Crisi energetica coinvolge anche la Cina, conseguenze su inflazione e a rischio la ripresa

Crisi energetica coinvolge anche la Cina, conseguenze su inflazione e a rischio la ripresa

La crisi energetica e la carenza di chip e altre materie prime rallentano la ripresa dell'economia cinese e mettono a rischio la ripartenza in Europa

Man mano che la diffusione della variante Delta del Covid segnava un'inversione di tendenza, la maggior parte delle fabbriche riapriva, parliamo in particolare della produzione dei Paesi dell'est asiatico, dell'industria vietnamita e malese.

La Cina dal canto suo aveva già ripreso da tempo il ritmo, essendo stata la prima grande economia a lasciarsi alle spalle, almeno in parte, i disastrosi effetti che lockdown e restrizioni in chiave anti-contagio producono sull'economia.

Il Covid arretrava, si allentavano le restrizioni e ripartivano quindi le filiere produttive, lasciando intravedere la possibilità concreta di una rapida ripresa, il rimbalzo dell'economia di cui tanto si è parlato fino a che non ci si è scontrati con una realtà tutto sommato prevedibile, quella che stiamo imparando a conoscere in queste settimane.

Ci si aspettava una parziale risoluzione di alcune carenze nella supply chain per i prossimi mesi, e l'indice cinese Caixin Services PMI registrava a settembre un rimbalzo marcato da 46,7 a 53,4 punti, decisamente al di là delle aspettative del mercato.

La crisi energetica però ha frenato bruscamente la ripresa. Aspettative disattese, e Geraldine Sundstrom, managing director e portfolio manager di PIMCO ha commentato: "peccato che queste speranze siano state messe a dura prova dalla crisi energetica che si sta abbattendo su Europa e Cina in particolare".

Quello che la crisi energetica può comportare è prima di tutto un cambiamento nel sentiment dei consumatori. La conseguenza più immediata del rincaro di gas ed energia elettrica è un aumento dei costi in bolletta per le famiglie e per le imprese, motivo per cui in tutta l'Ue si chiedono interventi mirati da parte dei governi centrali ed una strategia condivisa per affrontare una problematica che rischia di compromettere la tanto agognata ripartenza.

Con rincari così pesanti una buona percentuale delle famiglie europee potrebbe vedere intaccato il proprio reddito disponibile, e questo rischia di avere gravi ripercussioni sul sentiment.

La manager ha anche ricordato che "in base ad uno studio europeo il costo del rincaro delle bollette sulle tasche delle famiglie potrebbe ammontare a 100 miliardi di euro l'anno qualora venissero interamente trasferiti i rincari".

La situazione in Cina però si presenta, come era facile immaginare, piuttosto diversa da quella che viviamo in Europa. Qui le autorità sembrano essere pronte ad aumentare i prezzi dell'energia elettrica, facendo salire il tetto degli aumenti dal 10% al 20%, anche per le famiglie. Quanto alle imprese, in genere sono più esposte ai prezzi energetici all'ingrosso, eccezion fatta per i casi in cui godono di tariffe contrattuali fisse.

La Sundstrom ricorda anche che la Cina "da qui a fine anno potrebbe anche procedere con tagli parziali dell'elettricità, con formule ridotte del 10%-30% per molte industrie".

L'Europa e la questione Nord Stream 2

Ma torniamo all'Europa, dove le speranze di ridurre l'impatto della crisi energetica sull'economia sono legate in buona parte al gas che arriva dalla Russia. Nel Vecchio Continente il caro prezzi sta costringendo a chiudere alcuni stabilimenti, e mai come ora occorre trovare una soluzione rapida ed efficace, eppure l'orizzonte è ancora avvolto dalla foschia.

"Il problema è che non si vedono al momento soluzioni" fa notare Geraldine Sundstrom "per esempio, se è vero che potrebbe essere messo in funzione Nord Stream 2, il gasdotto russo che dal Baltico trasporta il gas in Germania) è altrettanto noto come Gazprom, che sta producendo quantità record di gas, debba tener conto della debolezza delle scorte della Russia. Inoltre non è chiaro se l'infrastruttura tedesca disponga delle capacità necessarie per gestire più forniture".

E se in Europa scarseggiano le risorse energetiche e soprattutto scarseggiano le soluzioni, anche in Cina ci sono problemi non da poco da risolvere. Una serie di inondazioni ha infatti colpito la regione in cui si trovano le principali miniere di carbone e sarà difficile quindi adempiere alla richiesta di Pechino di aumentare la produzione.

"Questa crisi energetica costringerà i governi a rendersi conto dell'urgente necessità di ritrovare l'indipendenza energetica" fa notare la manager di PIMCO, ed è proprio in questa direzione che si sta muovendo infatti il Regno Unito, che ha da poco varato un piano per generare il 100% di energia da fonti rinnovabili entro il 2035.

