden: “gli Usa colpiranno la principale arteria dell’economia russa”

Nella giornata di ieri il presidente Usa ha annunciato che gli Usa non importeranno più greggio, gas ed energia dalla Russia. Biden nel corso del suo discorso alla nazione ha spiegato che la decisione è stata presa “in stretta consultazione con gli alleati” e ha al tempo stesso ammesso che “alcuni alleati europei non potranno essere nella posizione di unirsi agli Usa” nel mettere al bando petrolio e gas dalla Russia.

Infatti se gli Usa hanno la possibilità di contare su valide alternative al petrolio russo, così pure il Canada ad esempio, per i Paesi europei questa possibilità non esiste. E sarà anzi sufficiente lo stop dei soli Stati Uniti a provocare ulteriori pesanti conseguenze sull’economia europea.

La Casa Bianca tuttavia ha deciso: “annuncio oggi che gli Usa colpiranno la principale arteria dell’economia russa” ha dichiarato ieri il presidente Usa in conferenza stampa “metteremo al bando qualsiasi importazione di petrolio, gas o energia russa. Questo significa che il petrolio russo non sarà più accettato nei porti Usa, e il popolo americano infliggerà un altro potente colpo alla macchina da guerra di Putin”

Con lo stop alle importazioni di greggio russo impennata dei prezzi

Già prima dell’annuncio ufficiale di Joe Biden, quando ancora lo stop alle importazioni di greggio dalla Russia era solo una possibilità, il prezzo del Brent aveva raggiunto quasi quota 140 dollari al barile, il livello più alto dal 2008.

La Russia è il principale esportatore al mondo di greggio e di prodotti petroliferi con circa 7 milioni di barili al giorno, pari al 7% circa della produzione mondiale, ed il solo divieto di importazione da parte degli Usa, che è un provvedimento senza precedenti, potrebbe provocare uno schock inflazionistico.

Prima ancora che la decisione di imporre il divieto di importare prodotti energetici dalla Russia fosse ufficializzata, alcuni clienti avevano già iniziato ad evitarli per non rischiare di trovarsi poi a dover fare i conti con problemi legali.

Secondo JP Morgan lo stop alle importazioni di greggio dalla Russia potrebbe portare il prezzo del barile fino alla soglia record di 185 dollari entro la fine dell’anno, sempre che il divieto resista fino ad allora. La banca di affari statunitense si aspetta comunque, in linea con gli analisti di Reuters, che il prezzo medio per il 2022 resti al di sotto dei 100 dollari.

Era il 2014 quando il prezzo del greggio aveva superato la soglia dei 100 dollari al barile, e bisogna andare indietro fino al 2008 per trovare il record di oltre 147 dollari al barile. E pensare che appena due anni fa il drastico calo della domanda aveva fatto scendere il costo del WTI al di sotto degli 0 dollari.

Secondo Giovanni Staunovo, analista per le materie prime di Ubs “una guerra prolungata che provochi diffusi problemi alle forniture di materie prime potrebbe vedere il Brent oltre la soglia di 150 dollari“.

Stop importazione petrolio ralla Russia e shock inflazione

I prezzi del gas naturale hanno già ampiamente toccato i massimi storici, ed ora con la decisione degli Stti Uniti di bloccare l’importazione di greggio e prodotti energetici dalla Russia il prezzo dell’energia dovrebbe spingere l’inflazione oltre il 7% sia in America che in Europa nei prossimi mesi.

La regola generale è che ad ogni aumento del 10% dei prezzi del greggio corrisponde un incremento dell’inflazione della zona euro di 0,1 – 0,2 punti percentuale. A partire dal 1° gennaio il prezzo del Brent è salito di circa l’80% in euro. Negli Stati Uniti per ogni aumento di 10 dollari al barile abbiamo una crescita dell’inflazione di 0,2 punti percentuale.

Non dimentichiamo che la Russia non esporta però solo petrolio, ma una lunga serie di materie prime. È infatti il principale esportatore al mondo di cereali e fertilizzanti e uno dei principali produttori di palladio, nichel, carbone e acciaio. Escludere l’economia russa dagli scambi significherebbe danneggiare molti settori accrescendo i timori per la sicurezza alimentare globale. 

Lo stop al greggio russo potrebbe compromettere gravemente la crescita

Con il diveto delle importazioni di petrolio, gas ed energia dalla Russia potremmo avere un grave danno per la ripresa economica mondiale. Dopo lockdown e restrizioni imposte in chiave anti-cotagio nell’ambito dell’emergenza Covid-19 i governi dei Paesi occidentali hanno continuato a dirsi profondamente determinati a proiettare i rispettivi Paesi verso la tanto agognata ripartenza.

L’obiettivo però sembra essere passato più che in secondo piano dinanzi a determinati interessi geopolitici, ed ora quella ripresa economica potrebbe essere definitivamente compromessa.

