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Accordo commerciale sulla Brexit: ulteriore pericolo per il clima

Accordo commerciale sulla Brexit: altro pericolo per il clima

L'accordo commerciale sulla Brexit escluderà la possibilità di un'intesa sul mercato del carbonio, lasciando le autorità londinesi libere di decidere come valutare l'inquinamento

A causa dell'accordo commerciale sulla Brexit, ancora in fase di negoziazione tra l'Unione Europea e il Regno Unito, probabilmente il Paese verrà escluso da qualsiasi intesa sul commercio di carbonio, lasciando quindi alle autorità londinesi la possibilità di decidere in che modo valutare l'inquinamento a partire da gennaio 2021.




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Per tutti i sostenitori delle bataglie al cambiamento climatico, questa non è di certo una buona notizia dato anche che il governo di Borin Johnson non ha ancora le idee chiare in proposito.

La decisione finale sul percorso che il Regno Unito seguirà, verrà annunciata il 12 dicembre, nel corso di un summit preparatorio per la COP26, durante il quale Boris Johnson dovrà annunciare il proprio piano per il clima al 2030.

Perché è così importante la decisione del Regno Unito?

Per il Paese, restare nel mercato dell'energia europeo vale oltre 6 miliardi di euro all'anno, che corrispondono al valore del gas naturale e dell'elettricità scambiati attraverso il canale inglese.

Se si dovesse raggiungere un accordo tra Unione Europea e Regno Unito, allora è molto probabile che il commercio di gas naturale ed elettricità proseguirà senza subire grossi cambiamenti.

Se invece non si arrivasse a un accordo, molte cose potrebbero cambiare. Il Paese, infatti, dovrebbe stabilire delle nuove regole per i flussi di scambio di gas ed energia elettrica tra i Paesi europei. Come scrive Bloomberg, anche se quasi sicuramente queste regole saranno molto simili a quelle attualmente in vigore, è altrettanto probabile che il commercio sarà invece meno efficiente di quello attuale. In altre parole, se non si raggiungerà un accordo il danno sarà solo del Regno Unito.

Attualmente il governo londinese sta ancora valutando alle opzioni per prezzare le emissioni di carbonio. In ballo vi sono diverse ipotesi, come la possibilità di inserire una tassa sul carbonio, oppure un programma cap and trade interno, ossia una politica di assegnazione di autorizzazioni da parte dello Stato stesso ad inquinare.

Il primo ministro, Boris Johnson, avrà tempo fino alla fine di questo anno per decidere, ma in molti si aspettano che lo faccia entro la data del 12 dicembre, in occasione della riunione delle Nazioni Unite.

Quali sono i punti chiave

Ecco quindi in breve quali sono i punti principali in questa "partita del carbonio"

  • sin da quando è stato avviato il mercato del carbonio, nel 2005, la Gran Bretagna fa parte del sistema di scambio di quote di emissioni dell'Ue;
  • attualmente il Green Deal europeo impone a migliaia di aziende e servizi pubblici di ridurre le emissioni di gas inquinanti. Grazie a questo programma, molte società di servizi pubblici si stanno man mano convincendo a chiudere le proprie centrali elettriche alimentate a carbone prima della scadenza fissata per il 2025 dal Regno Unito proprio per eliminare totalmente l'utilizzo di questo combustibile fossile;
  • il Regno Unito ha adottato diverse misure procedurali per poter garantire la creazione di un proprio sistema di scambi, ETS (Sistema Europeo di Scambio di Quote di Emissione), all'interno del Paese. L'11 novembre 2020, il Regno Unito ha infatti emesso un ordine per lo scambio di quote di emissioni di gas serra, che potrà essere implementato già a partire da gennaio 2021;
  • i commercianti e le imprese legate al settore energetico hanno sostenuto prevalentemente la creazione di un sistema del tipo cap and trade con un collegamento all'EU ETS, una mossa quindi che sembrerebbe più simile al sistema attualmente esistente. I vantaggi di questa scelta sarebbero la continuità con la politica attuale e la flessibilità per le imprese, sempre più esposte al costante aumento del prezzo dell'inquinamento;
  • l'EU ETS impone ogni anno dei limiti di riduzione delle emissioni di CO2 a circa 12.000 impianti nell'area euro. A chiunque inquini meno sarà poi concesso vendere i permessi rimasti inutilizzati. Il sistema copre il 45% degli scarichi di gas serra in Europa ed è destinato ad imporre limiti sempre più severi di emissione nei prossimi anni con il Green Deal.

Investimenti

La decarbonizzazione industriale è un megatrend di investimento a lungo termine, che fa parte degli investimenti ESG (Environmental, Social and Governance).

Il Green Deal europeo previsto per il 2021 includerà inoltre un piano di aggiornamento della legislazione sul clima che punta alla tutela, per i settori più esposti ai rischi della transizione, dell'industria europea dalla concorrenza con Paesi terzi, in cui magari le restrizioni legate alle emissioni sono meno severe.

L'obiettivo finale della Commissione è far diventare l'economia europea più sostenibile entro il 2030, e la prima sfida da superare per poter raggiungere questo obiettivo è proprio quella della decarbonizzazione dei processi industriali.

Una buona scelta per investire sulla decarbonizzazione del pianeta è un fondo azionario internazionale che presenti un portafoglio Low Carbon, quindi con una bassa impronta di carbonio, e che abbia ottenuto la Low Carbon Designation di Morningstar entro e non oltre il 30 novembre 2020.

Sulla piattaforma di Online Sim sono presenti diversi prodotti azionari Low Carbon, come:

  • Morgan Stanley Global Opportunity Classe Ah Eur, che da gennaio a dicembre 2020 rende il 45,83%, con +20,86% del rendimento a tre anni secondo Moningstar. Tecnologia e beni di consumo sono i primi settori in portafoglio. Il fondo presente inoltre uno stile "growth";
  • DPAM Invest B Equities World Sustainable, che da gennaio a dicembre 2020 rende il 13,48%, con +15% del rendimento a tre anni secondo Morningstar. Il fondo non ha limiti settoriali di investimento in azioni e altri titoli che consentono l'accesso al capitale delle aziende di tutto il mondo, precedentemente selezionate in base a criteri ambientali, sociali e di governance (ESG). Ha una gestione attiva del portafoglio e uno stile blend;
  • Bgf Global Dynamic Equity Fund Eur Classe E2 che da gennaio a dicembre 2020 rende il 10,31%, con +8,94% del rendimento a tre anni secondo Morningstar. Il fondo investe, senza privilegiare alcun Paese e vincoli geografici, circa il 70% del patrimonio in titoli azionari internazionali, ponendo particolare attenzione alle società che il gestore considera sottovalutate. Il fondo ha uno stile blend.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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