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Elezioni presidenziali Usa 2020: Twitter blocca l'account della campagna Trump e lui minaccia azioni legali

Elezioni presidenziali Usa 2020: Twitter blocca l'account della campagna Trump e lui minaccia azioni legali

Twitter sospende il profilo della campagna Trump per limitare la circolazione dell'articolo del NY Post che infangherebbe Joe Biden

Si apre un nuovo capitolo dell'altalenante rapporto tra il presidente Usa Donald Trump e quella che per anni è stata la sua 'piattaforma social preferita', Twitter, che questa volta ha preso la decisione di sospendere l'account della campagna elettorale di Trump.

A meno di venti giorni dall'election day il profilo della Campagna Trump è stato sospeso da Twitter che, come anche Facebook, ha deciso di limitare la circolazione di un articolo del New York Post che infangherebbe lo sfidante democratico, e che attualmente è in attesa di fact-checking.

Inutile dire che Trump non l'ha presa benissimo, e infatti ha già fatto sapere che probabilmente si troverà costretto ad adire per vie legali. La nota piattaforma social, secondo quanto riportato da Repubblica, ha sospeso brevemente il profilo della campagna per via della violazione delle norme di Twitter.

"Non so cosa sia successo" ha replicato Trump alla notizia della sospensione dell'account parlando con Fox News "ma finirà tutto in un gran procedimento legale. Potrebbero succedere cose molto gravi che preferirei non accadessero. Probabilmente però dovranno accadere".

Trump minaccia di cancellare la 'Sezione 230'

Nel corso di un comizio che si è tenuto a Greenville alcune ore dopo la notizia della sospensione dell'account Twitter della campagna Trump, il presidente Usa ha quindi annunciato che se dovesse essere rieletto provvederà a cancellare la "Sezione 230" vale a dire quella clausola del Communications Decency inserita nel 1996 che permette ai social network di essere esonerati da responsabilità legali riguardanti i contenuti pubblicati sulla piattaforma dagli utenti.

Grazie a quella clausola che ora è in vigore infatti, i social "sono totalmente protetti, non possono essere denunciati" ha spiegato il presidente "ma tutto questo finirà: abrogherò la Sezione 230".

Infatti se da una parte è sicuramente vero che il presidente Usa non ha il potere per far chiudere Twitter né altri social network, dall'altra è chiaro che ha il potere di modificare alcune leggi complicando loro la vita non poco.

Se la Sezione 230 dovesse essere abrogata infatti gli uffici legali delle piattaforme social come Twitter o Facebook si ritroveranno sommersi di lavoro, con una quantità presumibilmente alta di notifiche di azioni legali intraprese da parte di utenti che ritengono la piattaforma responsabile per contenuti offensivi ivi presenti.

L'articolo del NY Post che infangherebbe Joe Biden

Tutto è stato innescato da un articolo del New York Post che ha iniziato a circolare in rete e naturalmente sui social. In questo articolo Joe Biden non riceve esattamente una buona pubblicità, e questo per via degli approfondimenti riportati circa alcune vicende che vedono coinvolto anche il figlio del candidato democratico, Hunter Biden.

Secondo La Repubblica, si tratterebbe di "un leak dalle dubbie origini" nonostante la fonte sia nientepopodimeno che il NY Post. L'articolo rischia di mettere in cattiva luce il candidato democratico che al momento, stando agli ultimi sondaggi, risulta ampiamente in vantaggio sul presidente Trump.

Nell'articolo del NY Post, Hunter Biden viene accusato di aver organizzato un incontro tra il padre e un consigliere di una compagnia energetica ucraina, Burisma. L'episodio risalirebbe al 2015, ultimo anno della presidenza di Barak Obama, quando Joe Biden ricopriva l'incarico di vicepresidente e Hunter quello di membro del consiglio di amministrazione di Burisma.

I dettagli sulla vicenda emergerebbero dalle email fornite all'ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani, legale del presidente Trump. Questi avrebbe ricevuto una copia del disco contenuto all'interno di un computer che il figlio di Joe Biden avrebbe portato a riparare in un negozietto nel Delaware ma che non sarebbe mai più tornato a ritirare.

