La Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2021, anche detta conferenza di Glasgow e presieduta dal Regno Unito nella persona di Alok Sharma si è definitivamente conclusa e purtroppo si può dire che sia stata quasi un fallimento.

Naturalmente il Glasgow Climate Pact ha portato una serie di novità interessanti, come la richiesta da parte dei Paesi di rafforzare gli impegni di riduzione al 2030 prima della COP27 (che si terrà il prossimo anno in Egitto), ma delinea anche una visione piuttosto amara del mondo odierno. Il tutto riassunto perfettamente dai giochi di potere attuati durante la conferenza di Glasgow.

Cominciando con Cina ed India che, in cambio della loro firma, hanno chiesto un passo indietro sul tema dei combustibili fossili, i quali risultano per la prima volta citati in un documento finale della COP. Il tutto facendo grande piacere ad Australia, Arabia Saudita e Russia, che pure puntavano ad un obiettivo simile.

La vera prova di forza, però, è stata quella di Stati Uniti ed Europa, che non hanno voluto concedere un sistema di finanziamento per rimborsare le perdite e i danni causati da eventi meteorologici estremi legati al cambiamento climatico ai Paesi più vulnerabili, il Gruppo dei 77 ( costituito da ben 130 nazione e dall’85% della popolazione mondiale) più la Cina, anche se questa non rientra né tra i Paesi vulnerabili né tra quelli in via di sviluppo.

E così gli Stati Uniti, probabilmente anche tenendo conto di Pechino, hanno preferito non assumersi la responsabilità di essere il primo inquinatore mondiale dal 1850 ad oggi (come rivelano i dati raccolti attraverso uno studio condotto dal Global Carbon Project).

E gli aiuti promessi ai Paesi più poveri?

Ancora una volta il boccone più amaro lo hanno dovuto ingoiare quei Paesi che già rischiano la loro stessa esistenza pur inquinando meno di tutti. Alla faccia della solidarietà e dell’urgenza! Come sempre si fanno due passi avanti e uno indietro.

E’ poi stato confermato l’obiettivo dei 100 miliardi all’anno, che si sarebbero già dovuti mobilitare nel 2020, ma ora si punta a raggiungere la cifra promessa nel 2009 a Copenaghen di 600 miliardi di dollari entro il 2025. Ma come trovare questi fondi? Per il momento non si sa, ma questo sarà il tema centrale di futuri colloqui programmati dal 2022 al 2026.

Intanto i Paesi sviluppati sono chiamati a raddoppiare i loro sforzi, stanziando da 20 a 40 miliardi di dollari l’anno, in modo da creare un maggiore equilibrio tra le risorse destinate alla mitigazione e quelle, decisamente scarse, destinate all’adattamento.

Solo che fino ad ora questi fondi per l’adattamento sono serviti a ripagare i danni e le perdite già subite. E senza quegli aiuti che i Paesi più poveri si sono visti negare a Glasgow, la storia è destinata a ripetersi ancora e ancora.

Il presidente nazionale  di Legambiente, Stefano Ciafani, ha affermato: “serviva a consentire una rapida ricostruzione e ripresa economica dei territori colpiti, evitando così anche il preoccupante aumento dei profughi climatici”.

Gabriela Bucher, direttore esecutivo internazionale di Oxfam, ha poi aggiunto: “non solo i Paesi ricchi hanno bloccato la richiesta, ma tutto ciò che hanno concesso è un finanziamento limitato per l’assistenza tecnica (che sarà gestito attraverso la rete di Santiago) e un dialogo”.

Non è poi stato possibile raggiungere alcun accordo sul finanziamento del clima post 2025, ma i Paesi hanno concordato di avviare un programma di lavoro della durata di 2 anni per valutare le esigenze dei Paesi in via di sviluppo, al fine di definire nel 2024 un obiettivo post 2025.

Rinviata la roadmap per la riduzione delle emissioni climalteranti

Con il Glasgow Climate Pact viene rinviato al prossimo anno l’adozione della roadmap per la riduzione di emissioni climalteranti al 2030. L’obiettivo è quello di ridurre del 45% le emissioni di CO2 rispetto ai livelli del 2010, per poter così arrivare a zero emissioni nette entro il 2050.

