Ad ammettere gli enormi limiti del vaccino anti-Covid prodotto da Pfizer Biontech è lo stesso numero uno Albert Bourla che proprio in questi giorni ha spiegato: “il nostro vaccino protegge molto bene contro malattia grave e ricovero durante i primi 6 mesi. Dopo c’è una diminuzione dell’immunità. Il declino inizia sempre con l’infezione lieve, poi cala anche la protezione contro l’infezione grave, la protezione dal ricovero ospedaliero e purtroppo anche la protezione dalla morte”.

Queste le parole con cui il presidente e CEO di Pfizer Albert Bourla ha definito i limiti temporali dell’efficacia del vaccino prodotto in collaborazione con la tedesca Biontech. Il numero uno della compagnia ne ha parlato nel corso di un recente meeting con il gruppo bancario e finanziario Cantor Fitzgerald & co, e nell’occasione ha anche spiegato che il quadro descritto non è solo frutto dell’analisi dei dati in possesso di Pfizer.

I dati da Israele confermano “una chiara caduta della protezione”

Ad affermare in modo molto chiaro che il vaccino Comirnaty prodotto da Pfizer perde di efficacia nel giro di sei mesi dalla somministrazione della seconda dose era già stato infatti diversi mesi fa il ministero della Salute Israeliano che ha agito di conseguenza dando il via libera alla somministrazione della terza dose.

Lo stesso scenario, cioè quello di una riduzione dell’efficacia del vaccino nella prevenzione di sintomi lievi, forma grave della malattia, ospedalizzazione e morte è stato descritto inoltre, dal gruppo di scienziati che assiste il ministero della Salute israeliano, nel corso di un incontro con il comitato scientifico della FDA (Food and Drug Administration) americana.

Albert Bourla ha spiegato che “Israele aveva un vantaggio di 3 mesi sugli Usa nella campagna di vaccinazione e soprattutto ha un sistema di cartelle cliniche sanitarie molto completo e del tutto digitalizzato. Per questo è in grado di elaborare dati con rapidità. Il loro sequenziamento dei pazienti vaccinati ha indicato una chiara caduta della protezione“.

La protezione si riduce dapprima nell’ambito delle “infezioni asintomatiche, poi con la malattia lieve, e subito dopo con ricoveri e infezioni gravi” ha spiegato Bourla “è stato lì che Israele ha deciso di dare la terza dose prima agli over 65, poi sopra i 50 anni, sopra i 40 e ora credo dai 16 anni in su”.

Efficacia vaccino precipita dopo 6 mesi, in Italia terza dose dopo 12 mesi

In Israele già da quest’estate è stato dato il via alla somministrazione della terza dose per tutti coloro che avevano ricevuto entrambe le dosi di Pfizer da almeno 5 mesi. In Italia nel frattempo si è deciso di prolungare la validità del Green Pass per i soggetti completamente vaccinati da 9 a 12 mesi.

Alla luce di quanto emerso in Israele, e stando a quanto lo stesso numero uno di Pfizer ha affermato nei giorni scorsi, l’Italia ha scelto una strada che espone al rischio di malattia grave, ricovero e morte, tutte quelle persone che hanno completato il ciclo vaccinale da oltre 6 mesi.

Non dimentichiamo che ad aver ricevuto la somministrazione del vaccino per primi sono stati gli anziani e il personale sanitario, il che significa che sono proprio queste due categorie quelle maggiormente esposte al calo di efficacia del vaccino Pfizer.

In Italia, mentre queste categorie vengono indotte a pensare di essere protette dai rischi legati alla trasmissione del Sars-CoV-2, la campagna vaccinale prosegue in un’altra direzione. Si punta infatti a vaccinare i più giovani che, stando ai dati statistici, hanno delle probabilità estremamente basse di sviluppare la malattia in forma grave.

Per il vaccino Moderna “rischio miocardite nei più giovani maggiore dopo seconda dose”

E mentre in Italia si cerca di spingere quante più persone possibile a ricevere il vaccino anti-Covid, con particolare attenzione per la somministrazione nelle fasce più giovani della popolazione, arrivano dati ben poco rassicuranti circa le reazioni avverse legate al farmaco prodotto da Moderna.

Si tratta come sappiamo di uno dei due vaccini ad mRna, e secondo quanto emerso dalle analisi preliminari di nuovi dati relativi alle segnalazioni di effetti cardiaci indesiderati successivi alla somministrazione, il rischio di miocarditi e pericarditi specie nei soggetti più giovani diventa più alto con la seconda dose.

