gettone di Bitcoin tra altre monete

Il processo di produzione di molte criptovalute, tra cui lo stesso Bitcoin (BTC), richiede molta energia. Stiamo parlando di quelle crypto che sono basate sul meccanismo PoW, vale a dire Proof of Work, che richiedono enormi capacità di calcolo il che significa apposite apparecchiature elettroniche e massicce quantità di energia elettrica.

Ed è proprio questo il tasto dolente, il consumo di energia ora in Europa non è solo un tema caro agli ambientalisti alla Greta Thundberg, ma diventa un problema di tutti dal momento che le scelte politiche degli ultimi anni, ma soprattutto quelle degli ultimi mesi, hanno precipitato il Vecchio Continente nella più grave crisi energetica della sua storia.

La Commissione Europea si prepara a “spegnere” le filiere di criptovalute

La crisi energetica in cui si trova ora l’Europa non solo persiste ormai da tempo, ma non sembra accennare ad attenuarsi nemmeno nei prossimi mesi. I vari Paesi membri stanno correndo ai ripari con misure di vario tipo, intervenendo su diversi fronti, e Bruxelles continua a fornire delle indicazioni molto chiare.

Proprio in questi giorni infatti dalla Commissione Ue hanno fatto sapere che il consumo di energia elettrica per il mining di criptovalute è aumentato del 900% negli ultimi 5 anni, e rispetto a due anni fa la percentuale è raddoppiata.

Si calcola che per produrre Bitcoin e le altre criptovalute si consumi circa lo 0.4% dell’energia mondiale. E non è certo un problema per la maggior parte dei Paesi in cui vi sono attività di mining, ma lo è in Europa in particolare per via della delicatissima situazione sotto il profilo energetico.

La decisione di interrompere tutte le operazioni di mining nei Paesi europei potrebbe arrivare nel momento in cui dovesse presentarsi la necessità di redistribuire la corrente elettrica tra i diversi sistemi, nel caso in cui i fornitori dovessero ridurre le forniture.

A pagare il prezzo della carenza di energia elettrica, e quindi delle scelte politiche che l’hanno determinata, saranno quindi anche le società di mining basate in Ue, dove la produzione di crypto-asset verrebbe di fatto interrotta.

In realtà le criptovalute basate su Proof of Work erano da tempo sotto osservazione per la loro scarsa sostenibilità, infatti l’Unione Europea aveva già pensato ad introdurre delle misure per ridurne l’impatto energetico. Tra le soluzioni prese in considerazione anche quella di modificare i protocolli PoW, e la messa al bando di quelle criptovalute che li utilizzano e che pertanto determinano elevati consumi di energia.

La Commissione Ue sta valutando ora la creazione di apposite etichette per le blockchain che dovrebbero permettere di identificare in modo rapido le catene da disattivare per prime a seconda del livello di consumo energetico. Ed è proprio il Bitcoin a rischiare maggiormente per via degli elevati consumi, motivo per cui potrebbe essere il primo token a fermarsi in caso di peggioramento della crisi energetica in Europa.

Il problema delle criptovalute su Proof of Work

Quello che potrebbe accadere in Europa al Bitcoin e alle altre criptovalute su PoW avrebbe interessato anche Ethereum (ETH), ma il Merge che ha spostato la blockchain di ETH dalla PoW alla PoS (Proof of Stake) si rivela ancora una volta provvidenziale. Se Bitcoin passasse su PoS si risparmierebbe circa il 99% di energia.

Ad ogni modo, per quanto la crisi energetica abbia colpito in particolare i Paesi Ue, la decisione di dirottare risorse dal processo di mining di criptovalute ad altre attività ritenute di maggiore importanza riguarda anche altri Paesi del mondo, come ad esempio la Cina.

L’enorme mole di energia utilizzata per la produzione di moneta virtuale viene infatti vista come uno spreco in molti casi, a fronte di esigenze reali e tangibili, anche quando si tratta di energia che arriva da fonti green che è comunque una risorsa limitata.

Un esempio è la Cina, che nelle Regioni del Sud ha interrotto le attività di mining per dirottare l’energia elettrica verso fabbriche di dispositivi e componenti elettronici e verso le fonderie di alluminio, e pensare che in queste aree l’energia utilizzata viene prodotta prevalentemente in impianti idroelettrici. In Cina comunque il blocco del mining è stato promosso anche per spingere la criptovaluta di Stato cinese.

Intanto la Commissione Ue inserisce nelle proprie raccomandazioni nuove misure che dovranno essere prese nei prossimi anni e che dovrebbero avere lo scopo di ridurre l’impatto climatico delle nuove tecnologie e delle criptovalute.

Una relazione sul tema dovrebbe essere pronta entro il 2025, e contenere le iniziative che i singoli Paesi membri saranno tenuti a intraprendere per mitigare gli effetti delle monete virtuali sull’ambiente.

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