La salute pubblica in Italia è una tale priorità che da un anno i cittadini sono tenuti ostaggi di un’emergenza sanitaria interminabile, e rinunciano – chi più volentieri, chi molto meno – ai propri diritti fondamentali a cominciare dal diritto al lavoro. Si accontentano di ricevere qualche bonus in cambio del proprio pacifico ed incondizionato assenso ad una gestione che fa acqua da tutte le parti.

Una salute pubblica che passa, si direbbe, solo ed esclusivamente dal comportamento di cittadini troppo spesso accusati di essere irresponsabili. E ci troviamo a sottostare all’obbligo di indossare delle mascherine protettive anche senza che vi sia alcuna evidenza scientifica che questo possa essere un efficace metodo di prevenzione limitando effettivamente la circolazione del virus.

E ci sarebbe molto da dire su quali mascherine andrebbero eventualmente utilizzate o su come andrebbero utilizzate, eppure non è questo il punto della questione. Il punto invece è che 60 milioni di Italiani subiscono passivamente l’obbligo di indossare la mascherina accettando per fede che questo serva a qualcosa, e nel frattempo scopriamo che milioni di queste mascherine vendute in Italia filtrano molto meno di quel che dovrebbero.

Lo scandalo delle mascherine coinvolge anche Domenico Arcuri

Ma vediamo in breve che cosa è successo, cominciando da quest’estate quando un manipolo di imprenditori con pochi scrupoli hanno contribuito a far arrivare in Italia una certa quantità di mascherine cinesi di qualità scadente.

Secondo quanto riportato dal giornale La Verità, siamo arrivati oggi ad un punto di svolta. Tanto per cominciare per gli indagati spuntano fuori nuove ipotesi di reato, e non si parla più solo di traffico illecito di influenze e di ricettazione, inoltre è anche il numero degli indagati a crescere rispetto agli 8 inizialmente iscritti nel registro della procura.

Tra gli indagati figurano ora anche “uno o più pubblici ufficiali, una notizia che potrebbe far tremare i polsi a diversi dirigenti e funzionari della struttura commissariale”. Delle responsabilità sarebbero imputabili infatti anche a chi ha rilasciato le certificazioni delle mascherine sulla base della documentazione fornita dai venditori cinesi, senza effettuare i dovuti controlli.

Ed eccoci qua, a contemplare ancora una volta l’impeccabile gestione dell’emergenza firmata Domenico Arcuri. Obbligo di mascherina anche all’aperto per gli Italiani e controlli su controlli per accertarsi che eseguano gli ordini con diligenza, e pazienza se quelle mascherine non filtrano praticamente nulla.

Il che peraltro è persino peggio che non indossare alcun dispositivo di protezione individuale. Perché se non indosso nessuna mascherina, sono consapevole di poter contagiare gli altri e magari agisco di conseguenza con maggior prudenza nel momento in cui entro a contatto con altre persone. Se invece penso che gli altri siano protetti in quanto io indosso una mascherina chirurgica, ma in realtà quella che mi copre naso e bocca non filtra quasi nulla, espongo gli altri al rischio senza esserne consapevole.

Inizialmente l’ipotesi di reato avanzata dagli investigatori era quella di corruzione, poi però hanno iniziato a seguire altre piste tra cui quella della frode nelle pubbliche forniture. Si ritiene infatti che non solo sarebbero state acquistate mascherine con una capacità di filtraggio drasticamente ridotta, ma sarebbe stato anche pagato un prezzo più alto rispetto a quello di mercato.

In totale l’operazione era costata circa 1,25 miliardi di euro per avere una fornitura di 801 milioni di mascherine protettive. 72 milioni poi sarebbero andati dritti nelle tasche dei broker in contatto con Arcuri.

Secondo quanto riportato da La Verità forse la somma è persino più alta “a voler credere ad alcune email di maggio e giugno rinvenute dagli investigatori durante le perquisizioni del 4 dicembre in cui l’ecuadoriano Jorge Solis e il cinese Zhogkai Cai facevano riferimento a 203 milioni, ovvero il 16,34% del totale, escludendo un’ulteriore fetta che Cai avrebbe trattato direttamente con la società di import export di Pechino, soldi che non sarebbero mai giunti in Italia”.

Il 9 novembre 2020 lo stesso commissario straordinario all’emergenza, Domenico Arcuri, insieme con il dirigente di Invitalia Antonio Fabbrocini sono stati iscritti tra gli indagati per corruzione nell’ambito dello scandalo delle mascherine protettive, quelle mascherine che dovrebbero proteggere dal Covid-19.

Arriviamo al mese di dicembre, e per sei indagati l’ipotesi di reato diventa traffico di influenze, mentre per Arcuri e Fabbrocini viene chiesta l’archiviazione, ad oggi però senza nessun risultato.

Intanto dello scandalo delle mascherine si continua a parlare, meno di quanto si dovrebbe, ma se ne parla. Nel corso della trasmissione Fuori dal Coro viene spiegato e dimostrato che le mascherine acquistate avevano una capacità di filtraggio ridotta al 70 o persino al 50% rispetto al 96% previsto.

Ora in Italia ci sono circa 3 milioni di queste mascherine in circolazione ma come riportato da Il Paragone, “non è chiaro chi le stia al momento utilizzando”.

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