Non sono certo le migliori prospettive quelle che si profilano con l’inasprirsi delle misure anti-contagio che il governo cinese ha introdotto per contenere i nuovi focolai di Covid-19 nel Paese.

Il problema non riguarda solo la Cina bensì il mondo intero in quanto con il severo lockdown imposto a Shanghai e in altre grandi città del Paese a rischio c’è l’intera catena di approvvigionamento globale.

Una questione che riguarda il modo in cui è impostata l’economia del mondo, improntata sul globalismo e impregnata di quella logica neoliberista che fino al 2020 sembrava in grado di garantire un’efficienza impossibile da scalfire.

Ora però l’intera struttura ha dato evidenti segni di cedimento. È successo dopo il primo lockdown, nella delicata fase della ripartenza dell’economia. Quella fase in cui tanti Paesi, inclusa l’Italia, avrebbero dovuto assistere al tanto atteso rimbalzo del PIL che avrebbe condotto verso una ripresa a ritmi sostenuti che in realtà non c’è mai stata.

La crisi della supply chain insieme alla crisi energetica, poi aggravata dalla crisi ucraina e dalle sanzioni contro la Russia, hanno messo a dura prova l’intera macchina del globalismo, ed ora in un contesto di estrema fragilità si inseriscono i nuovi lockdown in Cina.

Cosa succede in Cina e cosa rischia il resto del mondo

Il governo cinese ha deciso di affrontare con la massima durezza la nascita di alcuni focolai di Covid-19, e diverse importanti città del Paese sono finite in lockdown. Con migliaia di persone costrette in quarantena e conseguente carenza di personale in ogni ambito.

Ci sono quindi navi bloccate, magazzini che traboccano merce e camion che non partono perché il conducente si trova agli ‘arresti domiciliari’ anche solo per aver avuto un contatto con un soggetto risultato positivo al Sars-Cov2.

Se questa situazione, come è facile prevedere, non cambierà in tempi brevi, le conseguenze ricadranno sull’intera economia globale per un semplice motivo: in questo sistema economico la Cina ricopre il fondamentale ruolo di ‘fabbrica’ perché una fetta enorme dei prodotti acquistati da consumatori in ogni altro angolo del mondo, arriva proprio da lì.

Quella verso cui stiamo andando è una crisi irrisolvibile per le nostre catene di approvvigionamento perché è proprio in Cina che si concentra la maggior parte delle produzioni globali. Il capo economista cinese, Iris Pang, ha infatti sottolineato che questo sistema ha fatto diventare “un problema della Cina, un problema per l’economia globale”.

In lockdown Shanghai e altre 5 grandi città della Cina

Sono almeno sei le grandi metropoli cinesi che si trovano attualmente in lockdown, non solo Shanghai. Si tratta di importanti poli industriali che ricoprono un ruolo fondamentale nella catena di approvvigionamento globale.

I casi di persone risultate positive al Covid in realtà sono in numero relativamente basso, ma il governo ha deciso comunque di adottare una politica di tolleranza zero che ha portato alla sospensione della produzione in diverse fabbriche del Paese, all’interruzione dei trasporti di merci, alla chiusura di porti e snodi.

Molte città cinesi richiedono infatti ai conducenti di camion e altri mezzi di trasporto di eseguire dei test PCR prima di attraversare i confini del Comune, e in caso di positività, o se si ritiene che per qualche motivo vi siano delle probabilità che il conducente sia positivo al virus, scatta la quarantena.

Gli effetti della linea adottata dal governo cinese si sono già visti su alcune aziende straniere, a cominciare da quelle di elettronica come Apple, fino a raggiungere case automobilistiche come Toyota e Volkswagen.

Misure di contenimento e lockdown bloccano i porti cinesi

A destare preoccupazione sono soprattutto le code nel porto di Shanghai, che si ritrova senza lavoratori per via della quarantena imposta a tutti i soggetti entrati a contatto con persone risultate positive al virus. Nelle acque vicine allo snodo portuale si stanno infatti raggruppando diverse navi portacontainer che attendono di essere scaricate e caricate.

Bloomberg riferisce che il picco di ingorgo nei pressi del porto di Shanghai è stato raggiunto la scorsa settimana, quando c’erano quasi 500 imbarcazioni in attesa di poter effettuare le proprie operazioni di carico e scarico.

Sono molte ora le compagnie commerciali che si sono ritrovate costrette a dirigersi verso altri scali, e questo ha portato ad un lieve decongestionamento del porto di Shanghai.

Il carico delle navi è prevalentemente costituito da materie prime e generi alimentari, che ora rischiano nuovi rincari dopo quelli che hanno subito per via delle sanzioni imposte contro la Russia.

Pesanti effetti si vedono in particolare in alcuni settori, come quello della carne brasiliana, in cui il gruppo lobbistico ABPA che rappresenta le principali compagnie che operano nella lavorazione della carne, che ha dichiarato senza giri di parole che ci sono delle difficoltà nella spedizione della merce.

Il porto di Shnghai, ufficialmente, è aperto e operativo, ma è quasi come se fosse chiuso visto che mancano decine e decine di lavoratori costretti in quarantena. 

Si temono ora gravi conseguenze per i Paesi occidentali e soprattutto per quelli europei, già particolarmente provati da tutta una serie di ripercussioni di scelte politiche a dir poco coraggiose, non ultima quella di imporre sanzioni contro la Russia nell’ambito della crisi ucraina.

Non dimentichiamo poi che la supply chain non è mai del tutto ripartita dopo la crisi conseguente al primo lockdown, e quello che sta accadendo ora in Cina non può far altro che peggiorare la situazione, causando carenza di prodotti e ulteriori rincari.

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