Terapie intensive, dopo un anno il numero di posti letto aumenta solo di 922 unità sulle 3.591 previste

Terapie intensive, dopo un anno il numero di posti letto aumenta solo di 922 unità sulle 3.591 previste

Nonostante i fondi stanziati dal precedente governo, la maggior parte delle Regioni non ha attivato il numero di posti letto previsti dal piano Arcuri

In quest'anno di pandemia le Regioni italiane hanno attivato solamente 922 nuovi posti letto in terapia intensiva. Si parla quindi di un quarto dei posti letto previsti dal Governo Conte (3.591), il quale con il Decreto Legge del 19 maggio 2020 aveva stanziato oltre 1,4 miliardi di euro per il potenziamento dell'assistenza ospedaliera.

Di questi fondi, solamente 711 milioni sono stati richiesti dalle Regioni per incrementare i posti letto disponibili nei vari reparti di terapia intensiva. Il Rapporto 2021 sul coordinamento della finanza pubblica stilato dalla Corte dei Conti ha evidenziato che quei fondi sono in realtà rimasti inutilizzati e che gran parte dei posti letto non sono mai stati attivati.

Nel rapporto, infatti, si legge: "a fine aprile l'attuazione dei lavori di potenziamento risulta compiuta solo al 25,7%, con differenza particolarmente pronunciate tra Regioni". Il monitoraggio condotto dal ministero della Salute ha mostrato che in Valle d'Aosta, Molise e Basilicata non è stato effettuato alcun progresso, mentre solo la Provincia di Bolzano ha effettivamente attivato tutti e 40 i posti letto previsti.

Tra le Regioni che hanno raggiunto il risultato migliore, poi, vi sono l'Emilia Romagna e l'Abruzzo, con un dato che supera il 75%, mentre tra le Regioni con il punteggio peggiore vi sono Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Lombardia e Sicilia, le quali hanno attivato meno del 10% dei posti letto previsti. Il rapporto della Corte dei Conti, dunque, ha evidenziato che mancano ben 2.669 posti letto all'appello, per cui tra l'altro erano già stati stanziati i fondi a partire da maggio dello scorso anno.

L'allora commissario straordinario all'emergenza, Domenico Arcuri, paveva previsto l'attivazione di 3.591 posti letto su tutto il territorio nazionale, i quali dovevano servire per evitare il collasso dei reparti durante la seconda ondata della pandemia, e quindi per cercare di rimediare agli errori che avevano portato a una situazione simile durante la prima ondata nella primavera del 2020.

Proprio a causa del sovraccarico delle terapie intensive, la saturazione di questi reparti è stata inserita tra i parametri da tenere in considerazione per poter determinare i colori delle Regioni e le eventuali aperture o chiusure. Nonostante ciò nemmeno in autunno è stato fatto granché. Inoltre ad ottobre i governatori hanno accusato il commissario Arcuri di non aver fornito tutti i ventilatori polmonari necessari.

In tutta risposta, Arcuri si è limitato a sottolineare proprio l'eccessivo ritardo da parte delle Regioni, poiché già in quel periodo si sentiva la mancanza dei 1.600 posti letto per cui era già stato inviato il materiale ma che non erano ancora stati attivati.

Il piano del Governo Conte, infatti, prevedeva che vi fosse una dotazione di 0,14 posti letto ogni 1000 abitanti in modo, come scrive la Corte dei Conti, da "adeguare con immediatezza la disponibilità di strutture di ricovero in termini di posti letto di terapia intensiva e semi intensiva, in linea con i numeri crescenti della pandemia interrompendo quella tendenza alla riduzione che aveva caratterizzato soprattutto l'ultimo decennio".

Nel Rapporto 2021, inoltre, si fa riferimento anche ad altre risorse stanziate e alle misure adottate per la dotazione del personale sanitario, per il rafforzamento delle strutture territoriali e per il ripristino delle attività ospedaliere rimaste ferme durante il lungo periodo di lockdown, come ad esempio gli screening. Nel report infatti si fa riferimento a provvedimenti che "miravano ad incidere sugli aspetti più problematici dell'assistenza, imputati soprattutto alle scelte operate negli ultimi anni".

