Razionamento e stop all’acqua nelle ore notturne. Ecco cosa prevede il piano di emergenza

greto e fiume in secca con alberi in lontananza e cielo azzurro

Le previsioni fatte negli anni scorsi si stanno puntualmente avverando. Nessuna sorpresa quindi se ci troviamo ad affrontare una crisi idrica di questa portata, che peraltro come abbiamo visto va a colpire soprattutto le Regioni del Nord dove, a differenza delle Regioni del Sud, non si è abituati alla carenza di acqua.

Inutile andare ad investigare su quali siano le ragioni per cui ci troviamo oggi in questa situazione, ad un passo da un nuovo stato di emergenza che potrebbe comportare non solo il razionamento ma persino lo stop all’erogazione di acqua nelle ore notturne e persino diurne in alcune Regioni.

Inutile dire a questo punto che per l’ennesima volta la colpa è delle istituzioni, di tutti i governi che si sono succeduti fino ad oggi, di chi in sintesi ha trascurato gli allarmi lanciati nel corso degli anni passati, e non dei comuni cittadini che ancora una volta si trovano a pagarne le conseguenze.

D’altra parte non solo non sono state messe in cantiere, né tanto meno ultimate, nuove infrastrutture per il recupero delle acque piovane, ma quelle esistenti non sono state adeguatamente manutenute, sicché se fino a 50 anni fa riuscivamo almeno a recuperare il 15% circa dell’acqua piovana, adesso possiamo metterne da parte sì e no un 11%.

L’Italia verso il razionamento dell’acqua

Il risultato di questa negligenza da parte di chi amministra il Paese è oggi sotto gli occhi di tutti, con il Paese ad un passo dalla dichiarazione di stato di emergenza, con tutti i disagi che ciò comporterà per cittadini e imprese.

Il governo infatti sta già lavorando per dichiarare lo stato di emergenza, come lo stesso capo della Protezione Civile, Fabrizio Curcio, ha annunciato nelle scorse ore. “I criteri li stiamo definendo con le Regioni e soprattutto le misure” ha dichiarato Curcio nel corso di una intervista rilasciata a SkyTg24 “penso nelle prossime giornate, al massimo prossime settimane, avremo chiare le misure e potremo fare la dichiarazione”.

Ed è stato ancora il capo della Protezione Civile a far sapere che non è da escludersi “il razionamento diurno” dell’acqua. “Siamo a 40-50% di quantità di acqua piovuta in meno rispetto alle medie degli ultimi anni e fino al 70 per cento di neve in meno” ha infatti spiegato Fabrizio Curcio, con il Po che avrebbe “fino all’80% in meno” della sua portata.

A peggiorare il quadro complessivo si aggiungono gli incendi (ricordiamo che appena un mese e mezzo fa l’Italia donava all’Ucraina 45 mezzi dei Vigili del Fuoco) con una situazione a dir poco allarmante come lo stesso capo della Protezione Civile ha osservato.

“Dal 15 giugno a ieri ci sono state quasi 199 schede di intervento contro le 80 del 2021 e le 30 del 2020″ ha infatti dichiarato Curcio, sottolineando “siamo molto preoccupati”. Un po’ tardi in realtà per essere preoccupati, ed ora non resta che dichiarare lo stato di emergenza perché così come con la pandemia di Covid-19, anche questa volta l’Italia è stata colta completamente impreparata.

Ma cosa comporterà lo stato di emergenza per la carenza di acqua? In generale causerà gravi disagi a cittadini e imprese, ma quanto meno dovrebbe scongiurare il peggio, insomma salvare il salvabile. Il Dpcm che il governo sta preparando dovrebbe poggiare su due binari paralleli: da una parte la salvaguardia del comparto agricolo e dall’altra l’approvvigionamento idrico.

Cosa prevede lo stato di emergenza: stop all’acqua nelle ore notturne

In realtà il rischio, peraltro piuttosto concreto in alcune Regioni, è che lo stop all’acqua arrivi anche per le ore diurne e non solo per la fascia notturna. Si parla di un razionamento dell’acqua che potrebbe interessare l’intero arco della giornata, come ha preannunciato il capo della Protezione Civile nelle scorse ore.

