Vaccino universale contro tutte le varianti: quando potrebbe arrivare e come funziona

Vaccino universale contro tutte le varianti: quando potrebbe arrivare e come funziona

Il nuovo vaccino agisce sulla proteina N che, a differenza della Spike, non presenta mutazione nelle varianti isolate fino ad ora. Questo potrebbe fornire protezione da tutti i ceppi, passati e futuri

In arrivo un nuovo vaccino contro il Covid-19. La novità data da questo vaccino è che non è pensato per combattere una sola variante bensì tutte, sia quelle finora emerse che quelle future.

Uno studio italiano ha evidenziato come questo nuovo vaccino possa essere anche utilizzato per dei richiami annuali contro il Covid-19. Secondo alcuni esperti la somministrazione potrebbe iniziare già dal prossimo autunno e proseguire così con cadenza annuale, come accade per il vaccino anti-influenzale.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica Viruses ed è stato portato avanti dall'Iss (Istituto superiore di sanità), dove è già stata sperimentata l'efficacia del nuovo siero sui topi. A rendere diverso questo vaccino dai precedenti è il fatto che invece di agire sulla, ormai famosa, proteina Spike, agisce invece sulla proteina N. Vediamo quindi di capire meglio cosa significa tutto ciò.

Differenze rispetto ai vaccini precedenti

Come appena affermato, il nuovo vaccino punta quindi sulla proteina N che, contrariamente a quanto riscontrato per la proteina Spike, non presenta delle mutazione nelle varianti isolate fino ad ora. Inoltre andando ad agire sulla proteina N è possibile che si generi una memoria immunitaria anche a livello polmonare e ciò potrebbe garantire un'efficacia molto più duratura nel tempo.

I vaccini attualmente in uso per combattere il Covid-19, a partire da quelli ad mRNA, presentano un'efficacia limitata contro varianti come Omicron, sebbene continui a restare alta la protezione dalle forme più gravi della malattia (decisamente più bassa è invece la protezione dal contagio).

Questo dipende anche dal fatto che i vaccini attuali sono stati sviluppati sul ceppo originario di Wuhan e non sulle varianti. Le cose però potrebbero cambiare utilizzando questo nuovo vaccino per effettuare l'eventuale richiamo annuale, perché non è tarato solo su una variante in particolare ma punta a neutralizzarle tutte. In altre parole sarebbe un vaccino "universale".

Cosa cambia se si agisce sulla proteina N?

Il nuovo approccio, che consiste nell'agire sulla proteina N e non sulla proteina Spike, sembra essere in grado di generare una risposta immunitaria efficace e duratura nei topi infettati con Sars-CoV-2. Il bersaglio principale quindi è questa "proteina N" che al contrario della Spike, fino ad ora è rimasta conservata in tutte le varianti isolate, quindi non ha subito alcuna mutazione.

Inoltre il nuovo siero potrebbe superare i limiti degli attuali vaccini sul decadimento degli anticorpi e sull'elevata perdita di efficacia con le nuove varianti. Nei topi esaminati durante lo studio è stata generata una reazione immunitaria tale da indurre una protezione dall'infezione anche in presenza di carica virale molto alta.

Inoltre è stato osservato che ciò produce una memoria immunitaria anche a livello delle vie respiratorie, il che rende più duraturo qualsiasi effetto.

Quando arriverà il nuovo vaccino? Ecco le prossime fasi

Ora l'Iss dovrà portare avanti ulteriori studi per stabilire alcuni parametri, come ad esempio la sicurezza della piattaforma vaccinale e la sua tollerabilità. Inoltre è di grande importanza capire se la vaccinazione con un siero siile è sufficiente oppure se questa deve comunque essere integrata con delle immunizzazioni precedenti basate sulle tecnologie a mRNA attualmente in uso.

Un vaccino contro tutte le varianti? Il parere degli esperti

Il virologo Fabrizio Pregliasco in un'intervista all'Adnkronos Salute ha spiegato che questo nuovo vaccino universale potrebbe dare vita a delle prospettive interessanti, ma la prima cosa da fare ora è capire se questo sia davvero in grado di ridurre l'infezione, dato che è la proteina Spike a dare gli anticorpi neutralizzanti e quindi molto probabilmente potrebbe essere necessaria un'integrazione tra diversi vaccini.

Stefania Solmaso, dell'Associazione italiana di epidemiologia, ha affermato che questa può essere un'ottima soluzione ma non si può ancora dire molto a riguardo dato che gli unici dati attualmente disponibili riguardano la sperimentazione sui topi.

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