Mercati emergenti, quali previsioni in caso di Hard Brexit

Sono passati poco più di tre anni da quando il Regno Unito ha votato per lasciare l’Unione Europea, ma i risultati ottenuti dalle parti sono stati piuttosto sconfortanti. Tuttavia, da quando Boris Johnson è stato proclamato nuovo primo ministro del Regno Unito al posto dell’uscente Theresa May, l’attenzione sull’uscita del Paese dall’UE si è acuita, con la possibilità di un’uscita “no-deal” che mette in guardia dai mercati globali, e che sta divenendo sempre più probabile.

Ma che cosa significa per i mercati emergenti?

Anche se non è certo possibile compiere delle eccessive semplificazioni, è noto che Brexit avrà come effetto quello di esercitare una pressione sulla sterlina e sul mercato obbligazionario, spingendo così gli investitori alla ricerca globale di un migliore rendimento. Insomma, le deboli prospettive per l’economia britannica potrebbero creare un ambiente più positivo per i mercati emergenti nel loro complesso. Ad ogni modo, attenzione – come sopra – a non cedere alle facili valutazioni. Un Regno Unito più debole e un’Unione Europea privata di Londra potrebbe complicare quel che avverrà nei confronti dei vicini Paesi emergenti, considerata l’intricata rete di relazioni.

Ad ogni modo, al momento l’indice JPMorgan Emerging Market Bond Index Global Diversified (EMBIG div) ha registrato un rendimento dell’11,31% a luglio 2019, mentre nello stesso periodo, l’indice EM Equities di JPMorgan ha registrato un rendimento del 10,78%. Una buona performance rispetto al 2018, ma ancora in ritardo rispetto agli straordinari rendimenti dell’indice S&P del 18,54%, conseguito nello stesso periodo. Il perché di tale gap è presto intuibile. A influenzare l’evoluzione dei mercati emergenti sono anche altri fattori, come l’individuazione delle asset class su cui puntare, l’evoluzione della guerra commerciale USA-Cina, le mosse delle banche centrali.

Ma chi rischia di più in questa situazione, sul fronte degli emergenti?

Secondo diverse analisi, i Paesi a maggiore rischio potrebbero essere quelli interni all’Europa, come Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria e Romania, perché probabilmente subiranno la richiesta di meno flussi di beni e servizi. È insomma difficile pensare che vi sarà una rapida sostituzione naturale della domanda britannica, ma è anche vero che – dall’altra parte delle osservazioni – le cifre di cui parliamo sono piuttosto modeste e inferiori al 5% dell’intero giro d’affari di tutti i Paesi sopra citati.

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