Crisi del gas, la Russia chiude le forniture all’Europa e il prezzo subisce un’altra preoccupante impennata

Il primo giorno d’inverno segna il peggioramento delle relazioni diplomatiche tra Mosca e Bruxelles, e mentre le temperature continuano a scendere, il prezzo del gas subisce l’ennesima impennata raggiungendo record storici che mettono in serio pericolo la ripresa economica dei Paesi europei.

Nella giornata di oggi, 22 dicembre 2022 infatti si è registrato un forte aumento del prezzo del gas in concomitanza con l’aumento delle tensioni geopolitiche tra Russia e Germania. I massimi storici sono stati registrati sulle piazze di Amsterdam e Londra, e questo getta ancora più ombre sulle prospettive di ripresa economica.

Il peggioramento della situazione per quel che riguarda le scorte di gas è stato determinato dalla decisione della società statale russa Gazprom di chiudere i rubinetti del gasdotto Yamal, che è una delle tre vie di rifornimento di gas da parte della Russia a tutta l’Unione europea passando per la Polonia e per la Germania.

L’interruzione dei rifornimenti è stata certificata dall’operatore di rete tedesco Gascade, che già nel corso del fine settimana aveva riscontrato una riduzione delle consegne al 5-6% della capacità.

Yamal è il più piccolo dei tre gasdotti che portano il gas metano dalla Russia all’Europa, ma da lì arriva circa il 10% dell’intero approvvigionamento. Il calo dei volumi tra l’altro sta avendo un immediato impatto sui prezzi che sono immediatamente schizzati alle stelle.

Si è registrato infatti un aumento del 25,6% fino a 185 euro per Megawattora ad Amsterdam, e del 23,6% fino a 466 sterline a Londra per il British Thermal Unit (Mmbtu).

Contemporaneamente sale il prezzo del petrolio, con il Wti che raggiunge i 70,3 dollari al barile grazie ad una crescita del +2,4%, e il Brent che sale a 70,31 dollari con una crescita del +2,5%.

Le conseguenze ricadono poi sull’inflazione, come ha ammesso lo stesso vice presidente della Banca Centrale Europea, Luis De Guindos, definendola “più persistente e meno transitoria delle attese”.

Non accenna ad allentare intanto la tensione tra Berlino e Mosca, con il governo tedesco che espelle due diplomatici russi dalla capitale in risposta al dislocamento di truppe al confine con l’Ucraina. Dalla Russia fanno anche sapere che la decisione di chiudere i rifornimenti di gas dal gasdotto Yamal non è legata al mancato via libera da parte dell’ente regolatore tedesco al Nord Stream 2.

Il governo polacco poi ha sottoposto all’attenzione della vice presidente della Commissione Ue, Margrethe Vestager, l’ipotesi che la società russa Gazprom manipoli il mercato intenzionalmente.

Tuttavia, fanno sapere da Bruxelles, le informazioni raccolte fino a questo momento non permettono di trarre ancora “qualsiasi tipo di conclusione”. Al contempo però l’Ue ha inviato alla società russa una richiesta di informazioni “per capire se ci sono delle scorrettezze”, intervento che non risolve un altro grande problema nella stessa Ue, il clima di tensione derivante dalla crisi energetica.

Le prospettive non sono certo delle migliori, e cittadini e imprese si aspettano delle risposte concrete da parte della Ue, risposte che, però, tardano ad arrivare. Un grosso punto interrogativo poi riguarda le strategie che l’Europa intende adottare per spingere la transizione green, su cui per il momento tutto quello che si è deciso negli ultimi giorni è di stoppare gli aiuti di Stato per combustibili fossili più inquinanti.

Persino i progetti legati al gas rischiano di essere bocciati da ora in avanti, infatti l’Ue darà il via libera solo “se a prova di futuro”, oppure se si prefiggono l’obiettivo di accompagnare i Paesi dell’Europa dell’Est a uscire dal carbone.

Resta però da decidere in che misura, tanto il gas quanto il nucleare, potranno continuare ad essere utilizzate come fonti di energia per agevolare il processo di transizione previsto dal Green Deal. Una decisione che doveva arrivare in questi giorni ma che, a quanto pare, è stata rimandata a data da destinarsi.

