Investire in Cina: come diversificare nel 2021 secondo UBS WM Italy

La Cina continua a essere protagonista indiscussa della scena economica mondiale: negli ultimi 20 anni la sua economia è quintuplicata, tanto da rappresentare circa il 20% del PIL globale e il 30% della crescita economica.

È evidente come le ragioni di questa espansione così potente siano numerose, e che le stesse abbiano contribuito a trasformare gradualmente la Cina da polo manifatturiero globale a leader tecnologico: non è un caso che la Cina stia investendo, come nessun altro al mondo, per conseguire uno status di autosufficienza tecnologica, anche se già oggi dispone del maggiore stock mondiale di supercomputer e robot industriali, e rappresenta il 57% del mercato globale dell’e-commerce. Come se non bastasse, la spesa cinese in attività di ricerca e sviluppo cresce a un ritmo doppio rispetto a quella statunitense.

Ciò premesso, sottolinea una interessante nota di Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer di UBS WM Italy, il mercato cinese presenta anche dei rischi, sia a lungo termine (la Cina risentirà dell’invecchiamento della popolazione) sia a breve termine (l’indice azionario cinese è fortemente esposto alla tecnologia e proprio per questo ha risentito più di altri della correzione a inizio anno).

Investimenti cinesi: come esporsi al mercato asiatico

Ciò premesso, l’esperto di UBS WM Italy condivide anche come di pari passo con la graduale apertura del mercato cinese, stia crescendo anche il peso sui listini finanziari: la capitalizzazione di Borsa cinese è aumentata di 25 volte, il valore mercato obbligazionario di 80 volte. Il renminbi, la valuta cinese, sta trovando ampio spazio nelle riserve delle principali banche centrali.

Dinanzi a ciò, però, il peso della Cina sui principali indici globali è tutto sommato limitato (pari ad esempio a poco più del 5% dell’MSCI ACWI). Ma per quali motivi?

Le ragioni sono varie. In primo luogo, stiamo parlando di un mercato piuttosto complesso e, proprio per questo, poco adatto ad essere abbracciato con convinzione dagli investitori. Ricordiamo infatti come le azioni cinesi siano distinte tra azioni A, che sono quelle di società negoziate sul mercato domestico, e azioni H, o offshore, che invece sono scambiate a Hong Kong o come American Depositary Receipt (ADR).

Il mercato domestico è inoltre maggiormente esposto all’economia interna e vi operano principalmente gli investitori retail. Di contro, il mercato offshore, delle azioni H, è più esposto ai beni di consumo discrezionali e alle mega cap tecnologiche. Qui vi operano principalmente investitori istituzionali.

Una divisione simile è presente peraltro anche per le obbligazioni cinesi, anche se qui – rispetto alle azioni – a prevalere nettamente è il mercato domestico.

La bassa esposizione di molti investitori nei confronti della Cina stride con l’aspettativa che molte delle migliori opportunità di crescita si manifesteranno proprio in questo Paese. Aumentare il peso della Cina all’interno dei portafogli globali consente inoltre di migliorare la diversificazione: le politiche economiche e monetarie cinesi sono principalmente orientate al mercato interno e, spesso, divergono da quelle prevalenti a livello mondiale” – sottolinea l’analista nella sua nota.

È inoltre possibile che sia un modo per “giocare d’anticipo” rispetto a quanto avviene con gran parte degli indici globali, che probabilmente nei prossimi anni saranno quasi costretti a rivedere in aumento la loro esposizione nei confronti del mercato cinese.

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