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La cassa integrazione non basta, il 60% delle imprese rischia di chiudere a settembre per la crisi

La cassa integrazione non basta, il 60% delle imprese rischia di chiudere a settembre per la crisi

Per molti lavoratori si avvicina lo spettro della disoccupazione, tra ritardi della cassa integrazione e mancata riduzione delle tasse

La cassa integrazione non rappresenta certo una soluzione, ma forse è solo un palliativo, peraltro poco efficace. Non è soltanto una questione di ritardi nell'accredito delle spettanze dovute a chi è finito in cassa integrazione, ma si tratta di un problema molto più radicato, dal momento che il 60% delle imprese rischia di chiudere entro settembre per via della crisi in cui è stato precipitato il Paese.

Per i lavoratori che ora aspettano la cassa integrazione soprattutto, ma anche per tutti gli altri, si inizia ad intravedere lo spettro della disoccupazione, che è tutto fuorché un infondato timore. I soldi continuano a non arrivare o ad arrivare con il contagocce, e le tasse per contro non sembrano affatto essere state ridotte come prospettato dall'esecutivo.

Per le aziende maggiormente colpite dall'emergenza coronavirus si profila all'orizzonte un destino quantomai incerto, che potrebbe concretizzarsi già al termine della stagione estiva, o al più tardi entro la fine dell'anno, sebbene fare previsioni in tal senso non è semplice.

La cassa integrazione non può reggere

Secondo le stime fatte dal governo almeno 500 mila persone potrebbero perdere il proprio impiego con l'arrivo dell'autunno, e a quel punto cosa succederà? Per capirlo possiamo provare a dare uno sguardo ai dati relativi alla cassa integrazione per i mesi di aprile e maggio.

In questi due mesi, nonostante sia stata avviata la riapertura graduale delle attività, sono state autorizzate circa 1,7 miliardi di ore per nuovi ammortizzatori sociali. Grazie a questo intervento è stato possibile salvare circa 5 milioni di posti di lavoro, ma non basta.

Il numero degli occupati però non sembra affatto sul punto di riprendere a salire, e per risolvere questo problema tutt'altro che di poco conto, l'esecutivo guidato da Giuseppe Conte sta valutando di intervenire in modo deciso.

Il ministero di Economia e Finanza sta infatti valutando la possibilità di ricorrere a degli incentivi fiscali per i prossimi sei mesi, attraverso i quali si potrebbe riuscire a favorire la ripresa delle assunzioni a tempo indeterminato.

Si tratta ancora di un progetto, nulla di concreto è stato avviato ad oggi, ma si dovrebbe trattare di un nuovo bonus che andrebbe ad affiancare altri interventi. Si parla ad esempio di una semplificazione sostanziale dei contratti a tempo determinato, anche attraverso l'allungamento fino a dicembre del congelamento delle causali previste dal decreto Dignità su prorghe e rinnovi.

Al momento, lo ricordiamo, lo stop delle causali si ferma ad agosto. Ad ogni modo su questa linea si trovano d'accordo Pd e Italia Viva, ma il ministro del lavoro, Nunzia Catalfo (M5s) non si è espressa favorevolmente.

Cassa integrazione e disoccupazione, quali prospettive?

L'obiettivo da centrare è quello di salvare dalla chiusura quante più imprese possibile, cercando di far funzionare a dovere la macchina della cassa integrazione messa in moto all'inizio dell'emergenza, ma che di fatto ha avuto un'andatura tutt'altro che costante e affidabile.

Ed è naturale che in questo contesto i timori finiscano per assalire gli animi di chi vede il proprio futuro economico gravemente compromesso. Per salvaguardare i posti di lavoro sarà necessario provvedere al rifinanziamento e all'allungamento della cassa integrazione, ma il problema di fonto è sempre lo stesso: da dove prendere i soldi.

I sussidi costano, non è certo una novità, basti pensare che per un mese di cassa integrazione oggi lo Stato spende circa 6 miliardi di euro. Una somma che viene spesa inevitabilmente a debito, il che significa che il rapporto deficit-Pil continua a peggiorare a ritmi sostenuti, con una situazione economica difficile da prevedere per l'inizio dell'autunno,

È un percorso a tappe forzate in un certo qual modo, visto che determinate misure sono assolutamente inevitabili. Il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, prospetta il prolungamento del divieto di licenziare per ragioni economiche oltre la data del 17 agosto, che è quella fissata ad oggi, e nel frattempo occorre provvedere al rinnovo della cassa integrazione d'emergenza.

E in tutto questo l'Europa in che modo sta intervenendo? Il rischio è che circa il 60% delle imprese italiane chiudano entro l'autunno, e nel frattempo si spera che i 27 Paesi membri dell'Ue siano giunti ad un accordo sul Recovery Plan. Ci sono poi il fondo SURE, che dovrebbe essere finanziato dalla Bei, ed il quantitative easing della BCE, che nonostante la sentenza della Corte Costituzionale tedesca non verrà rivisto.

Di fatto però l'Italia non ha ricevuto ancora né i fondi previsti dal Recovery Fund, ancora in fase di realizzazione, né quelli del fondo SURE, quindi al momento il maggior beneficio lo trae dalla sospensione del Patto di Stabilità, che se non altro rimuove quei paletti che hanno fortemente frenato la crescita del Paese per anni.

Nuove norme per il sistema bancario

Per il 2021, già dal mese di gennaio, scatteranno le segnalazioni alla centrale dei rischi per tutte quelle imprese che non salderanno entro 90 giorni un arretrato di pagamento. Le conseguenze dell'innescarsi di questo meccanismo non sono da sottovalutare, a cominciare dal fatto che i creditori saranno chiaramente meno inclini a concedere dei finanziamenti.

Si tratta di un nuovo regolamento Ue, che di fatto potrebbe produrre effetti fortemente negativi sul mondo dell'imprenditoria, portando alla chiusura di molte aziende italiane, e di conseguenza ad un improvviso aumento della disoccupazione. Mentre fino ad oggi le aziende che entro 90 giorni non saldavano importi rilevanti venivano classificate in default dal sistema bancario.

Quanto alla cassa integrazione, gli importi dovuti in molti casi non sono stati ancora erogati ai lavoratori. Ne ha parlato lo stesso presidente dell'Inps, Pasquale Tridico, che ha recentemente dichiarato: "fino a maggio è stato tutto pagato, tranne 25 mila posizioni in corso di verifica, mentre sono 134 mila le persone che hanno mandato le domande di cig a giugno. A conti fatti, ci sono dunque al momento circa 160 mila persone che aspettano di ricevere l'integrazione salariale".

©RIPRODUZIONE RISERVATA
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