Le 5 nazioni più ostili alle criptovalute

Le 5 nazioni più ostili alle criptovalute

Ci sono alcune nazioni che sono particolarmente ostili alle criptovalute: ecco quali sono

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Quest’anno il dibattito riguardo la regolamentazione delle criptovalute e delle aziende basate sulla tecnologia blockchain è stato finora uno dei temi centrali dell’universo fintech.

Una discussione che è andata avanti sia a livello di stati sovrani che di organismi sovranazionali.

Il Financial Stability Board, che vigila sul sistema finanziario mondiale, ha avviato un processo di monitoraggio del settore, mentre paesi come Malta e Svizzera si sono guadagnati una posizione leader con i loro approcci crypto-friendly.

Trattandosi di una tecnologia relativamente nuova e dal potenziale altamente disruptive, le posizioni attendiste e la cautela mostrate da parlamenti, banche centrali ed enti regolatori sono più che comprensibili”, spiega Anatoliy Knyazev, creatore del fondo di investimento Exantech, specializzato in progetti blockchain.

Detto questo, non sono mancati episodi di segno opposto e a volte si può notare una certa ambivalenza da parte dei legislatori. La Cina, per esempio, è una forte sostenitrice della tecnologia blockchain (citata dal presidente Xi Jinping tra le forze capaci di rimodellare l’economia) ed è patria di realtà leader a livello mondiale per quanto riguarda gli exchange e il mining, ma al contempo ha vietato il trading di criptovalute e il lancio di ICO dentro i suoi confini.

In generale lo scetticismo verso il bitcoin, le sue sorelle e la tecnologia sottostante ha trovato modo di esprimersi in vari provvedimenti attuati in giro per il mondo.

Questi sono i casi più eclatanti.

Bangladesh

Nel 2014 i funzionari della banca centrale del Bangladesh hanno fatto sapere che il trading di criptovalute può essere punito con pene fino a 12 anni di carcere in base alle leggi anti-riciclaggio. Le autorità locali hanno rincarato la dose alla fine dell’anno scorso, quando hanno pubblicato un’ulteriore comunicazione in cui si chiedeva alla gente di non usare, tradare e persino parlare di valute digitali come il bitcoin.

Nepal

Il Nepal ha promosso una dura repressione contro i siti web che parlano di criptovalute e arrestato singoli investitori e detentori di bitcoin. Il caso del Nepal è particolarmente interessante (o inquietante) per l’assenza di norme relative agli asset digitali, al momento in cui gli agenti di polizia hanno iniziato ad arrestare i possessori di bitcoin nel paese.

Bolivia

Nel 2014 il Banco Central de Bolivia ha posto un divieto ufficiale a qualsiasi valuta o moneta non emessa o regolata dal governo, tra cui il bitcoin e una serie di altre criptovalute.

E da più di un anno nel paese vengono regolarmente arrestati miner e trader di bitcoin. Il capo dell’Autorità di vigilanza del sistema finanziario della Bolivia ha persino chiesto alla popolazione di “denunciare” chi investe in valute virtuali.

Egitto

Il primo gennaio di quest’anno il Gran Muftì egiziano Shawki Allam (la massima autorità religiosa del paese) ha lanciato una fatwa contro il bitcoin, che sarebbe portatore di “frode, tradimento e ignoranza” ed è stato equiparato alle scommesse, vietate dal diritto islamico.

Algeria

Con la finanziaria del 2018 l’Algeria vieta non solo il trading, ma anche il possesso di bitcoin e di altre criptovalute. Secondo una mozione inclusa nel testo, il bitcoin è uno strumento che viene usato comunemente per l’evasione fiscale e il riciclaggio di denaro sporco proveniente dal traffico di droga.

E a questo proposito sono stati introdotti dei controlli severi presso la popolazione.

A cura di Matteo Oddi

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Redazione Borsainside ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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