Il gestore del negozietto in questione pare sia un grande sostenitore di Donald Trump, e quando è stato intervistato, secondo quanto riportato da Repubblica, avrebbe fornito diverse versioni della vicenda, cadendo anche in contraddizione in più occasioni. Tra le altre dichiarazioni rilasciate dal commerciante ci sarebbe quella di non aver avuto modo di verificare se il proprietario del computer fosse effettivamente Biden.

Le decisione dei social di limitare la diffusione dell'articolo del New York Post

La decisione è stata presa sia da Twitter che da Facebook. Le popolari piattaforme social hanno entrambe ritenuto opportuno limitare la diffusione dell'articolo del New York Post nell'attesa che si possa verificarne l'autenticità dei contenuti.

Dall'azienda di Mark Zuckerberg hanno fatto sapere attraverso un membro del team di comunicazione, Andy Stone, che il social ha deciso di "limitare la distribuzione della storia sulla sua piattaforma" in attesa che la procedura di fact-checking, affidata a partner esterni, possa essere completa.

Secondo Twitter invece l'articolo viola la normativa sulla privacy in quanto il New York Post ha pubblicato nomi e contatti di diverse persone, nonché quelle sull'hacking del social network, visto che le informazioni contenute nell'articolo proverrebbero dal computer che Hunter Biden aveva portato in riparazione presso il negozietto del Delaware.

Un portavoce di Twitter ha spiegato la posizione della piattaforma affermando: "in linea con la nostra politica sull'hacking, così come il nostro approccio al blocco delle URL, stiamo adottando misure per bloccare qualsiasi link o immagine del materiale in questione su Twitter".

Le decisioni prese da Twitter e Facebook, circa la diffusione dell'articolo del NY Post che riporta i dettagli della vicenda che vede coinvolti sia il candidato presidente democratico che il figlio, si mostrano coerenti con la linea già evidenziata in passato.

Su Repubblica si parla di una "maggiore assunzione di responsabilità che le tech company stanno cercando di dimostrare in vista delle elezioni, dopo essere state accusate per anni di aver permesso distorsioni e manipolazioni durante il voto del 2016".

Le piattaforme social si fanno carico quindi della responsabilità di stabilire quali contenuti sono da ritenersi dannosi e quali no, oscurando i primi e lasciando circolare gli altri. I fact checker indipendenti cui si affidano però non sono infallibili, e in più occasioni lo hanno dimostrato facendo sparire contenuti che non violavano alcuna norma. Il problema è che non esiste per l'utente la possibilità di far ricorso, se non per vie legali.

La reazione dei Repubblicani alla sospensione del profilo dalla campagna Trump

Per i Repubblicani si tratta però di una "interferenza elettorale" a tutti gli effetti. La sospensione del profilo del Team Trump per la campagna elettorale è tornato online dopo alcune ore, ma la decisione di Twitter è stata duramente condannata dall'ala repubblicana.

"Questa è una interferenza elettorale, chiara e semplice" ha commentato su Twitter il direttore della comunicazione della campagna Trump, Tim Murtaugh "siamo a un livello eccessivo di ingerenza politica da parte di Twitter" e ha poi continuato: "gli amici della Silicon Valley di Joe Biden stanno bloccando in modo aggressivo le notizie negative sul suo ragazzo e impedendo agli elettori di accedere a informazioni importanti. Questa è una cosa da Cina comunista o da Cuba, non da Stati Uniti d'America".

Sulla stessa linea anche uno dei direttori della campagna elettorale di Trump, Andrew Clark, che ha commentato: "questa è una censura agghiacciante della campagna per la rielezione di un presidente in carica a 19 giorni da un'elezione".

Il senatore repubblicano Josh Hawley, membro del Comitato giudiziario del Senato, ha anche aggiunto che chiederà sia a Facebook che a Twitter di testimoniare sotto giuramento di fronte al comitato che non intendono manipolare le elezioni presidenziali.

©RIPRODUZIONE RISERVATA
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