Anche l'Ue intende imboccare con ancor maggior convinzione la strada delle rinnovabili, infatti l'Eurogruppo ha ribadito nei giorni scorsi l'importanza di ridurre la dipendenza dalle importazioni di energia, e di scommettere sull'energia pulita.

Frena l'economia cinese e soffre il settore europeo del lusso

Non solo crisi energetica per la Cina, ma anche il settore immobiliare sta attraversando un momento di grande instabilità, e le conseguenze arrivano a colpire l'Europa facendo soffrire il settore del lusso.

La francese Lvmh ha perso ieri il 2,54% a 647,90 euro, Kering perde il 3,10% fino a 648,10 euro, ed Hermes perde il 2,17% fino a 1261,5 euro. Stiamo parlando in tutti e tre i casi di società che sono esposte all'andamento dell'economia cinese.

A Milano succede più o meno la stessa cosa con Moncler che perde l'1,94% a 57,66 euro, Bruno Cucinelli l'1,70% a 48,68 euro, e Tod's, che comunque subisce un calo tutto sommato contenuto, che perde lo 0,13% a 46,20 euro, così pure Salvatore Ferragamo che perde lo 0,25% a 18,10 euro.

A determinare questo arresto il forte rallentamento dell'economia cinese, che ha registrato il più basso ritmo di ripresa dell'anno nel terzo trimestre. Ad incidere è stata la crisi energetica, che ha frenato la produzione delle fabbriche portandola ai livello di inizio 2020, vale a dire gli stessi livelli della fase più acuta dell'emergenza pandemica.

All'epoca però il calo della produzione era legato alle pesanti restrizioni in chiave anti contagio che Pechino aveva imposto, mentre ora lo stesso risultato è determinato dalla crisi energetica.

Altro fattore che ha inciso è la crisi del settore immobiliare, con la vicenda Evergrande, e il risultato è stato un'espansione del PIL al di sotto delle previsioni, cioè un +4,9% invece del 5,2% previsto dagli economisti.

Vero è che la Cina ha vissuto una ripresa neppure paragonabile a quella vista nel Vecchio Continente. Il rimbalzo economico della seconda economia del mondo è stato impressionante, ma dopo una crescita del 18,3% registrata nel primo trimestre, il ritmo è calato drasticamente proprio per via della questione energetica e della crisi immobiliare.

Ed ecco che le previsioni degli analisti di Berclays sono state prontamente ritoccate, con un taglio di 1,2 punti percentuale sulla crescita del PIL cinese che dovrebbe attestarsi quindi intorno al 3,5% nel quarto trimestre. Anche gli analisti di Anz hanno tagliato le stime, prevedendo per il 2021 una crescita complessiva all'8% invece che all'8,3%.

Una previsione quest'ultima che trova riscontro anche nelle stime dello stesso governatore della People's Bank of China, Yi Gang, che ha previsto che l'economia cinese dovrebbe crescere dell'8% circa nel 2021.

Il governo intanto mette in campo alcuni interventi, infatti il presidente Xi Jinping ha deciso di avviare dei cambiamenti strutturali che interesseranno il settore immobiliare e i giganti della tecnologia. Inoltre compito dell'esecutivo sarà riuscire a bilanciare l'impatto di questi interventi con altri mirati a spingere l'economia.

Louis Kujis, head of Asia Economics a Oxford Economics, ha spiegato: "in risposta ai numeri deludenti sulla crescita ci aspettiamo che nei prossimi mesi i politici prendano misure per sostenerla, tra cui garantire un'ampia liquidità nel mercato interbancario, accelerare lo sviluppo delle infrastrutture e calmierare alcuni aspetti del credito e le politiche immobiliari".

Le conseguenze del forte rallentamento della ripresa in Cina le paga in parte anche l'Europa, ed in particolare ne risente il settore del lusso. La Cina promette di ridurre la disuguaglianza ma è una strada da percorrere con cautela per non correre il rischio di danneggiare un settore privato che per anni è cresciuto e ha spinto la crescita dell'occupazione.

Un avvertimento che arriva direttamente dali esperti dopo che il presidente Xi Jinping ha chiesto l'estensione della tassa della proprietà, che in via sperimentale era stata introdotta solo con imposizioni fino all'1,2% annuo, e questo dovrebbe contribuire a ridurre le disuguaglianze.

Secondo gli esperti di Intesa Sanpaolo i risultati del terzo trimestre 2021 di Lvmh indicano il rallentamento del mercato asiatico, ma al contempo si intravedono i segnali di una ripresa in Europa.

Durante la conference call gli esperti dell'istituto di credito hanno fatto sapere che da parte dei consumatori non vi è alcun cambiamento del sentiment rispetto alle classi benestanti e medio-alte.

Si parla però inevitabilmente di "incertezze sulla ripesa economica instabile e squilibrata della Cina, che potrebbe danneggiare la domanda di lusso" elementi che "spiegano la volatilità del settore poiché la Cina continentale rappresenta in media circa il 20% delle vendite totali".

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