Investire sul dollaro, dobbiamo ancora dare peso alle parole di Trump?

Il presidente Donald Trump ha sorpreso ancora una volta i mercati, la settimana scorsa, indicando al Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti di avviare un’indagine sulle importazioni di automobili.

Il governo sta esaminando se le importazioni “minacciano di compromettere la sicurezza nazionale” del Paese, valutando se attivare l’art. 232 del Trade Expansion Act del 1962, che conferisce pieni poteri a Trump, superando dunque il valore del Congresso.

Trump ha messo in discussione i piani per le tariffe di importazione con i funzionari del settore, ipotizzando che le tariffe possano arrivare fino al 25 percento, andando potenzialmente a danneggiare gli alleati chiave come il Messico, il Canada, il Giappone e la Germania.

Male? Forse no. Perchè in fondo gli investitori stanno guardando con sempre maggiore consapevolezza alle parole di Trump, avendo ben in mente il precedente “modello di comportamento” del numero 1 dell’amministrazione statunitense, prima di reagire in modo eccessivo agli annunci più recenti. Insomma, quando le cose si fanno difficili, Trump tende ad allentare la presa, e attenuare le sue politiche.

È proprio per questo motivo che sempre più osservatori ritengono che la mossa di Trump sia solo uno stratagemma per attirare l’attenzione sui negoziati commerciali in Cina. In altri termini, questa voglia di tendere la corda potrebbe essere un modo per poter agevolare la ripartenza dei negoziati con il NAFTA e sviare dunque l’attenzione su quanto Trump sta facendo con la Cina, che ora sembra un partner meno utile su cui far la guerra commerciale. Come a dire che, l’arretramento dell’amministrazione nel proprio conflitto commerciale con la Cina, sarebbe un’ulteriore prova che ogni dichiarazione apparentemente ostile non dovrebbe essere presa alla lettera.

In una nota anticipata del mese scorso, l’agenzia Citi Research ha minimizzato la retorica tariffaria iniziale tra Stati Uniti e Cina, che ha stimolato un selloff nel mercato azionario all’inizio di quest’anno. Sulla “retorica della guerra commerciale [la] corteccia è più forte del morso”, ha detto Eric Ollom, responsabile della strategia dei titoli di debito societari dei mercati emergenti di Citi Research, in una nota ai clienti intitolata “Trade War o Trade Bore?” il 5 aprile scorso.

Non solo. L’ascesa e la caduta del conflitto commerciale tra Cina e Stati Uniti è molto simile a quello che è successo all’inizio di quest’anno con il piano tariffario di Trump sulle importazioni di alluminio e acciaio. Prima l’amministrazione Trump ha dichiarato che non ci sarebbero state esenzioni, salvo poi concedere a diversi Paesi delle esenzioni tariffarie su alluminio e acciaio, annacquando la politica protezionistica iniziale.

Insomma, Trump parla, ma forse le sue parole stanno assumendo sempre minore peso specifico.

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