Quando l’Agenzia delle Entrate avvia verifiche fiscali, uno degli strumenti più incisivi a sua disposizione è l’analisi dei movimenti bancari del contribuente. Versamenti e prelievi sul conto corrente possono infatti diventare un punto di partenza per ipotizzare l’esistenza di redditi non dichiarati, grazie a un principio giuridico molto preciso: la presunzione bancaria.
In pratica, il Fisco può “presumere” che determinate somme movimentate sul conto siano collegate a entrate imponibili non riportate in dichiarazione, a meno che il contribuente non riesca a dimostrare il contrario con prove chiare e documentate. Vediamo come funziona questa regola, quali controlli può attivare l’Agenzia e cosa cambia con la recente ordinanza della Corte di Cassazione del dicembre 2025.
Come avvengono i controlli dell’Agenzia delle Entrate sui conti correnti
La cosiddetta presunzione bancaria è uno dei meccanismi più temuti in ambito fiscale perché si basa su un concetto semplice: i movimenti registrati in banca rappresentano una traccia concreta dell’attività economica di una persona o di un’impresa.Sotto questo profilo:
- un versamento sul conto può essere interpretato come un’entrata che produce reddito, quindi potenzialmente tassabile
- un prelievo, se non giustificato, può far sospettare che quelle somme siano state impiegate in attività “in nero” o comunque collegate a ricavi non dichiarati
Questo non significa che ogni versamento o prelievo sia automaticamente illecito, ma significa che, in caso di verifica, l’onere della prova può spostarsi sul contribuente. In altre parole, non è il Fisco a dover dimostrare subito che quel denaro è reddito evaso: può partire dalla presunzione e chiedere spiegazioni puntuali.
Nei fatti, questa regola diventa particolarmente rilevante per chi svolge attività economiche con flussi frequenti, ad esempio artigiani, piccoli imprenditori o soggetti che incassano pagamenti in modo non perfettamente tracciato.
Come avvengono i controlli dell’Agenzia delle Entrate sui conti correnti
I controlli dell’Agenzia delle Entrate non si limitano a “guardare il saldo”, ma si concentrano sui dettagli delle operazioni: entrate, uscite, bonifici, trasferimenti, operazioni ricorrenti e importi anomali.
La logica è confrontare ciò che risulta dalla dichiarazione dei redditi con ciò che emerge dalle movimentazioni bancarie. Se il reddito dichiarato è basso ma sul conto transitano somme importanti, il Fisco può ritenere che ci siano incongruenze meritevoli di approfondimento.In presenza di differenze significative, l’Agenzia può avviare un’istruttoria più approfondita che può trasformarsi in un vero e proprio accertamento fiscale, con richiesta di chiarimenti formali e ricostruzione dei presunti redditi non dichiarati.
Cosa succede se un versamento o un prelievo non è giustificato
Nel momento in cui l’Agenzia rileva movimenti “sospetti”, al contribuente viene chiesto di spiegare la provenienza o la destinazione delle somme. E qui entra in gioco la parte più delicata: le spiegazioni devono essere precise, coerenti e dimostrabili.
Non basta dire “è un prestito” o “sono soldi miei”: serve documentazione concreta. Tra le prove più utili rientrano:
- fatture e ricevute
- contratti (ad esempio prestiti tra privati o accordi di pagamento)
- documenti contabili e giustificativi
- tracciabilità di somme già tassate o non imponibili
Se non si riesce a dimostrare la reale natura di quelle operazioni, i movimenti possono essere ricostruiti come reddito imponibile, con conseguenze che possono includere maggiori imposte, sanzioni e, nei casi più seri, contestazioni più pesanti.
Ordinanza Cassazione n. 34459/2025: l’artigiano è imprenditore, non lavoratore autonomo
Un punto centrale è stato ribadito dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 34459 del 29 dicembre 2025: l’artigiano deve essere considerato un imprenditore e non rientra, in senso stretto, nella categoria dei lavoratori autonomi.
Questa distinzione è fondamentale perché incide direttamente su quali presunzioni possono essere applicate in sede di controllo bancario. Anche se l’artigiano svolge la sua attività in modo prevalentemente personale, secondo la Cassazione ciò non basta a farlo rientrare nel lavoro autonomo “puro”: resta un soggetto che produce reddito di impresa, anche in forma ridotta o organizzata in maniera semplice.Il risultato pratico è che, in caso di verifica, l’artigiano può subire controlli più “rigidi”, perché ricade nel perimetro tipico dell’impresa.
Articolo 32 del DPR 600/1973: cosa prevede su versamenti e prelievi
La normativa di riferimento è l’articolo 32 del DPR 600/1973, che consente al Fisco di utilizzare i dati bancari per ricostruire il reddito. In particolare:
- i versamenti possono essere considerati come ricavi non dichiarati, salvo prova contraria
- i prelievi non giustificati possono far presumere un maggior reddito rispetto a quello dichiarato
Tuttavia, c’è un aspetto che ha creato una differenza importante tra categorie: la presunzione sui prelievi non si applica indistintamente a tutti. Infatti, dopo l’intervento della Corte Costituzionale (sentenza n. 228/2014), la presunzione sui prelievi è rimasta valida soprattutto per il reddito d’impresa, mentre non opera nello stesso modo per i soggetti che producono reddito da lavoro autonomo.
Questo spiega perché la classificazione dell’artigiano come imprenditore diventa decisiva: se è imprenditore, la presunzione può valere sia sui versamenti sia sui prelievi.
Nessuna “versione attenuata” per l’impresa artigiana: controlli come per le imprese ordinarie
Uno degli elementi più rilevanti dell’ordinanza citata è il principio secondo cui non esiste una distinzione, ai fini della presunzione bancaria, tra impresa artigiana e impresa ordinaria. In pratica, l’artigiano viene trattato come un piccolo imprenditore a tutti gli effetti, senza una disciplina più morbida nei controlli sui conti.
In altre parole, non conta solo quanto l’attività sia “manuale” o svolta personalmente: ciò che rileva è la natura del reddito, che resta qualificabile come reddito d’impresa.
Presunzione bancaria: non è automatica e si può sempre contestare con prove concrete
È importante chiarire un punto spesso frainteso: la presunzione bancaria non è una condanna automatica. È una presunzione relativa, non assoluta. Questo significa che il contribuente può difendersi, a patto di farlo nel modo giusto.
È possibile superare la presunzione dimostrando, ad esempio, che:
- quelle somme sono già state tassate in precedenza
- si tratta di importi non imponibili (o fiscalmente irrilevanti)
- i movimenti non hanno alcun legame con ricavi in nero o attività non dichiarate
La differenza, in questi casi, la fa la capacità di fornire una ricostruzione chiara e credibile, supportata da documenti e dati oggettivi. In caso contrario, un semplice movimento bancario può diventare un elemento sufficiente per far scattare un recupero fiscale importante.
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