I dati sono quelli che arrivano dai Paesi del Nord Europa, tra i quali anche Svezia e Danimarca, e vengono riferiti all’Adnkronos Salute direttamente dall’Ema che spiega: “indicano la possibilità che il rischio di miocardite negli uomini più giovani possa essere maggiore dopo una seconda dose di Spikevax” cioè del vaccino prodotto da Moderna “rispetto ad una seconda dose di Comirnaty.

Dall’Ema fanno comunque sapere che è necessario effettuare “un’ulteriore valutazione” e spiegano: “il Prac valuterà i nuovi dati per determinare se è necessario aggiornare i consigli attuali nelle informazioni di prodotto”.

In Svezia e in Danimarca, di conseguenza, è stato giù annunciato che le somministrazioni del vaccino di Moderna (Spikevax) saranno sospese in via precauzionale per le persone di età inferiore ai 30 anni (Svezia) e per i giovani fino a 18 anni (Danimarca).

Infatti l’Agenzia svedese per la Sanità pubblica ha rierito che risultano “in aumento le segnalazioini di effetti collaterali come miocardite e pericardite” ma viene anche precisato che “il rischio di essere colpiti da questi effetti collaterali è molto basso”.

Report Iss titola “a 7 mesi vaccino con protezione alta”

Recapitolando: il numero uno di Pfizer conferma quanto il ministero per la Salute israeliano dice da mesi, e cioè che i vaccini dopo circa 6 mesi hanno un’efficacia ridotta, e nel frattempo i dati sugli effetti avversi che arrivano dai Paesi del Nord avvertono sui rischi di problemi cardiaci conseguenti alla somministrazione specialmente sui giovani.

In Israele e negli Usa si procede con la somministrazione della terza dose dando priorità ai soggetti più esposti, e nei Paesi del nord come Danimarca e Svezia si sospende la somministrazione del vaccino Moderna nei soggetti più giovani.

In Italia invece si estende la durata del Green Pass per i soggetti vaccinati portandola da 9 a 12 mesi, e a restare scoperti (pur credendo di essere coperti) dalla protezione sono proprio le categorie più esposte. Al contempo si spinge per la vaccinazione delle fasce più giovani della popolazione per raggiungere il target fissato per la campagna vaccinale.

Dall’Iss nel frattempo arriva un report dal titolo: “A 7 mesi vaccino con protezione alta” solo che numeri e dati in esso contenuti dicono tutt’altro. Emerge infatti che negli ultimi mesi la protezione dal virus si è notevolmente ridotta (si parla di circa il 20 per cento) e gli addetti ai lavori devono ancora capire perché.

Tra le ipotesi formulate nel tentativo di trovare una risposta a questo interrogativo anche quella che sia, tanto per cambiare, colpa dei cittadini. Questi infatti sentendosi protetti dal vaccino hanno iniziato a mettere da parte tutte quelle precauzioni che chi è – o almeno dovrebbe essere – immune grazie al vaccino, non ha più voglia né ragione di adottare.

E a dirla tutta, se davvero si voleva trasmettere il messaggio che anche chi è vaccinato, specie se da oltre 6 mesi, non è immune dal contagio, né dalla malattia in forma lieve o grave cha sia, allora forse non bisognava estendere la validità del Green Pass da 9 a 12 mesi, facendo credere a chi ne è in possesso di non essere a rischio e di non rappresentare un rischio per gli altri.

Nel report dell’Iss si legge che “nelle persone con comorbilità si osserva una riduzione della protezione dall’infezione, dal 75 per cento di riduzione del rischio dopo 28 giorni dalla seconda dose, al 52 per cento dopo circa sette mesi”.

Un dato tutt’altro che trascurabile se si tiene conto del fatto che stando ai rapporti periodici dell’Iss, il 95% dei decessi Covid hanno interessato persone con da 3 a 5 patologie pregresse. Il che significa che a risentire di questo calo dell’efficacia della protezione offerta del vaccino sono proprio i soggetti maggiormente esposti alla malattia grave e alla morte legate al Covid-19.

A completare questo quadro già non particolarmente rassicurante troviamo la recente chiacchierata del generale Francesco Paolo Figliuolo da Fabio Fazio. Nel corso della trasmissione infatti il commissario straordinario all’emergenza ha dimostrato di non avere la più pallida idea di come sia fatto un vaccino a mRna, affermando che all’interno del farmaco vi è una piccola dose di virus, cosa assolutamente falsa.

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