A quanti anni andranno in pensione i nati tra il 1980 e il 1999? Importi ed età pensionabile

due monete da un euro sul palmo della mano di una persona anziana

Chi è nato tra gli anni ’80 e ’90, e quindi oggi ha un’età compresa tra 23 e 43 anni, andrà in pensione dopo aver raggiunto i 70 anni di età, e di sicuro non è una prospettiva incoraggiante.

Questo naturalmente è lo scenario che ci aspettiamo oggi, con l’attuale struttura del sistema pensionistico, ma nei prossimi 30 anni circa ci sono diverse cose che potrebbero cambiare, e difficilmente sarà in meglio.

Ma proviamo a fare il punto della situazione, e cerchiamo di capire esattamente quali prospettive hanno, in fatto di uscita dal mondo del lavoro, quei lavoratori che oggi hanno tra i 23 e i 43 anni di età.

A quanti anni andranno in pensione i nati tra il 1980 e il 1999?

Stabilire con esattezza a quanti anni potranno andare in pensione quei lavoratori che oggi hanno un’età compresa tra circa 23 e 43 anni non è facile per una serie di ragioni, a cominciare dal fatto che la struttura del sistema pensionistico italiano è in attesa di una riforma da tempo, e probabilmente questa subentrerà nel giro di qualche anno al massimo.

Quel che è certo è che, così come stanno le cose oggi, i nati tra il 1980 e il 1999 dovranno aspettare di aver compiuto 70 anni per poter uscire dal mondo del lavoro con uno straccio di pensione.

Fu la stessa Inps, nel 2015, ad avvertire che per i nati dagli anni ’80 in poi le cose si sono messe piuttosto male. Il rischio è che vadano in pensione persino dopo i 75 anni, e con assegni ancor più bassi di quelli di oggi.

Per quanto riguarda gli importi, nel rapporto commissionato dall’allora presidente dell’Inps, Tito Boeri, si parla di un assegno pensionistico inferiore del 25% circa di quello di un nato nel 1945, e bisogna anche tener conto del fatto che questo verrà percepito per molto meno tempo.

Per i nati negli anni ’90 la situazione potrebbe essere addirittura peggiore, e la causa sarebbe da ricercare in quanto accaduto tra il 1996 e il 2011, quando sono state varate le riforme Dini e Fornero, che hanno radicalmente modificato il sistema pensionistico italiano sotto l’aspetto dei requisiti per l’accesso alla pensione e sotto l’aspetto del calcolo dell’importo dell’assegno.

Prima di tutto ricordiamo che i lavoratori che sono nati tra il 1980 e il 1999 accedono al trattamento pensionistico con un sistema contributivo puro, in quanto tutti i contributi maturati sono successivi al 1° gennaio 1996. Questo naturalmente si ripercuote sull’importo dell’assegno, che sarà inevitabilmente più basso per via del sistema di calcolo.

Le opzioni a disposizione dei contributivi puri ad oggi sono le seguenti:

  • Pensione di vecchiaia: 67 anni di età, 20 anni di contributi, importo dell’assegno pari ad almeno 1,5 volte l’assegno sociale
  • Pensione di vecchiaia contributiva: 71 anni di età, 5 anni di contributi
  • Pensionamento anticipato: 42 anni e 10 mesi di contributi versati per gli uomini, 21 anni e 10 mesi per le donne
  • Pensione anticipata contributiva: 64 anni di età, 20 anni di contributi, importo dell’assegno pari a 2,8 volte l’assegno sociale.

Bisogna poi tener conto del fatto che ogni due anni l’età pensionabile viene modificata (innalzata in genere) sulla base dell’aumento dell’aspettativa di vita media, il che significa che le età per l’uscita dal lavoro che abbiamo visto probabilmente saranno piuttosto diverse tra una trentina d’anni.

Secondo le stime dell’Istat, considerando che i nati tra il 1980 e il 1989 compiranno 67 anni tra il 2047 e il 2056, l’età anagrafica di accesso alla pensione a quel punto sarà stata aumentata di almeno due o tre anni.

  • nel 2047 sarà di 69 anni e 5 mesi
  • nel 2049 sarà di 69 anni e 7 mesi
  • nel 2051 sarà di 69 anni e 9 mesi
  • nel 2053 sarà di 69 anni e 11 mesi
  • nel 2055 sarà di 70 anni e 1 mese.

Slitterebbe quindi anche la pensione di vecchiaia contributiva, che passerebbe dagli attuali 71 anni a 74 anni, mentre per la pensione anticipata potrebbero essere richiesti quasi 45 anni di contributi invece degli attuali 42.

La situazione dei lavoratori nati tra il 1990 e il 1999 è persino peggiore, come accennato. In questo caso infatti il compimento dei 67 anni sarà tra il 2057 e il 2066, e fino ad allora, sempre sulla base delle stime Istat, l’età pensionabile dovrebbe essere stata aumentata come di seguito:

  • nel 2057 sarà di 70 anni e 3 mesi
  • nel 2059 sarà di 70 anni e 5 mesi
  • nel 2061 sarà di 70 anni e 7 mesi
  • nel 2063 sarà di 70 anni e 9 mesi
  • nel 2065 sarà di 70 anni e 11 mesi
  • nel 2067 sarà di 71 anni e 1 mese.

Un lavoratore nato nel 1990 quindi potrebbe andare in pensione solo nel 2060, a 70 anni suonati, sempre che sia riuscito nel frattempo a soddisfare il requisito economico, mentre per la pensione di vecchiaia contributiva si arriverebbe a ridosso dei 75 anni.

Quali saranno gli importi delle pensioni dei nati negli anni ’80 e ’90

Per quanto riguarda l’importo dell’assegno pensionistico che spetterà ai lavoratori che si pensioneranno con un sistema interamente contributivo, la situazione non è particolarmente rosea.

Il punto è che con questo sistema di calcolo l’importo dell’assegno viene definito applicando un certo coefficiente ai contributi maturati dal lavoratore che vengono trasformati in pensione, e questo coefficiente cambia mediamente ogni 2 anni.

Questi coefficienti vengono rivisti al ribasso con l’aumentare della speranza di vita, e questo significa che quando i nati tra gli anni ’80 e ’90 potranno andare in pensione i coefficienti di trasformazione nel frattempo saranno diventati proibitivi. A questo bisogna poi aggiungere che molte persone avranno uno storico lavorativo caratterizzato da una forte discontinuità, e questo non fa che peggiorare il quadro generale.

L’Inps nel 2015 aveva stimato che per questi lavoratori, cioè i nati tra gli anni ’80 e ’90 l’assegno sarebbe stato del 25% inferiore rispetto a quello dei nati nel 1945. A questo va aggiunto che i pensionati con il sistema contributivo non godono nemmeno di strumenti quali l’integrazione al trattamento minimo che assicura un importo sufficiente ad arrivare alla fine del mese.

Non si tratta di un mistero per nessuno, e le istituzioni hanno già iniziato ad ipotizzare delle soluzioni che, tuttavia, non sono state ancora messe sul tavolo. Di tanto in tanto si parla della pensione di garanzia, cioè di un sistema previdenziale volto a tutelare i lavoratori che accedono alla pensione con il sistema contributivo puro.

La stessa Giorgia Meloni vi ha fatto un accenno promettendo che si interverrà in tal senso. Il 19 gennaio intanto è previsto un primo incontro con i sindacati per iniziare a lavorare alla riforma del sistema pensionistico, ma non vi è alcuna certezza che la pensione di garanzia sia all’ordine del giorno.

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