Brexit, cosa succederà dopo il no del Parlamento britannico?

Ieri il Parlamento britannico ha respinto con largo voto l’accordo raggiunto tra il Regno Unito e l’Unione Europea sulle condizioni di uscita dall’UE, con 432 deputati contrari e soli 202 favorevoli.

Si tratta di una sconfitta più che sonora per il governo di Theresa May, e il principale oppositore, il leader laburista Jeremy Corbyn, ha di conseguenza presentato una mozione di sfiducia al governo. Governo che, a questo punto, ha 3 giorni di tempo per ripresentarsi in Parlamento con un nuovo piano.

Ma cosa succederà ora, dopo la bocciatura del Parlamento?

Le alternative, secondo quanto rammentava Charles St Arnaud, Senior Investment Strategist Lombard Odier IM, sono 6. Vediamole brevemente.

  1. Nuovo voto. È lo scenario più probabile. La premier Theresa May probabilmente incontrerà le controparti europee per cercare di ottenere delle concessioni sulla questione della frontiera irlandese e su altre questioni dell’accordo piuttosto sensibili. Il suo obiettivo sarà quello di rendere l’intesa più appetibile per la maggioranza dei parlamentari, prima di ripresentare l’accordo in Parlamento. Naturalmente, bisognerà comprese se anche il nuovo accordo verrà votato favorevolmente.
  2. Elezioni. Laburisti e conservatori sono testa a testa nei sondaggi, e una nuova chiamata alle urne potrebbe anche non condurre ad alcun risultato utile per un nuovo governo, le cui probabilità di formarsi in modo “forte” e deciso sono basse. Lo scenario è improbabile, perché comunque nonostante le loro divergenze sulla Brexit, le parti che attualmente sostengono il governo May dovrebbero continuare a farlo anche dinanzi a una mozione di sfiducia.
  3. Altro referendum. Molti politici, sia tra i conservatori, sia tra i laburisti, hanno domandato un altro referendum dopo quello del 2016. Rimangono però numerose incognite, a partire da quale domanda verrà fatta all’elettorato che, sull’argomento, si è già espresso. Ripetere identicamente il referendum del 2016 sarebbe poco probabile. Si potrebbe però domandare una preferenza sui diversi modi di uscita dall’Unione Europea, non certo escludibile all’attuale stato delle cose.
  4. Brexit in chiave norvegese. Un quarto scenario è quello della Brexit in chiave norvegese, che potrebbe essere presentato come piano B dal governo britannico. In altri termini, il Regno Unito aderirebbe all’EFTA/SEE per potersi ritagliare il tempo di negoziare un accordo anche al di fuori dell’UE, mantenendo così un legame con Bruxelles. Anche qui non mancano le complicazioni, a partire dal fatto che un simile approccio comporterebbe l’introduzione di controlli alle frontiere (i Paesi EFTA non fanno parte dell’unione doganale) e lascerebbe comunque irrisolto il tema della frontiera irlandese. Molti membri EFTA/SEE non vogliono poi il Regno Unito all’interno della macro area.
  5. No deal Brexit. Altro scenario è quello del no deal, ovvero di un’uscita senza accordi. Le probabilità di questo scenario sono abbastanza basse, soprattutto alla luce del fatto che la Corte di giustizia europea ha affermato che il Regno Unito può ritirare unilateralmente l’articolo 50.
  6. Annullamento Brexit. Come appena rammentato, la Corte di giustizia UE ha affermato che il Regno Unito può ben revocare unilateralmente l’articolo 50 e dunque il processo Brexit. Una scelta comunque molto improbabile, considerato che così facendo si annullerebbero gli effetti del referendum popolare.

Cosa accadrà agli investimenti

Complessivamente, gli scenari ora ipotizzati non sono certamente privi di effetti duraturi. Emerge però che uno scenario Brexit no deal è ancora poco probabile, considerato che tutte le parti vogliono evitarlo.

È dunque possibile, come sta emergendo in queste ore, che possano crescere le opportunità di un secondo referendum, che possa però non chiedere all’elettorato lo stesso quesito del 2016, ma sottoporre le varie alternative.

Per quanto concerne le implicazioni sugli investimenti, il rischio di una Brexit no deal in diminuzione potrebbe favorire l’apprezzamento della sterlina inglese, con la coppia GBP/USD che potrebbe puntare verso quota 1,40. Attenzione però: l’incertezza e le probabilità di rinvio di un qualsiasi accordo potrebbero allungare nel tempo tale apprezzamento, e forse a partire dalla seconda metà dell’anno. Detto ciò, il rischio di un calo della sterlina sta diminuendo.

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