Secondo i calcoli preliminari della Banca Centrale Europea la guerra potrebbe ridurre la crescita per i Paesi dell’eurozona di 0,3 – 0,4 punti percentuale nel 2022 in uno scenario base, e di 1 punto percentuale nello scenario di uno schock grave.

Secondo la Federal Reserve negli Usa ogni aumento del prezzo del barile di 10 dollari corrisponde un taglio della crescita di 0,1 punti percentuale, anche se altri analisti prevedono un impatto persino minore. Per la Russia invece le conseguenze dovrebbero portare, secondo JP Morgan, ad una contrazione della crescita dei 12,5% circa.

Le banche sono pronte a correre ai ripari, infatti secondo la Fed l’impatto dell’inflazione si è già rivelato troppo alto, e di conseguenza il governatore Jerome Powell ha affermato che è necessario alzare i tassi di interesse già dal mese di marzo.

La Bce invece resta in attesa, e per il momento non ritiene opportuno intervenire. “Nessuno può davvero aspettarsi che la Bce inizi un percorso di normalizzazione della politica monetaria in un momento di tale incertezza” ha infatti dichiarato l’economista di Ing Carsten Brzeski.

Le conseguenze per l’Europa dello stop alle importazioni di greggio russo

Ma quali sono le conseguenze pratiche per i Paesi europei della decisione degli Stati Uniti di mettere al bando tutte le importazioni di greggio, gas ed energia dalla Russia? Bisogna ricordare prima di tutto che il greggio russo rappresenta solo il 3% del totale delle importazioni di oro nero per gli Usa. La percentuale poi sale all’8% solo se prendiamo in considerazione anche tutti i prodotti derivati petroliferi.

In termini di barili questo significa che normalmente gli Stati Uniti importano dalla Russia 700 mila barili al giorno. Per l’Europa invece le cose stanno in tutt’altra maniera, visto che ogni giorno importano circa 4 milioni di barili visto che quasi il 30% del greggio che arriva in Europa proviene proprio dalla Russia, e come sappiamo a questo si aggiunge il 40% del gas naturale.

Una situazione della quale gli ‘alleati’ al di là dell’Atlantico sono ben consapevoli, infatti lo stesso Joe Biden ha spiegato: “capiamo che numerosi dei nostri alleati europei potrebbero non essere in condizioni di prendere simili decisioni. Ma stanno lavorando per ridurre la loro dipendenza dall’energia russa. E stiamo lavorando assieme a loro perché giò avvenga”.

Cosa succederà quindi all’Europa? Nei prossimi mesi, come confermato da Investing.com “c’è il concreto rischio di stagflazione, o di una crescita minima e, contemporaneamente, di un’inflazione alle stelle” anche se si ritiene possibile che la crescita dell’area euro possa sopravvivere all’incremento dei prezzi delle materie prime.

Quali sono le prospettive nel prossimo futuro

Dopo lockdown e restrizioni imposte nel corso di due anni di pandemia si è verificato un improvviso ritorno della richiesta di carburanti fossili, ma con un’offerta ancora limitata. Ora sarà quindi inevitabile una maggior pressione per potenziare l’offerta, mettendo da parte, come stiamo vedendo, gli obiettivi della Green Economy e la transizione ecologica.

“Nel breve termine ci sarà una riduzione delle iniziative green nel tentativo di far invertire la rotta della contrazione vista nelle forniture di carburanti fossili” ha spiegato Susannah Streeter, senior investment and markets analyst di Hargreaves Lansdown.

In questo particolare contesto si sta quindi provvedendo a sganciare l’Iran dalle sanzioni finora imposte, e pare che i colloqui internazionali siano già a buon punto. Nel frattempo l’impennata dei prezzi del petrolio andrà a sostenere gli investimenti nello scisto Usa.

Nel lungo periodo dobbiamo aspettarci che la Russia potenzi i suoi rapporti con la Cina, sia in ambito commerciale che in ambito diplomatico visto che l’Occidente, quanto meno sul lato economico, ha praticamente dichiarato guerra a Mosca.

Nel medio e lungo termine, nel tentativo di rendersi indipendenti dall’energia russa, i Paesi europei potrebbero spingere ulteriormente sulle fonti rinnovabili. “Dovremmo dirottare i sussidi che ora utilizziamo per gas naturale, carbone e petrolio su energie rinnovabili, mobilità elettrica, infrastrutture per la ricarica di veicoli elettrici, pompe di calore e miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici” ha spiegato infatti Wolfgang Ketter, professore alla Rotterdam School of Management.

“Qualsiasi cosa che permetta di arrivare alla sicurezza energetica di lungo termine riducendo la dipendenza dai carburanti fossili” ha aggiunto il professor Ketter.

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