Il sesto pacchetto di sanzioni contro Mosca è stato alla fine approvato da Bruxelles in seguito alla conferenza degli ambasciatori. Nel frattempo però emerge in modo ancor più evidente la spaccatura con l’Ungheria di Viktor Orbán, che riesce a chiamarsi fuori dall’embargo al petrolio russo.

Mentre i Paesi dell’Ue si impegnano a non acquistare prodotti petroliferi dalla Russia di Vladimir Putin a partire dal 2023, Budapest potrà continuare con le importazioni grazie ad una deroga ottenuta attraverso una difficile trattativa tra Orbán e i leader Ue. Non solo, il presidente ungherese ha anche ottenuto l’esclusione dalla black list europea del patriarca di Mosca Kirill.

Il patriarca Kirill risulta oggi uno degli uomini più vicini al presidente russo, quasi un simbolo della battaglia di Mosca contro l’occidente, il che lo rende uno dei bersagli ideali delle sanzioni. Tuttavia Bruxelles ha dovuto cedere per evitare il veto dell’Ungheria al nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia.

L’Ungheria corpo estraneo in Ue

Segue una strada tutta sua l’Ungheria di Orbán nell’ambito della crisi ucraina e in particolare per quel che riguarda i rapporti con la Russia di Vladimir Putin. L’Unione Europea non ha potuto far altro che prenderne atto, rinunciando ad inserire nella black list il patriarca Kirill, ma soprattutto accettando che l’Ungheria continui ad importare petrolio dalla Russia anche dopo l’entrata in vigore del divieto.

Una realtà che i leader Ue mal digeriscono, e che di certo non migliora i rapporti con l’Ungheria. Ora il governo di Orbán deve aspettarsi qualche ritorsione da parte di Bruxelles, a cominciare dal divieto di rivendere il petrolio acquistato dalla Russia e i suoi derivati, ma qualche intoppo potrebbe esserci anche nell’ambito dell’erogazione delle risorse previste per il Pnrr.

Il caso dell’Ungheria però sarà oggetto di ulteriori attenzioni, nei prossimi mesi, in quanto non solo mette in evidenza la sostanziale disunione all’interno dell’Unione Europea, ma anche la scarsa libertà di manovra nell’ambito delle sanzioni contro la Russia, derivante appunto dal potere di veto di Budapest.

“Nessuno pensa che la ‘questione ungherese’ possa finire così” evidenzia infatti La Repubblica, e ora i vertici di Bruxelles si trovano costretti a soffermarsi sul tema della revisione del principio dell’unanimità, una vera palla al piede laddove uno degli Stati membri si oppone a determinate scelte politiche in un contesto come quello della crisi ucraina.

Cosa prevede il sesto pacchetto di sanzioni contro la Russia

L’accordo raggiunto dai Paesi dell’Unione Europea per quel che riguarda il nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia prevede il blocco del 92 per cento delle importazioni di greggio russo a partire dal 2023. Non sarà consentito importare greggio via nave e sono previste diverse deroghe che riguardano appunto l’Ungheria.

Budapest potrà infatti continuare ad importare petrolio, anche dopo l’imposizione del blocco, tramite l’oleodotto Druzhba. Qualche eccezione è prevista per la Repubblica Ceca e per la Bulgaria, che potranno beneficiare di esenzioni temporali della durata rispettivamente di 18 e 24 mesi.

Alcune delle misure previste dal sesto pacchetto di sanzioni contro la Russia scattano invece già a partire dalla giornata di oggi, venerdì 3 giugno, tra queste l’esclusione della banca russa Sberbank dal sistema di messaggistica per i pagamenti internazionali Swift.

Il sesto pacchetto di sanzioni prevede inoltre il divieto di esportare verso la Russia prodotti chimici utilizzabili per la costruzione delle armi e dei prodotti petroliferi, nonché di tutti i prodotti di alta tecnologia.

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