Uno studio dell'università di Stanford rivela: i lockdown non frenano la diffusione del virus

Uno studio dell'università di Stanford rivela: i lockdown non frenano la diffusione del virus

I ricercatori affermano: "non troviamo alcun effetto benefico chiaro e significativo degli interventi non farmaceutici più restrittivi sulla crescita dei casi in nessun Paese"

Entra in vigore oggi il nuovo decreto con cui vengono apportate alcune modifiche all'ultimo Dpcm, il primo firmato da Mario Draghi, e naturalmente si tratta di disposizioni che mirano ad un giro di vite sull'intero territorio. Legittimo quindi, oggi più che mai, domandarsi se questi sacrifici richiesti a milioni di cittadini italiani siano davvero necessari, o quantomeno producano gli effetti sperati.

Secondo uno studio realizzato nei giorni scorsi dalla prestigiosa università di Stanford no, le misure di contenimento più severe come le limitazioni agli spostamenti, o la chiusura delle attività commerciali, non incidono o incidono molto poco sull'effettiva riduzione del rischio di contagio.

Lo studio dell'Università di Stanford ha messo in evidenza come imporre severe restrizioni alle libertà individuali, fino al lockdown che costringe i cittadini a rimanere nelle proprie case, possa persino produrre più effetti negativi che positivi, e naturalmente non solo per il danno che arreca all'economia.

Nessuna prova che lockdown estremi abbiano contribuito a piegare la curva dei nuovi casi

Lo studio dell'Università di Stanford al quale facciamo riferimento è quello condotto da Eran Bendavid, Christopher Oh, Jay Bhattacharya e John PA Ioannidis che è stato pubblicato sull'European Journal of Clinical Investigation.

I ricercatori hanno messo a confronto i trend di crescita dei casi di contagio da Covid-19 tra marzo e aprile 2020 in 10 Paesi del mondo. Sono stati analizzati i dati di Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Spagna, Svezia, Corea del Sud, Iran e Stati Uniti per verificare l'incidenza sull'andamento del contagio degli interventi non farmaceutici (NPI) più restrittivi.

L'obiettivo dello studio era quello di valutare "gli effetti sulla crescita dei casi epidemici prodotti da NPI più restrittivi (mrNPI) al di là e al di sopra di quelli prodotti da NPI meno restrittivi (lrNPI)". 

È emerso in modo lampante che il gioco non vale la candela. Gli scienziati hanno infatti evidenziato come il trend di crescita dei contagi di Paesi come la Svezia e la Corea del Sud, che non hanno imposto alcun lockdown né altre forme di confinamento dei cittadini, rispetto agli altri 8 Paesi in cui invece sono state imposte misure molto restrittive, non mostri alcuna evidente differenza.

Gli esperti dell'università di Stanford sostengono quindi che i sacrifici richiesti alla popolazione, che vengono presentati come necessari e indispensabili per abbattere la curva dei contagi, di fatto non producono gli effetti desiderati.

Una utilità l'hanno dimostrata invece gli NPI meno restrittivi, che stando a quanto rivelato dal suddetto studio avrebbero portato a riduzioni significative della crescita dei casi in 9 Paesi studiati su 10. Discorso completamente diverso per gli NPI più restrittivi (come il lockdown, le limitazioni agli spostamenti e altre limitazioni) che hanno inciso poco e niente sull'abbattimento dei contagi.

I ricercatori hanno infatti spiegato che "dopo aver sottratto gli effetti epidemici e gli lrNPI, non troviamo alcun beneficio chiaro e significativo degli mrNPI sulla crescita dei casi in nessun Paese".

È stato evidenziato quindi che "non vi è alcuna prova che i lockdown estremi abbiano contribuito in modo sostanziale a piegare la curva dei nuovi casi" e ancora viene specificato che "non c'è corrispondenza tra restrizioni e freno dei contagi: il calo è conseguenza più di dinamiche naturali che di decisioni politiche".

Di quanto rivelato dallo studio dell'Università di Stanford troviamo conferma anche semplicemente osservando i dati relativi all'andamento del contagio in Italia. Grazie a questa analisi dei dati ISTAT sulla mortalità ad esempio riscontriamo la totale assenza di rapporto causa-effetto tra l'imposizione del lockdown e l'andamento della pandemia.

In Italia il Coronavirus circolava già da novembre-dicembre 2019, solo che non lo sapevamo. Le misure di contenimento sono state adottate invece tra fine febbraio e inizio marzo, per poi arrivare al lockdown nazionale il 9 marzo. La situazione però è drasticamente cambiata solo tra fine aprile e inizio maggio, con la crescita delle temperature dovuta all'arrivo della stagione calda.

Altrettanto evidente appare che l'imposizione del lockdown poco e nulla influisce sulla riduzione del numero dei contagi se si confrontano i casi di Argentina e Brasile. Si tratta di due Paesi confinanti molto simili sotto diversi aspetti, ma che hanno scelto approcci completamente diversi. La differenza in termini di decessi e di numero di contagi tra i due Paesi risulta marginale.

