L’indagine su Jerome Powell scuote Wall Street, il dollaro cede e gli investitori si rifugiano nei metalli preziosi mentre le tensioni globali spingono la paura ai massimi

La giornata finanziaria del 12 gennaio 2026 si è aperta con un segnale che raramente si vede nei mercati globali: una corsa simultanea verso oro e argento, accompagnata da vendite diffuse sulle Borse e da un indebolimento marcato del dollaro. A far scattare questo movimento è stata una notizia che ha immediatamente acceso l’allarme a Washington e a Wall Street: il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha avviato un’indagine penale sulla Federal Reserve e sul suo presidente Jerome Powell.

Il risultato è stato immediato. L’oro ha superato per la prima volta nella storia quota 4.600 dollari l’oncia, mentre l’argento ha toccato gli 85 dollari, livelli che fino a pochi mesi fa sembravano impensabili. Allo stesso tempo i future su Nasdaq e S&P 500 hanno virato in rosso profondo, segnalando un avvio di seduta pesante per i listini americani.

Non si tratta di un semplice movimento speculativo, ma di una reazione a un mix esplosivo di fattori politici, monetari e geopolitici che stanno mettendo in discussione uno dei pilastri del sistema finanziario globale: l’indipendenza della banca centrale statunitense.

La Fed sotto pressione e il dollaro in difficoltà

Il cuore del problema è proprio l’inchiesta giudiziaria che coinvolge la Federal Reserve. I mercati la stanno interpretando come un attacco diretto all’autonomia della banca centrale, un elemento che per decenni ha garantito stabilità e credibilità al dollaro e alla politica monetaria americana.

Quando l’indipendenza della Fed viene messa in dubbio, gli investitori reagiscono in modo quasi automatico: riducono l’esposizione al dollaro e aumentano quella verso beni reali come l’oro. Ed è esattamente ciò che sta accadendo. La valuta statunitense si è indebolita, mentre i flussi di capitale si sono spostati verso i metalli preziosi, considerati da sempre una copertura contro instabilità politica e monetaria.

La reazione di Jerome Powell non si è fatta attendere. In una dichiarazione dai toni insolitamente diretti, il numero uno della Fed ha lasciato intendere che l’indagine sarebbe collegata al rifiuto dell’istituto di accontentare le pressioni politiche per tagli dei tassi più aggressivi. Un passaggio che ha alimentato l’idea di uno scontro aperto tra la banca centrale e la Casa Bianca, in un momento in cui i mercati stanno già scontando un 2026 di politica monetaria più morbida.

Secondo diversi economisti internazionali, questa situazione potrebbe tradursi in una fase di incertezza prolungata. Se il Senato dovesse rallentare o bloccare la nomina di un eventuale successore di Powell, la Fed rischierebbe di trovarsi in una sorta di limbo istituzionale, con effetti potenzialmente destabilizzanti sui mercati globali.

Tensioni internazionali e ritorno della paura

A rendere il quadro ancora più teso contribuisce lo scenario geopolitico. Le proteste in Iran, con centinaia di vittime e il rischio di una risposta militare statunitense, hanno riacceso i timori di un’escalation in Medio Oriente. A questo si aggiungono le dichiarazioni del presidente Donald Trump su Iran, Groenlandia e Nato, che hanno aumentato la percezione di imprevedibilità della politica estera americana.

In questo contesto, l’oro torna a svolgere il suo ruolo storico di bene rifugio globale. Ogni volta che la stabilità internazionale vacilla, il metallo giallo diventa il punto di riferimento per chi cerca protezione dal rischio sistemico.

Perché gli analisti vedono nuovi record all’orizzonte

Il rally attuale non nasce dal nulla. Da mesi le banche centrali di tutto il mondo stanno accumulando oro a ritmi elevati, riducendo gradualmente la dipendenza dal dollaro. Questa domanda strutturale si somma ora alla componente finanziaria legata alla crisi di fiducia verso la Fed.

Secondo le proiezioni di diversi grandi istituti, tra cui Hsbc, l’oro potrebbe spingersi verso i 5.000 dollari l’oncia già nella prima metà del 2026, sostenuto proprio dalle tensioni geopolitiche e dagli acquisti ufficiali delle banche centrali. È vero che il metallo giallo arriva da un anno eccezionale, con un rialzo superiore al 60%, ma finora non si vedono segnali concreti di esaurimento del trend.

L’argento, dal canto suo, sta vivendo una fase ancora più esplosiva. Nel 2025 ha guadagnato oltre il 130% e gli analisti segnalano un persistente deficit di offerta legato alla forte domanda industriale e di investimento. Questo lo rende potenzialmente più redditizio, ma anche più volatile rispetto all’oro, con oscillazioni che possono essere molto più violente.

Una nuova era di instabilità finanziaria

Quello che i mercati stanno prezzando non è solo un episodio isolato, ma il rischio di una fase prolungata di instabilità. Un’eventuale crisi istituzionale della Fed, unita a uno scenario geopolitico teso e a una politica monetaria in evoluzione, crea un cocktail che favorisce gli asset rifugio e penalizza quelli più legati alla crescita e al rischio.

Oro e argento stanno quindi diventando il termometro di una paura più profonda: quella che l’ordine finanziario globale stia entrando in una nuova fase, dove la certezza delle regole lascia spazio all’incertezza politica. Ed è proprio in questi momenti che i metalli preziosi tornano al centro della scena.

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