Pensioni: che fine faranno Quota 102, opzione donna e ape sociale

Anziana signora che siede in riva al lago

La riforma delle pensioni si presenta come uno dei nodi più difficili da sciogliere per il nascituro governo di centrodestra. Le ragioni sono molteplici, a cominciare dal problema legato al finanziamento dell’indicizzazione di tutte le pensioni al costo della vita che, come abbiamo modo di notare facilmente, è notevolmente cresciuto negli ultimi mesi.

Per il prossimo anno il finanziamento dell’indicizzazione costerà circa 9 miliardi di euro in più, e questo a causa dell’inflazione superiore alle precedenti previsioni. Poi ci sono le decisioni da prendere su Quota 102, che dovrebbe essere rimpiazzata dal nuovo sistema per il pensionamento entro il 31 dicembre 2022.

Sono in ballo anche le possibili proroghe dei due canali per il pensionamento anticipato, che sono opzione donna e ape sociale. Nel complesso comunque il governo guidato da Giorgia Meloni dovrà far fronte ad un consistente aumento della spesa previdenziale, legato prima di tutto a motivi strutturali, vale a dire l’invecchiamento della popolazione, ma anche a motivi congiunturali, e cioè l’inflazione alle stelle.

Spesa previdenziale in crescita nonostante le riforme

Anche per i precedenti governi il problema delle pensioni si è presentato spinoso, ma la situazione attuale è sicuramente più critica per una lunga serie di ragioni.

Eppure se partiamo dai calcoli della Ragioneria generale dello Stato, cui si fa riferimento nel Documento di Economia e Finanza (DEF) redatto nel mese di aprile, apprendiamo che “grazie al complessivo processo di riforma avviato nel 2004, la minore incidenza della spesa per pensioni in rapporto al Pil è valutabile in termini cumulativi in circa 60 punti percentuale di Pil al 2060”.

Questo dovrebbe significare che tutte le riforme che sono state fatte fino alla legge Fornero del 2012, hanno garantito risparmi nel medio-lungo periodo per circa mille miliardi di euro.

Eppure nella Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (Nadef) approvata dal governo di Mario Draghi il 28 settembre si legge che “a partire dal 2010, il rapporto tra spesa pensionistica e Pil, già in crescita negli anni precedenti a causa della fase acuta della recessione, continua ad aumentare in ragione dell’ulteriore fase di contrazione” della crescita.

Viene spiegato quindi che “dal 2019 e fino al 2022, il rapporto tra spesa pensionistica e Pil aumenta, prima repentinamente, raggiungendo un picco pari al 16,9% nel 2020, e poi si riduce nei due anni seguenti, attestandosi al 2022 su un livello pari al 15,7%, mezzo punto percentuale di Pil al di sopra del dato del 2018”.

Stando a quanto riportato da “Il Corriere della Sera”, “in termini assoluti, la spesa per pensioni, che quest’anno è stata di 297,3 miliardi, salirà a 320,8 miliardi nel 2023, a 338,3 nel 2024 e a 349,8 nel 2025: oltre 50 miliardi in più in tre anni, per arrivare a un’incidenza della spesa pensionistica sul Pil stimata al 16,4% nel 2025”. E ad incidere su questo andamento, come sottolinea il noto quotidiano, è anche il fatto che la crescita economica è quasi azzerata mentre l’inflazione continua ad essere molto alta.

Per la spesa pensionistica servono altri 10 miliardi di euro subito

Il governo di centrodestra prossimo a insediarsi dovrà prima di tutto fare i conti proprio con il finanziamento dell’indicizzazione delle pensioni ai prezzi, e sulla base dell’attuale tasso di inflazione, che con quella acquisita a settembre raggiunge il 7,1%, e sulla base dell’attuale sistema che garantisce una rivalutazione al 100% dell’assegno delle pensioni di importo fino a 4 volte il minimo (circa 2.100 euro al mese), il costo dovrebbe aggirarsi intorno ai 23-24 miliardi di euro. Stiamo parlando di 9 miliardi di euro in più rispetto alle previsioni, e dovranno arrivare già con la Legge di Bilancio 2023.

Il secondo nodo da sciogliere sarà quello dei canali per il pensionamento anticipato, vale a dire Quota 102 (che rimpiazza quota 100 fino al 31 dicembre 2022) ma anche Opzione Donna e Ape sociale.

Quota 102, lo ricordiamo, permette il pensionamento a 64 anni di età e 38 anni di contributi, mentre Opzione donna permette di andare in pensione a 58 anni di età nel caso di lavoratrici dipendenti, e 59 anni nel caso delle autonome, con 35 anni di contributi versati al 2021. Infine per quanto riguarda Ape sociale, permette ad alcuen categorie di lavoratori svantaggiati di uscire a 63 anni di età e 30 o 36 anni di contributi versati, a seconda dei casi.

Se il governo di Giorgia Meloni dovesse decidere di non prorogare questi canali per il pensionamento anticipato, allora si farebbe riferimento solo a quanto previsto dalla legge Fornero, con la quale si stabilisce l’accesso alla pensione di vecchiaia al raggiungimento dei 67 anni di età e 20 anni di contributi versati. Per la pensione anticipata invece sarebbero 42 anni e 10 mesi di contributi versati per gli uomini, 41 anni e 10 mesi di contributi versati invece per le donne, indipendentemente dall’età anagrafica raggiunta.

Prorogare queste misure permetterebbe di garantire un certo livello di flessibilità sull’uscita dal mondo del lavoro, e tutto sommato avrebbe dei costi sopportabili, soprattutto per via del fatto che si tratta di canali poco utilizzati. Si calcola che siano stati solo 10 mila circa i lavoratori che hanno sfruttato Quota 102 per andare in pensione nel 2022.

I programmi della coalizione di centrodestra però erano un po’ più ambiziosi. In particolare Fratelli d’Italia spingeva in campagna elettorale per estendere Opzione Donna anche agli uomini, mentre la Lega puntava su Quota 41, cioè la possibilità di andare in pensione al raggiungimento di 41 anni di contributi versati, indipendentemente dall’età anagrafica.

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