Allarme Istat: crolla il potere d’acquisto degli Italiani. Aumenta inflazione ma non gli stipendi

La situazione in Italia è allarmante, e ad affermarlo è direttamente l’Istat che mostra i preoccupanti dati riguardanti l’aumento dell’inflazione ai quali si affiancano quelli sugli stipendi percepiti. Il quadro che ne emerge è quello di un Paese in cui il potere d’acquisto sta precipitando tra caro carburanti, caro bollette e un impressionante aumento dei prezzi di servizi e beni di consumo.

Gli Italiani insomma sono sempre più poveri, perché se da una parte abbiamo un’inflazione che galoppa a ritmi sempre più sostenuti, dall’altra abbiamo retribuzioni ferme a prima dell’emergenza Covid-19.

Il risultato è che l’aumento dell’inflazione sta drasticamente riducendo il potere d’acquisto degli Italiani che di fatto diventano ogni giorno più poveri, con effetti che ricadono inevitabilmente sul fatturato delle imprese in una sorta di effetto domino dalle conseguenze disastrose.

Allarme ISTAT: potere d’acquisto degli Italiani in calo del -5%

Da un anno a questa parte in Italia continuiamo ad assistere ad un rapido aumento dei prezzi, con un’accelerazione ulteriore negli ultimi mesi soprattutto per via delle sanzioni contro la Russia, ma gli stipendi restano sostanzialmente invariati, il che determina un crollo del potere d’acquisto.

L’Istat ha infatti lanciato l’allarme proprio in questi giorni, sottolineando come tra aumenti dei prezzi dei generi di prima necessità, dei carburanti, e soprattutto delle bollette di luce e gas, il potere di acquisto degli italiani sta precipitando.

Quello che osserviamo è un aumento molto rapido dell’inflazione al quale non si accompagna tuttavia un aumento degli stipendi in grado di garantire agli italiani di conservare il proprio potere d’acquisto, il che significa che gli Italiani stanno diventando tutti più poveri. 

Ci si aspetta pertanto un intervento del governo che sia su larga scala e che arrivi in tempi auspicabilmente brevi. Il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, ha infatti paventato la possibilità che l’esecutivo decida di destinare gli aiuti per le imprese solo a quelle che aumenteranno gli stipendi ai propri dipendenti.

Ma quanto è grave la situazione in Italia tra aumento dei prezzi e stipendi fermi? L’Istat ha rilevato nel primo trimestre 2022 una crescita delle retribuzioni contrattuali che ha definito “contenuta”, pertanto non sufficiente a compensare la crescita dell’inflazione.

È l’Istat infatti ad evidenziare che “la durata dei contratti e i meccanismi di determinazione degli incrementi contrattuali seguiti finora hanno determinato un andamento retributivo che, considerata la persistenza della spinta inflazionistica, porterebbe nel 2022 a una perdita di potere d’acquisto valutabile in quasi cinque punti percentuale“.

Cos’è il potere d’acquisto e quali sono le conseguenze del calo

Per capire meglio cosa sta accadendo in Italia tra aumento dei prezzi e retribuzioni ferme proviamo prima di tutto a spiegare cos’è il potere d’acquisto. Si tratta della quantità di beni o servizi che è possibile acquistare con una determinata somma di denaro sulla base dei prezzi correnti. 

Esiste anche una formula per calcolare il potere d’acquisto, ed è: Pa = 1/P. Pa è il potere d’acquisto, mentre P è il prezzo della merce, il che rende evidente che se 1 è la quantità di moneta a disposizione, se ad un aumento di P non corrisponde un aumento del denaro disponibile il potere d’acquisto (Pa) si riduce.

Al contrario, se i prezzi calano, con la quantità di moneta disponibile che rimane comunque stabile, si ha un aumento del potere d’acquisto. Naturalmente la situazione in cui si trova l’Italia è quella del primo esempio.

Secondo le stime dell’Istat il potere d’acquisto in Italia si riduce del -5% entro la fine del 2022, il che significa all’atto pratico che il potere d’acquisto di uno stipendio di 2.000 euro si ridurrà di 100 euro. All’atto pratico sarebbe come se, a prezzi stabili, lo stipendio venisse ridotto a 1.900 euro.

Questo peraltro è quanto accade su base mensile, il che significa che se andiamo ad osservare il dato su base annuale, restando sempre sull’esempio di uno stipendio da 2.000 euro, ci troviamo di fronte ad una perdita di potere d’acquisto di 1.200 euro.

Queste stime non tengono conto, naturalmente, di eventuali ulteriori aumenti dei prezzi, né dell’eventualità del taglio del gas russo nei prossimi mesi, ma anche se non stiamo parlando dello scenario peggiore all’orizzonte si intravede comunque la crisi sociale.

Una situazione sicuramente preoccupante, come lo stesso ministro del Lavoro Andrea Orlando ha evidenziato. Nei giorni scorsi il ministro ha anche proposto di legare gli aiuti di Stato all’aumento degli stipendi, e in una intervista rilasciata a Il Manifesto ha spiegato che la crisi salariale non deve essere sottovalutata.

Secondo il ministro del Lavoro serve un patto fondato sul “dare e avere”, cioè valutare la possibilità di introdurre aiuti alle imprese che siano strutturali e che siano condizionati all’aumento degli stipendi nell’ambito di un accordo tra le parti sociali che dovrebbe prevedere anche la promessa di un rinnovo dei contratti, in particolare di quelli scaduti da più tempo.

La proposta del ministro Orlando però non è piaciuta a Confindustria, che lo ha definito un “ricatto” del ministro del Lavoro. Quest’ultimo ha ribattuto affermando che la reazione è “spropositata” accusando l’associazione degli industriali di sottovalutare “il rischio sociale che può venirsi a creare nei prossimi mesi a causa della guerra in Ucraina e delle sue conseguenze economiche”.

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