Lo studio evidenzia che "l'obbligo di restare in casa avrebbe addirittura conseguenze negative"

Lo studio dell'università di Stanford ha approfondito anche un altro aspetto. Non si limita infatti a sottolineare il fatto che queste misure molto restrittive non producano gli effetti sperati sull'andamento del contagio, ma sottolinea come i risultati possano essere perfino più dannosi per la popolazione per una serie di ragioni.

Nello studio viene dimostrato che "misure molto restrittive non portano effetti benefici chiari e significativi per il calo dei contagi, in nessun Paese. In Francia, ad esempio, i risultati positivi del lockdown estremo sono stati solo del 7% in più rispetto alla Svezia e del 13% rispetto alla Corea del Sud".

Questo dimostra chiaramente che "sebbene non si possano escludere piccoli benefici, questi non sono tali da giustificare i sacrifici richiesti alla popolazione. Riduzioni simili nella crescita dei casi si possono ottenere con interventi meno restrittivi".

Non solo, perché se da una parte queste misure molto restrittive non ottengono il risultato sperato, dall'altra producono danni anche gravi alla popolazione, sia sotto l'aspetto economico che dal punto di vista della salute.

"L'obbligo di restare in casa avrebbe addirittura conseguenze negative" spiegano gli esperti dell'Università di Stanford, in quanto ha prodotto un preoccupante aumento dei casi di disagio psichico come la depressione, con conseguente aumento dell'uso di psicofarmaci e del numero casi di suicidio, fino a provocare anche l'impennata cui stiamo assistendo di casi di violenza domestica le cui prime vittime sono le donne.

Inoltre proprio l'obbligo di restare in casa avrebbe prodotto persino un aumento del numero dei casi positivi legato al contatto ravvicinato tra i componenti della famiglia in luogo chiuso e per un alto numero di ore al giorno, un fenomeno che si è registrato ad esempio a Human in Cina.

Più efficacia sarebbe invece una strategia che punta su una corretta comunicazione del rischio e quindi la responsabilizzazione del cittadino informato. Ciò è emerso dalle osservazioni condotte sul caso della "Corea del Sud, dove sono stati osservati grandi cambiamenti nel comportamento a seguito di misure poco restrittive".

Le due ricerche dell'Università di Edimburgo

A spiegare che imporre misure restrittive come il lockdown non produce gli effetti sperati per quanto riguarda la diffusione del Coronavirus, non è solo lo studio dell'Università di Stanford di cui abbiamo appena parlato, ma ne sono stati pubblicati almeno altri due che sono stati sviluppati invece dai ricercatori dell'Università di Edimburgo.

Il primo di questi due studi si è concentrato sulla situazione del Regno Unito, e come spiegato da Libero "l'autore Graeme Ackland sostiene che il 'blocco nazionale' abbia avuto un effetto nel breve periodo. Ma che lo stesso risultato si sarebbe potuto ottenere con misure più blande. Anzi: le politiche di Londra potrebbero aver reso il Paese più vulnerabile e addirittura aver determinato un numero di morti maggiore".

"Questo perché la durata della pandemia è stata prolungata. Secondo lo studio, al momento di riaprire, probabilmente si troverà nel Paese ancora una vasta percentuale di popolazione vulnerabile e un alto numero di infetti".

Un'altra ricerca effettuata sempre dall'Università di Edimburgo, che è stata poi pubblicata da The Lancet, ha valutato le misure adottate indicando quelle che sono risultate più efficaci al fine di ridurre il famoso indice di contagio RT, cioè quel dato di cui sentiamo tanto parlare anche in Italia, e che in teoria determina la zona gialla, arancione o rossa di ciascuna Regione. 

"Nelle prime posizioni troviamo tutti gli eventi pubblici con più di 10 persone" spiega Libero nel riportare i risultati dello studio. Vietando suddetti eventi l'indice si abbassa del 25%, segue "la chiusura delle scuole, che in assenza di misure di sicurezza risultano delle vere bombe epidemiologiche (-15% se si sospendono le lezioni)".

Queste sono le misure più efficaci, ma quanto incidono misure come quelle che limitano la circolazione delle persone, o quelle che impongono ai cittadini di restare a casa? Ben poco stando allo studio pubblicato su The Lancet, rispettivamente il 7% ed il 3%.

Ma c'è dell'altro, perché se prendiamo in considerazione quanto rivelato nei giorni scorsi da uno studio pubblicato su Science, la cosa migliore sarebbe lasciar circolare il virus, addirittura l'ideale sarebbe raggiungere un R0 pari a 6 per far in modo che il Coronavirus diventi endemico e meno letale. Il tutto naturalmente lavorando in parallelo su lato cura e lato vaccini, facendo attenzione a tutelare le fasce più a rischio come anziani e immunodepressi.

Insomma non solo le misure più restrittive come il lockdown non producono risultati apprezzabili, non solo causano danni economici e danni per la stessa salute dei cittadini, ma anche se funzionassero ci porterebbero in una direzione opposta rispetto a quella in cui dovremmo andare per riuscire a convivere con un virus che, ormai è stato ampiamente dimostrato, non sparirà mai.

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