Peskov, lo stop da Gazprom “una situazione assolutamente commerciale”

Da Mosca non esitano a smentire possibili nessi tra la decisione della società statale Gazprom di interrompere il flusso di gas verso l’Europa, ed i recenti sviluppi nei rapporti politici con l’Unione Europea.

Il niet di Gazprom non sarebbe legato infatti né alla decisione burocratica di non dare il via libera al Nord Stream 2, né all’aumento della tensione sul confine tra Bielorussia e Polonia. Lo stesso Dimitry Peskov, portavoce del presidente Vladimir Putin, ha tenuto a precisare che “questa è una situazione assolutamente commerciale”.

Peskov ha infatti sottolineato che “la domanda sulle ragioni particolari dovrebbe essere rivolta direttamente a Gazprom. Non c’è alcun legame in questo caso, è una situazione assolutamente commerciale”.

Da Bruxelles però continuano ad interrogarsi e cercano di vederci più chiaro. Diversi analisti infatti, a cominciare da Josep Borrell, alto rappresentante dell’Unione Europea, hanno accusato Mosca di giocare sporco con Bruxelles, speculando sul prezzo del gas attraverso la riduzione delle forniture.

Questo permetterebbe alla Russia di esercitare pressioni politiche indebite su alcuni motivi di attrito, a cominciare dal mancato via libera al gasdotto Nord Stream 2 sul quale i popoli europei vorrebbero peraltro poter contare per fugare i timori di un possibile blackout generale.

Ad impedire alle preziose risorse di gas russe di fluire attraverso il Nord Stream 2 verso gli stock europei infatti non è stata la Russia, né Gazprom, bensì la Germania. Per l’esattezza infatti a bloccare tutto, almeno per il momento, è stata circa un mese fa l’agenzia federale delle reti della Repubblica federale tedesca, che ha deciso di sospendere temporaneamente la procedura di approvazione per alcuni cavilli burocratici.

Prima che l’ostacolo possa essere rimosso si dovrà attendere almeno la fine del primo trimestre 2022, il che significa che non potremo contare sui rifornimenti di gas attraverso quella linea per tutta la durata della stagione invernale.

È in questo contesto che si collocano poi le recenti dichiarazioni della ministra degli Esteri della Germania, Annalena Bearbock, la quale ha affermato che l’infrastruttura russo-tedesca non può essere approvata “allo stato attuale” dalla Germania in quanto “non soddisfa i requisiti del diritto dell’Ue in materia di energia e permangono questioni di sicurezza”.

Queste dichiarazioni hanno quindi di fatto ufficializzato che il Nord Stream 2 non entrerà in funzione prima della fine dell’inverno. In altre parole l’Europa se la dovrà cavare con gli attuali rifornimenti che arrivano dalla Russia (per il 40% del totale) e dagli altri fornitori.

E per quel che riguarda il comportamento della Russia, da Bruxelles stanno cercando di approfondire se vi siano i presupposti per parlare di manomissioni di mercato ad opera della Gazprom, ma per il momento nessun riscontro.

“Abbiamo chiesto a tutte le principali società energetiche dell’Ue e in particolare a Gazprom delle informazioni per capire se ci sono delle scorrettezze nei mercati dell’energia, è ancora troppo presto per arrivare a qualsiasi tipo di conclusione in merito, le informazioni chieste stanno arrivando e siamo in fase di analisi” ha precisato la vice presidente della Commissione Europea, Margrethe Vestager.

Nel frattempo nei giorni scorsi il presidente della Bielorussia, Alexander Lukashenko, ha minacciato a più riprese di bloccare il passaggio di gas verso l’Europa in risposta alle sanzioni che l’Ue ha imposto nell’ambito della crisi dei migranti al confine con la Polonia. Tutto ciò ha determinato ulteriori rincari del prezzo del gas che raggiunge nuovi record storici.

E mentre la situazione sul piano politico non accenna a sbloccarsi, la scarsità delle risorse energetiche continua a mietere vittime. Come ha evidenziato Bloomberg infatti la crisi energetica ha costretto Nyrstar di Trafigura a sospendere la produzione della sua fonderia di zinco in Francia già dalla prima settimana di gennaio, mentre il produttore norvegese di fertilizzanti Yara International si appresa a ridurre la produzione se i costi continueranno ad essere così elevati.

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