Molte banche centrali al mondo, come la Banca centrale europea, hanno nel 2% il proprio obiettivo di inflazione, affermando come tale target sia fondamentale per la visione dell’istituzione monetaria di prezzi stabili nell’economia.

Contrariamente a quanto si possa pensare, questo obiettivo è comune a moltissime banche centrali: oltre alla BCE e alla Federal Reserve, anche le istituzioni monetarie di Canada, Australia, Giappone e Israele includono il 2% nei loro obiettivi di inflazione. Ma per quale motivo?

A cercare una risposta a questa curiosa domanda è stata la CNBC, che ha intervistato Josh Bivens, direttore della ricerca dell’Economic Policy Institute, secondo cui l’obiettivo di inflazione del 2% è relativamente arbitrario.

Un’origine, però, c’è. E a svelarla è Laurence Ball, professore di economia alla Johns Hopkins University e consulente del Fondo Monetario Internazionale, secondo cui la decisione di porre come obiettivo di inflazione il 2% arriva dalla Nuova Zelanda.

Lo conferma, sempre secondo la CNBC, Arthur Grimes, professore presso la Victoria University, secondo cui alla fine degli anni ’80 la Nuova Zelanda stava affrontando un’inflazione incredibilmente alta. Fu proprio in quel frangente che Grimes, reduce dal dottorato in economia, che iniziò il suo lavoro presso la banca centrale, che all’epoca non era indipendente dal governo.

Ci siamo detti: se dovessimo avere l’indipendenza, su cosa dobbiamo puntare? I tassi di interesse o l’offerta di moneta? – ha detto Grimes – e un giorno ho detto: ‘Beh, in realtà, cosa stiamo cercando di ottenere? Stiamo cercando di raggiungere la stabilità dei prezzi. Perché non abbiamo un obiettivo di inflazione?“.

La legge della Reserve Bank of New Zealand del 1989 ha dunque introdotto l’inflation targeting e questa politica viene utilizzata oggi nelle economie di tutto il mondo. Il Canada ha annunciato il suo obiettivo di inflazione nel 1991 e il Regno Unito ha seguito il suo esempio nel 1992. Secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, nel 1993 anche la Svezia e la Finlandia hanno dichiarato il loro obiettivo di inflazione. Gli Stati Uniti, invece, hanno dovuto attendere fino al 2012 per dichiarare il loro obiettivo di tasso d’inflazione al 2%.

Da allora, ci sono state controversie sulla giustificazione di questo obiettivo.

Nel 2017, ad esempio, alcuni economisti hanno scritto una lettera al Federal Open Market Committee, sostenendo la necessità di un obiettivo più elevato. “Non ci sono prove che un’inflazione del 3% o del 4% provochi danni sostanziali rispetto a un’inflazione del 2%”, ha dichiarato Ball, uno degli economisti che hanno firmato la lettera.

Ora, però, con il passaggio a una nuova normalità post-pandemia, gli obiettivi di inflazione delle banche centrali di tutto il mondo hanno dovuto affrontare un nuovo esame. “Credo sia un errore affermare che il 2% sia in qualche modo magicamente il numero giusto“, ha dichiarato l’ex presidente della Federal Reserve Bank of Kansas City Thomas Hoenig.

Per il momento, però, quel numero magico rimane.

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