Il dollaro statunitense continua a muoversi su livelli elevati, sostenuto dal clima di incertezza sui mercati internazionali e dall’impennata dei prezzi del petrolio. Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente hanno infatti riacceso i timori per la stabilità dell’approvvigionamento energetico globale, spingendo molti investitori a rifugiarsi nel biglietto verde.
Nella mattinata di mercoledì, intorno alle 10:55 ora italiana, il Dollar Index (DXY) — l’indice che misura la forza del dollaro rispetto a un paniere di sei principali valute — si è attestato a 98,995 punti, in lieve flessione ma comunque vicino ai livelli più alti registrati dalla fine di novembre.
Il petrolio in rialzo rafforza il dollaro
Il rafforzamento della valuta statunitense è strettamente legato alla recente escalation militare in Medio Oriente. Gli attacchi coordinati nel fine settimana da parte di Stati Uniti e Israele contro obiettivi iraniani, seguiti dalla risposta di Teheran, hanno alimentato timori per la sicurezza delle rotte energetiche nella regione.
In particolare, l’attenzione degli operatori si concentra sul passaggio strategico dello Stretto di Hormuz, una delle principali arterie per il trasporto globale di petrolio. Qualsiasi interruzione dei flussi energetici potrebbe avere ripercussioni immediate sui prezzi del greggio e, di conseguenza, sull’inflazione mondiale.
Il risultato è stato un forte rialzo delle quotazioni del petrolio, con un effetto diretto anche sul mercato valutario: nei momenti di tensione geopolitica e volatilità, il dollaro tende infatti a rafforzarsi grazie al suo status di bene rifugio.
Secondo gli analisti di ING, il dollaro ha beneficiato di questa dinamica per tutta la settimana, arrivando a toccare quota 99,68 sull’indice DXY nella giornata precedente.
Tuttavia, gli esperti invitano alla cautela: gli investitori potrebbero esitare a spingere il dollaro oltre la soglia psicologica compresa tra 100 e 100,35, livelli già raggiunti negli ultimi otto mesi. Allo stesso tempo, un ritorno deciso delle posizioni ribassiste sulla valuta statunitense richiederebbe un miglioramento tangibile dello scenario energetico.
In questo contesto, i mercati stanno monitorando con attenzione due fattori chiave:
- l’evoluzione dei prezzi dell’energia e la possibile riapertura dello Stretto di Hormuz
- le prossime mosse delle banche centrali, in particolare sui tassi di interesse
Se l’inflazione dovesse rimanere elevata a causa dell’aumento del petrolio, la Federal Reserve potrebbe essere meno incline a tagliare i tassi nel breve periodo.
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Attesa per i dati macro USA e la Fed
L’agenda macroeconomica statunitense della giornata include alcune pubblicazioni importanti. Tra queste spicca il rapporto ADP sull’occupazione nel settore privato, spesso considerato un indicatore anticipatore dei dati ufficiali sul lavoro.
Inoltre, verrà diffuso il Beige Book della Federal Reserve, il report che offre una panoramica dello stato dell’economia americana e che precede la prossima riunione del FOMC prevista a metà marzo.
Secondo ING, segnali di pressioni inflazionistiche persistenti potrebbero spingere gli operatori a ridurre ulteriormente le aspettative di due tagli dei tassi da parte della Fed nel corso dell’anno.
L’euro prova a recuperare terreno
Sul mercato valutario europeo, l’euro ha mostrato un lieve rimbalzo dopo aver toccato i livelli più bassi dalla fine di novembre.
Il cambio EUR/USD è salito dello 0,1% a quota 1,1616, recuperando parte delle perdite registrate nei giorni precedenti. Il movimento arriva dopo la pubblicazione dei dati sull’inflazione dell’Eurozona relativi a febbraio, risultati superiori alle attese degli analisti.
Secondo gli strategist, molto dipenderà dalla durata dello shock energetico legato alle tensioni geopolitiche. Se i prezzi dell’energia dovessero rimanere elevati a lungo, il cambio euro-dollaro potrebbe scivolare verso l’area 1,10–1,12. In uno scenario più moderato, invece, il mercato potrebbe trovare un punto di equilibrio vicino a 1,15.
La sterlina britannica ha registrato un andamento simile: GBP/USD è salito dello 0,1% a 1,3363, pur rimanendo nei pressi dei minimi che non si vedevano da dicembre.
Pressione sulle valute asiatiche
Le divise asiatiche hanno invece mostrato maggiore debolezza, penalizzate dal rafforzamento del dollaro e dal clima di avversione al rischio sui mercati globali.
Il cambio USD/JPY è sceso leggermente a 157,47, pur restando vicino ai massimi delle ultime cinque settimane toccati nella sessione precedente.
Il yuan cinese ha continuato a perdere terreno: USD/CNY è salito dello 0,2% a 6,9128, avvicinandosi al quarto giorno consecutivo di rialzi.
In Cina, gli ultimi dati macroeconomici hanno mostrato segnali contrastanti. Gli indicatori ufficiali PMI indicano una contrazione dell’attività manifatturiera, mentre le indagini del settore privato evidenziano condizioni di crescita più robuste del previsto.
Anche il dollaro australiano, valuta particolarmente sensibile al sentiment di mercato e alla domanda globale di materie prime, ha registrato un arretramento: AUD/USD è sceso dello 0,3% a 0,7026.
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