In 12 città italiane è già scattato l’allarme per la crisi idrica, e nei prossimi giorni le città con il bollino rosso saranno 19 su 27, ed ecco perché i Comuni hanno già iniziato a risparmiare risorse idriche.

Ma quando potrebbe essere dichiarato lo stato di emergenza per la siccità e quali sono le misure che verranno introdotte con esso? La dichiarazione potrebbe arrivare nel giro di un paio di settimane, con il governo di Mario Draghi che dovrebbe fornire una cornice normativa per gli interventi più urgenti.

Nel frattempo “in alcune zone esiste già razionamento, e poi l’acqua dei cittadini dipende dai bacini. In alcuni casi già esiste, in altri casi si valuterà se questa misura sarà necessaria” ha fatto presente Fabrizio Curcio parlando al Tg1, precisando che “nulla è ancora stabilito perché deve essere ancora deciso l’impianto generale, ma poi soprattutto vedere caso per caso, perché ogni acquedotto fa riferimento a un bacino e quindi bisognerà vedere caso per caso“.

La Lombardia è una delle Regioni maggiormente in difficoltà, con il Comune che ha emesso una nota nella quale vengono indicate le limitazioni all’utilizzo dell’acqua. “Per ottimizzare l’utilizzo della risorsa idrica il provvedimento prevede che su tutto il territorio siano attuate alcune limitazioni” che prevedono tra le altre cose lo stop al lavaggio delle automobili, eccetto che negli impianti di autolavaggio, e all’annaffiatura di prati e giardini, con l’esclusione dell’irrigazione destinata a nuovi impianti di alberi, arbusti e opere pubbliche.

Il presidente della Regione, Attilio Fontana, ha quindi ammesso: “sull’acqua credo che qualche razionamento sia già in essere. Una crisi idrica di questo tipo non si è mai verificata nella storia della Lombardia“.

Con la siccità si rischiano danni incalcolabili all’agricoltura

La grave siccità che l’Italia e in particolare le Regioni del Nord si trovano ad affrontare rischia di causare danni economici enormi all’agricoltura e non solo.

Non dimentichiamo che a causa degli incendi, in netto aumento quest’anno, abbiamo danni economici enormi, basti pensare che “ogni rogo costa agli italiani oltre 10 mila euro all’ettaro, tra spese immediate per lo spegnimento e la bonifica di quelle a lungo termine sulla ricostituzione dei sistemi ambientali ed economici, in un arco di tempo che raggiunge i 15 anni” come spiega Coldiretti.

Poi ci sono i costi derivanti dai danni all’agricoltura, a cominciare dalle zone che fanno generalmente affidamento sull’acqua del Po. Con la secca del fiume infatti si hanno gravi effetti sulle coltivazioni, in particolare su quelle di barbabietole, mais e semi di girasole, che non arrivano a maturazione per la mancanza d’acqua, complice anche l’ondata di caldo eccessivo.

Ed eccoci ancora una volta a fare i conti con un’impennata dei prezzi che potrebbe interessare questa volta la produzione agricola nazionale. Se proviamo a fare due conti vediamo che in Veneto ci sono 136 mila ettari di terreno coltivati a soia, che rappresentano quasi metà della produzione dell’intero Paese pari a circa 285 mila ettari.

Poi ci sono altri 9.100 ettari coltivati a barbabietola e 196 mila coltivati a mais, in entrambi i casi il 33% circa della produzione nazionale. In Emilia Romagna abbiamo invece 147 mila ettari coltivati a grano tenero, mentre altri 95 mila ettari vengono coltivati nel Veneto, ma se il problema della siccità non viene affrontato (e auspicabilmente risolto definitivamente con la realizzazione delle infrastrutture necessarie) il rischio è quello di danneggiare seriamente le coltivazioni con una riduzione massiccia dei raccolti e inevitabile aumento dei prezzi.

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