Crisi ucraina e sanzioni contro Mosca, ma alcune aziende estere sono ancora attive in Russia. Ecco quali e perché

Con la decisione di Mosca di intervenire con le proprie truppe in Ucraina molte realtà economiche occidentali hanno deciso di sospendere i propri rapporti commerciali con la Russia, e nel frattempo sono state imposte pesanti sanzioni come, di recente, il divieto di importazione di greggio, gas e prodotti energetici firmato dal presidente Usa Joe Biden.

Da quando il conflitto armato in Ucraina ha avuto inizio, ormai oltre due settimane fa, la Russia sta affrontando le conseguenze delle sanzioni imposte, e oltre 300 aziende estere che erano attive nel Paese hanno deciso di sospendere le proprie attività.

Tra quelle che hanno deciso di interrompere i propri rapporti commerciali con Mosca vi sono alcune delle imprese più grandi al mondo, come Mc Donald giusto per citarne una. Vi è tuttavia una minoranza di aziende estere che hanno fatto una scelta diversa, e hanno deciso di continuare a mantenere le proprie attività in Russia, incuranti delle eventuali ripercussioni in occidente sulla propria reputazione.

Imprese straniere restano in Russia, le ragioni della scelta

Le ragioni che hanno spinto alcune imprese straniere a tenere in piedi le proprie attività commerciali in Russia sono di natura prettamente economica, e dipendono in alcuni casi da una forte dipendenza dal mercato russo.

Ma quali sono le aziende che hanno deciso di non sospendere i propri rapporti commerciali con Mosca? Una di queste è la multinazionale Pirelli, produttrice di pneumatici, che in Russia ha il 10 per cento degli stabilimenti di produzione.

Un altro esempio è la Mondelez, che produce gli Oreo e molti altri prodotti alimentari, così pure Ferragamo e Bosch, tutte società che devono una percentuale piuttosto alta dei propri ricavi proprio al mercato russo.

Persino in ambito creditizio vi sono società che hanno deciso di non troncare i rapporti commerciali con la Russia, e qui troviamo il gruppo bancario Usa Citigroup, che da un anno circa starebbe tentando di ridurre il proprio coinvolgimento economico in Russia, chiudendo le filiali nel Paese, ma non ci sarebbe riuscita “per via di complicazioni legali” stando a quanto riporta Il Post. Attualmente il gruppo avrebbe un’esposizione netta in Russia di 9,8 miliardi di dollari.

Alcune imprese straniere hanno deciso di restare per motivi etici

Se la maggior parte delle imprese estere che hanno deciso di restare in Russia lo hanno fatto per ragioni prettamente economiche, la scelta di alcune è dipesa da motivi etici, come nel caso delle case farmaceutiche.

Una settimana fa il capo della divisione finanziaria della Johnson & Johnson, Joseph Wolk, ha dichiarato: “se i nostri prodotti smettono di arrivare ai pazienti in Russia che ne hanno bisogno moriranno o subiranno gravi conseguenze”.

Altre multinazionali del settore farmaceutico hanno invece annunciato che non intendono fare nuovi investimenti nel mercato russo, che comunque non è molto redditizio per le imprese del farmaceutico occidentali, ma che non smetteranno di distribuire farmaci essenziali come quelli per il trattamento dei pazienti oncologici.

L’elenco delle società operanti in Russia dell’università di Yale

Nel frattempo l’università di Yale ha preparato un documento che negli ultimi giorni è stato ampiamente divulgato e discusso, che riporta la lista dettagliata delle società per lo più occidentali che sono rimaste attive nel mercato russo.

L’elenco viene costantemente aggiornato dal professor Jeffrey Sonnenfeld e dal suo team di ricercatori, infatti la lista che inizialmente riportava solo qualche decina di società ora ne indica almeno 350.

Il professor Sonnenfeld, che sul tema ha scritto un articolo pubblicato su Fortune, ritiene che un blocco delle attività economiche in Russia potrebbe effettivamente sortire in qualche effetto sul conflitto in Ucraina.

Nell’articolo viene addirittura fatto un paragone con quanto accadde verso la metà degli anni ’80 con il Sudafrica. All’epoca diverse società statunitensi decisero di chiudere le attività nel Paese sulla scia delle proteste e delle iniziative contro l’apartheid, e qualche risultato fu effettivamente raggiunto nel lungo periodo secondo quanto scrive Sonnenfeld.

Restare in Russia potrebbe causare danni all’immagine nel ‘libero’ Occidente

Secondo il docente di management, James O’Rourke, il costo economico delle società che lasciano il mercato russo potrebbe essere in molti casi inferiore al costo derivante dalla decisione di restarci, danneggiando così la propria immagine in Occidente.

In un articolo pubblicato nel Washington Post il professor O’Rourke spiega infatti: “se vuoi continuare a fare affari nel resto del mondo libero, devi fare attenzione a quello che pensa la gente di te”.

Nel mondo ‘libero’ infatti accade che i media propongono una narrativa piuttosto semplificata di quanto sta accadendo in Russia, con il risultato che l’opinione pubblica tende ad allinearsi sul pensiero unico, accettando acriticamente la sola versione dei fatti ritenuta meritevole di essere divulgata, mentre le informazioni discordanti vengono sistematicamente censurate.

Vedasi a titolo esemplificativo quanto accaduto ad RT News o a Sputnik, due canali oscurati in Occidente in quanto colpevoli di essere filorussi e, pertanto, rei di diffondere fake news.

Ma tornando alle dichiarazioni di O’Rourke, il professore ha quindi spiegato: “questo potrebbe essere uno dei momenti della storia in cui disinvestire è l’opzione migliore […] Se non puoi spostare i tuoi asset dentro e fuori dalla Russia, usando valuta convertibile, qual è il senso di rimanerci?”.

Il rischio nazionalizzazione delle imprese che restano in Russia è reale?

Ci sono alcune società che operano ancora nel mercato russo che stanno riscontrando dei problemi a chiudere le attività, e secondo quanto riportato da Il Post, per queste imprese esiste il rischio che i loro asset vengano nazionalizzati da Mosca.

Il procuratore generale russo ha detto infatti nei giorni scorsi che ogni provvedimento di chiusura delle attività economiche riceverà una “valutazione legale” e che ci sarà uno “stretto controllo” sull’osservanza delle leggi sul lavoro “inclusi i termini dei contratti dei dipendenti e il pagamento dei salari” al fine di “assicurare gli interessi” delle imprese e dei lavoratori stessi.

Nel frattempo il presidente Vladimir Putin, secondo quanto riportato ancora da Il Post, ha affermato giovedì che le società straniere che stanno abbandonando la Russia dovrebbero essere trasferite nelle mani di “coloro che le vogliono far funzionare”.

La maggior parte delle imprese straniere ha lasciato la Russia

La maggior parte delle imprese straniere però ha fatto una decisione diversa, e ha preferito abbandonare, almeno per il momento, il mercato russo.

Si tratta di una lista piuttosto lunga che, peraltro, ha continuato a crescere nel corso dei giorni includendo società come McDonald’s, Microsoft, BP, Shell, Boeing, Airbus, Coca-Cola (in un primo momento restia a sospendere i rapporti con la Russia), Stellantis, Disney, Adidas, Airbnb, Ikea, Sony, Unilever, Nestlé.

A queste si aggiungono i grandi gruppi del mercato dell’automobile, come Ford, Toyota, Mercedes-Benz, Volkswagen, Volvo. La lista tuttavia, come accennato, è molto lunga, e comprende oltre 300 marchi occidentali.

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