Nato a corto di missili. Ecco chi sta finendo le munizioni, ed è tardi per riconvertire l’industria

due soldati fanno fuoco con un mortaio

I conflitti cui la Nato ha preso parte negli ultimi 30 anni erano degli scontri impari che vedevano da una parte gli organizzati e ben riforniti eserciti occidentali, e dall’altra per lo più gruppi terroristici o Paesi che comunque disponevano di uomini e risorse estremamente limitati.

La guerra che l’Ucraina, e quindi i Paesi Nato, sta combattendo contro la Russia rappresenta infatti uno scontro inedito, nel quale gli eserciti occidentali si trovano ad affrontare un confronto alla pari, nonostante dall’altra parte ci sia, in sostanza, un solo Paese.

Gli stessi Usa, che hanno portato avanti la propria politica di ‘esportazione della democrazia’ a suon di bombe, e che quindi dovrebbero essere ben ‘allenati’ e pronti sotto tutti i punti di vista, si trovano impreparati a sostenere un conflitto contro la Russia.

L’operazione militare speciale (SMO) russa in Ucraina sarebbe durata un paio di settimane, un mese al massimo, se i Paesi occidentali non fossero intervenuti fornendo armi in quantità, ed ora, quando sono trascorsi ormai 9 mesi dall’inizio del conflitto in campo aperto tra Mosca e Kiev, le munizioni dei Paesi occidentali iniziano a scarseggiare.

La Nato non era pronta ad una guerra convenzionale

Mentre la maggior parte dei mass media ha continuato a ripetere per mesi che la Russia stava finendo i missili, alcuni esperti fin dal principio facevano notare che i Paesi Nato avrebbero avuto non poche difficoltà a sostenere una guerra convenzionale, e questo per una serie di ragioni.

A finire i missili infatti sembra non sia tanto la Russia di Vladimir Putin, bensì i Paesi Nato che, nonostante le ampie scorte, si trovano davanti ad uno scomodo bivio in questo momento: scendere al di sotto del limite critico di difesa, oppure rallentare sui rifornimenti a Kiev.

In entrambi i casi la situazione non è delle migliori per chi aveva deciso di sostenere il governo filo-nazista di Volodymyr Zelensky fino alla vittoria contro Mosca. Scendere sotto il livello di guardia per quel che riguarda le scorte di munizioni significa esporsi sul piano della sicurezza, mentre ridurre i rifornimenti di armi a Kiev significa perdere terreno e probabilmente accelerare la vittoria della Russia sul campo di battaglia.

Combattere una guerra convenzionale, per una Nato abituata ad affrontare negli ultimi anni milizie, gruppi terroristici e formazioni paramilitari sotto la bandiera della lotta al terrorismo, si è rivelato più difficile di quel che si sperava.

Europa e Usa preoccupati per la carenza di armamenti

Combattere una guerra convenzionale contro un Paese come la Russia, seppur limitando il campo di battaglia al territorio dell’Ucraina e, seppur in minima parte, della Federazione Russa, si è rivelato particolarmente impegnativo per i Paesi Nato.

Da quando il conflitto è iniziato i Paesi occidentali hanno inviato massicci rifornimenti di armi a Kiev, ma ora le scorte si stanno assottigliando, e soprattutto tra gli analisti in Europa e Usa cresce la preoccupazione.

Si sta consolidando infatti l’idea che sostenere questi ritmi non sia possibile nonostante l’enorme arsenale a disposizione dei Paesi del Patto Atlantico. Nelle fasi più intense del conflitto, come riporta Repubblica, le forze russe erano in grado di sparare 60 mila razzi al giorno, mentre le forze ucraine arrivavano al massimo a 20 mila.

Marco Di Liddo, responsabile del desk Russia per il Centro Studi Internazionale (Cesi), parlando con Il Fatto Quotidiano ha spiegato che “il problema è che nel post Guerra Fredda i Paesi della Nato, eccezion fatta per il conflitto nell’ex Jugoslavia, hanno dovuto far fronte a scontri contro gruppi armati non statali, organizzazioni terroristiche o milizie come i Taliban. Questo ha fatto sì che lo sviluppo tecnologico e la produzione di armamenti si siano concentrati maggiormente sull’attività d’intelligence e sulle armi di precisione come i droni armati. La guerra non si faceva più con l’artiglieria pesante, così anche l’industria bellica si è adattata”.

“Le mancanze più importanti riguardano il munizionamento per obici e semoventi. Se il Generale Inverno non può più essere considerato un fattore determinante, se non per il fatto che Mosca sta distruggendo il sistema infrastrutturale civile ucraino riducendo la popolazione allo stremo, diversa è la questione del munizionamento pesante” spiega ancora Di Liddo a Il Fatto Quotidiano.

Un problema, quello delle scorte di armi che si stanno rapidamente assottigliando, che non si può nemmeno risolvere con una riconversione lampo dell’industria bellica ‘occidentale’. I tempi sono infatti troppo stretti giunti a questo punto, come lo stesso analista spiega al noto quotidiano italiano.

“Quando il 24 febbraio la Russia ha portato le truppe in Ucraina eravamo già in ritardo. Alcuni Paesi europei da settimane spingono per creare un meccanismo di coordinamento Ue per la produzione di armi, così da essere più efficienti, non sottoporre a stress le riserve dei singoli Stati e provare a rispondere alle richieste ucraine. Anche se, va detto, la differenza la farà la capacità degli Stati Uniti di soddisfare la domanda di Kiev, Washington rimane di gran lunga il principale partner militare di Volodymyr Zelensky” spiega Di Liddo.

D’altra parte quella che si sta combattendo su territorio ucraino, mettendo in gioco le vite degli ucraini, è di fatto una guerra per procura che gli Usa conducono contro la Russia di Vladimir Putin, colpevole di perseguire una politica volta a tutelare gli interessi nazionali senza assoggettarsi alle élite globaliste occidentali.

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