In altre parole, l'obiettivo era quello di intervenire su tutte quelle che sono le fragilità che da tempo esistono nel nostro sistema sanitario e che il coronavirus, in poco tempo, ha messo completamente a nudo. Come previsto dall'articolo 2 del decreto legge numero 24, gli 1,413 miliardi di euro stanziati dal Governo Conte il 19 maggio scorso servivano esclusivamente per il potenziamento dell'assistenza ospedaliera, e quindi per:

  • adeguare la dotazione di posti letto di terapia intensiva e semi intensiva al crescente numero di casi di positività;
  • attuare interventi di ristrutturazione di Pronto Soccorso, anche per consentire la creazione di percorsi alternativi che permettessero di separare i pazienti Covid da quelli non-Covid, al fine di ridurre il numero di contagi altrimenti inevitabili;
  • aumentare le ambulanze a disposizione.

Inoltre la Corte dei Conti ha affermato che "gli interventi programmati dalle Regioni sono stati approvati dal ministero", riportando poi il quadro completo degli interventi programmati e i rispettivi (e gravi) ritardi nella loro attuazione. In Lombardia, ad esempio, su 585 posti letto previsti dal piano Arcuri, solamente 47 sono stati effettivamente attivati.

E se si osservano gli altri dati, poi, il risultato è più o meno simile, con alcune Regioni che sono riuscite a fare meglio ed altre peggio:

  • in Piemonte, su 299 posti previsti, solo 20 sono stati attivati;
  • in Veneto ne sono stati attivati solamente 60 su 211;
  • in Sicilia, addirittura, solamente 10 su 301;
  • in Puglia ne sono stati attivati 71 su 276;
  • nel Lazio, infine, 97 su 282.

Come si legge nel report, però, i ritardi non riguardano solamente l'attivazione dei posti letto: "simile l'attuazione delle postazioni di semi-intensiva: dei 4.238 posti letto previsti, ne erano stati portati a termine il 25,5%, cioè 1081 posti letto". L'intento del governo, infatti era quello di riqualificare anche l'area semi-intensiva "mediante adeguamento e ristrutturazione di unità di area medica, prevedendo che tali postazioni siano fruibili sia in regime ordinario, sia in regime di trattamento infettivologivo ad alta intensità di cure".

Così facendo, in base all'andamento della curva epidemiologica, circa la metà dei posti letto creati in semi-intensiva potevano essere convertiti, a seconda delle esigenze, anche in strutture per la terapia intensiva. Tuttavia questo progetto è rimasto in via teorica perché ad oggi, dopo più di un anno di pandemia, sei Regioni non hanno attivato nemmeno uno dei posti letto previsti.

Ancora una volta la Provincia di Bolzano è stata l'unica ad aver attivato tutti e 37 i posti letto previsti, mentre, a parte l'Abruzzo che ne ha attivati il 79,3%, Piemonte, Veneto e Campania ne hanno realizzati circa la metà di quelli originariamente previsti. A parte queste poche eccezioni, tutte le altre Regioni hanno fatto peggio. Anche con gli interventi sul piano del Pronto Soccorso non è andata meglio: dei 474 interventi previsti, solo 65 (il 13,7%) sono stati realizzati.

Il piano prevedeva anche l'aumento dei mezzi di trasporto sanitario. Ad oggi, delle 230 ambulanze previste ne sono state acquistate solamente 108, circa il 47%, e consegnate e collaudate solo 44, di cui 29 in Campania e 9 in Emilia-Romagna. Ma a questo punto la domanda sorge spontanea: che fine hanno fatto tutti gli altri fondi stanziati dal governo Conte? Sono stati inseriti all'interno del Pnnr, il quale ora prevede anche un piano di ammodernamento del parco tecnologico ospedaliero.

I magistrati contabili hanno poi spiegato che "a questo fine sono stati stanziati 4,05 miliardi, di cui 1,41 miliardi corrispondono a quelli già previsti con il dl 34/2020 (articolo 2) per il potenziamento dei letti di terapia intensiva, sub intensiva e per l'ammodernamento dei Pronto soccorsi".

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