Anche in questo caso quelli a pagarne maggiormente il prezzo sono i Paaesi più poveri, ma nonostante ciò tutti gli esponenti hanno firmato, comprese quelle nazioni che all’inizio della COP26 avevano annunciato le emissioni nette zero al 2060, come Cina e Russia, o al 2070, come l’India.

Per poter raggiungere degli obiettivi così ambiziosi, è necessario che tutte le nazioni rivedano con cadenza annuale gli impegni di riduzione al 2030 e questo già a partire dal 2022. In definitiva, tutti gli obiettivi devono essere rafforzati già prima della COP27 che si terrà il prossimo anno in Egitto.

Si tratta dunque di un passo decisamente importante, sempre che tutti i Paesi rispondano in maniera ambiziosa. L’importanza di questo punto è sottolineata anche dal rapporto aggiornato sul divario delle emissioni dell’Unep, secondo il quale gli attuali piani climatici dei Paesi stanno portando ad un riscaldamento globale di 2,4°C.

Ai vari Paesi è stato anche chiesto di presentare degli obiettivi per il 2035, i quali potranno essere definiti entro il 2025, poi degli obiettivi per il 2040, da definire entro il 2030, e così via. i Verdi europei fanno notare che “per l’Ue significa che la legge europea dovrà essere rivista entro il 2025 per includere obiettivi climatici quinquennali”.

Secondo Stafano Ciani è molto importante non perdere di vista l’obiettivo degli 1,5°C, ma nel testo finale si legge che il target è di mantenere la temperatura almeno al di sotto dei 2°C, pur continuando a fare ulteriori sforzi per mantenerla al di sotto degli 1,5°C.

Inoltre nel testo finale viene ribadita più e più volte l’importanza di questi target e le relative conseguenze a livello climatico se non si dovessero raggiungere. Mauro Albrizio, direttore dell’ufficio europeo di Legambiente, ha poi spiegato a Ilfattoquotidiano che “il riferimento ai 2 gradi centigradi è contenuto nel testo dell’articolo 2 dell’Accordo di Parigi che altrimenti andrebbe rivisto, ricominciando da capo e perdendo tempo prezioso”.

Anche se il target dovesse essere spostato a 1,5°C, il punto è capire se si può effettivamente rimanere al di sotto della soglia più ambiziosa. “Dipende dall’ambizione della roadmap che sarà adottata il prossimo anno alla COP27”, conclude Albrizio.

Il capitolo dei combustibili fossili

Il braccio di ferro vinto da Cina e India ha segnato l’ennesimo tradimento ai Paesi più vulnerabili. L’eurodeputata Eleonora Evi, co-portavoce di Europa Verde, ha affermato: “alla fine l’ha spuntata l’India, con il sostegno della Cina, e al concetto fondamentale di eliminazione del carbone si è sostituito quello di riduzione progressiva“.

Inoltre secondo Evi “questa riduzione con ogni probabilità non ci porterà a raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e quello di mantenere l’aumento delle temperature sotto gli 1,5°C”. ma d’altra parta l’India è stata irremovibile.

Il ministro dell’Ambiente indiano, Bhupender Yadav, ha da subito affermato che “non è compito dell’Onu dare prescrizioni sulle fonti energetiche”. Inoltre Yadav, facendosi portavoce dei Paesi in via di sviluppo, ha affermato che questi “vogliono avere la loro equa quota di carbon budget e vogliono continuare il loro uso responsabile dei combustibili fossili“.

Per questo motivo alla fine il presidente britannico, Alok Sharma, ha dovuto cedere. Albrizio ha poi affermato: “se si vuole per davvero fronteggiare l’emergenza climatica va avviato al più presto il phase-out di tutti i combustibili fossili e dei loro incentivi“.

“L’Ue deve fare da apripista cogliendo l’occasione della discussione in corso sul nuovo Pacchetto Clima ed Energia. Un pacchetto legislativo che sia in grado di consentire una riduzione delle emissioni almeno del 65% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, accelerando il phase-out di carbone, gas e petrolio e di tutti i sussidi ai combustibili fossili”.

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