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Taglio dei parlamentari e nuova legge elettorale, l'ultimatum di Luigi Di Maio

Taglio dei parlamentari e nuova legge elettorale, l'ultimatum di Luigi Di Maio

Mercoledì la calendarizzazione del taglio dei parlamentari: dovrà essere nelle prime due settimane di ottobre

La riforma costituzionale per il taglio dei parlamentari deve essere una delle priorità di questo esecutivo, e questo è stato chiarito più volte dalla componente pentastellata della nuova maggioranza, ed ormai è tempo che dalle parole si passi ai fatti, perché la calendarizzazione dell'ultima votazione per il taglio delle poltrone sarà dopodomani, mercoledì 25 settembre.

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"La fiducia si dimostra. E in questo caso alla prova dei voti in Parlamento" afferma il ministro degli Esteri e leader del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio, che risponde, anche se indirettamente, a un post di Alessandro Di Battista "la prima prova di questo governo è il taglio dei parlamentari".

Ma Di Maio non si limita a sterili esortazioni all'operatività, e fissa la deadline: l'ultima votazione per il taglio dei parlamentari deve essere fissata per le prime due settimane di ottobre, non oltre.

A questo proposito Di Maio ha dichiarato: "qualcuno dirà che stiamo dando un ultimatum al Governo, ma io non sono stato eletto per passare le mie giornate a dire che non è così. A noi interessa parlare chiaro e portare a casa i risultati. E sempre per parlare chiaro, mercoledì alla Camera si decide quando calendarizzare l'ultimo voto sul taglio dei parlamentari. Ci aspettiamo tempi rapidi e zero scuse."

Il Pd non può tirarsi indietro, e sebbene almeno all'apparenza non mostri particolare entusiasmo, sembra intenzionato ad andare fino in fondo. Tuttavia, in merito al taglio dei parlamentari i dem ricordano che dovrà essere controbilanciato da altre riforme.

Ci si aspetta infatti che la riforma costituzionale venga accompagnata dal varo della nuova legge elettorale, un tema delicato che potrebbe essere capace di causare fratture non solo nella maggioranza, ma anche all'interno di altre formazioni politiche, trasversalmente da sinistra a destra.

Nel Pd non c'è ancora una linea unitaria sul modello di sistema di voto, con alcune perplessità sull'abbandono del sistema maggioritario. Lo stesso Movimento 5 Stelle ha mostrato un'apertura al confronto sul proporzionale attraverso il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D'Incà che ha dichiarato: "credo che probabilmente renderebbe la vita più semplice a questo Paese".

Giorgetti: "il proporzionale è una vera provocazione"

Anche nel centro-destra ci sono posizioni diverse. Silvio Berlusconi ha dichiarato: "noi come orientamento non siamo favorevoli a trasformare la legge elettorale tutta in maggioritario perché il partito principale di ciascuna coalizione avrebbe in mano le sorti di tutta la coalizione. Credo che una quota di proporzionale sia indispensabile".

Non è del tutto convinto sul referendum della Lega per l'abolizione della quota proporzionale lo stesso Matteo Salvini. "L'importante è che ci sia una legge elettorale che prevede che chi prende un voto in più vince e governa per evitare gli inciuci, le vergogne, le schifezze, i mercati delle poltrone" dice il leader della Lega "che se ne occupi il Parlamento bene, che se ne occupono i cittadini ancora meglio".

Per Giancarlo Giorgetti "il proporzionale è una vera provocazione" e tende la mano a Forza Italia "con un sistema elettorale maggioritario il centrodestra sarebbe naturalmente unito". Il timore della Lega è infatti che Forza Italia possa appoggiare la proposta del proporzionale, allineandosi con M5S ed eventualmente Pd. Per questo nel vertice a tre previsto per martedì, al quale sarà presente anche Giorgia Meloni, il centrodestra cercherà di trovare un punto d'incontro sulla questione.

Delrio: "non c'è nel programma di governo il ritorno al proporzionale"

All'interno del Pd non c'è ancora una linea precisa, ed in merito alla proposta di un ritorno al proporzionale, Graziano Delrio, che ha anche partecipato ai tavoli sul programma insieme a Patuanelli e D'Uva ha affermato: "non c'è nel programma di governo il ritorno al proporzionale. C'è solo scritto che servono garanzie costituzionali per la rappresentanza".

La scissione dal Pd da parte di Renzi e i suoi non ha fatto altro che complicare ulteriormente il quadro tra i dem. Gennaro Migliore, che era stato fino ad ora capogruppo Pd in commissione Affari Costituzionali, ha lasciato il partito, e così anche la Boschi, componente della Commissione Bilancio e madre della riforma costituzionale del governo Renzi.

Insomma nel Pd non sembra esserci molta fretta di discutere la questione della nuova legge elettorale, tant'è vero che non è nemmeno all'ordine del giorno della riunione della direzione di oggi. Questo naturalmente non significa che nel Pd non se ne parli, cosa che si può certamente escludere, anche perché in base ai colloqui informali una qualche consapevolezza è già maturata.

Una parte del Pd vedrebbe di buon occhio l'apertura verso un proporzionale puro con soglia di sbarramento bassa (non oltre il 4%), linea che appare più o meno intenzionalmente accondiscendente nei riguardi di Matteo Renzi e del suo nuovo partito Italia Viva.

Alcune fonti del Pd vicine a Dario Franceschini spiegano che: "non è solo per la legge elettorale, ma per tenere insieme la legge elettorale, il taglio dei parlamentari, i regolamenti di Camera e Senato e le riforme costituzionali".

Il concetto è che una volta tagliato il numero dei parlamentari si produrranno effetti pesanti anche sull'elezione del Consiglio Superiore della Magistratura, ma anche sull'elezione del Presidente della Repubblica, nonché sul funzionamento di Camera e Senato. Insomma tutti gli equilibri potrebbero essere destabilizzati, compreso quello che riguarda le minoranze linguistiche, che con il taglio dei parlamentari finirebbero sottorappresentate nel Parlamento.

Tutti all'interno del Pd sembrano però convenire su un punto. Aprire ora una discussione su una legge elettorale che prevede un ritorno ad un sistema proporzionale potrebbe portare instabilità nel governo, e rappresentare uno snaturamento del partito. Su questa linea si sarebbero espressi gli stessi padri fondatori del Partito Democratico, come Romani Prodi, Walter Veltroni ed Enrico Letta.

Redazione Borsainside ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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